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QUANDO “LA CLASSE è ACQUA”: INTERVISTA ALLO SCRITTORE GUIDO CONTI SUL SUO LIBRO “IL GRANDE FIUME PO”

QUANDO “LA CLASSE è ACQUA”: INTERVISTA ALLO SCRITTORE GUIDO CONTI SUL SUO LIBRO “IL GRANDE FIUME PO”

di Emanuela Strini

Guido Conti, classe ’65, è scrittore dai mille interessi. Da quando si è laureato non ha mai smesso di studiare. Ha fatto il giornalista nel ’95 e sa quanto il mondo sia cambiato, dalla vecchia tipografia ai giorni nostri. È cambiato tutto. Ha dovuto imparare a impaginare giornali, usare la macchina fotografica: ora le testate vogliono che i giornalisti siano completi. Per lui la vita vuol dire sapersi continuamente innovare. Ha scritto molti libri e romanzi, ma in questa intervista parleremo del libro “Il Grande Fiume” che è stato ristampato adesso in una nuova edizione aggiornata da Giunti nella collana Le chiocciole: una sua opera che ha anche le dimensioni di una saga sul Po, che è letteraria, culturale, geografica, antropologica, gastronomica.

Il suo libro IL GRANDE FIUME si presenta come un diario di viaggio: da dove nasce l’idea di un diario? 

È un libro che non volevo scrivere. Ho studiato da più di 20 anni la narrativa con scrittori e tradizioni che nascono lungo il Po. Ci ho pensato un po’ perché era una cosa abbastanza complessa da fare, nel senso che esistevano già dei libri importanti come quello di Gianni Celati “Verso la foce” oppure il libro di Cesare Zavattini che si intitola “Viaggetto sul Po”. Per cui c’è una tradizione di viaggiatori lungo il fiume, anche di fotografi come Luigi Ghirri che ha fotografato il fiume. Quindi è stata una sfida anche per me. Poi c’era stata anche la trasmissione di Soldati che aveva fatto questo lungo viaggio nel Po nel ’54. E c’era già quindi una tradizione di questi viaggi.

Io dovevo trovare un’idea nuova, una specie di diario ma anche un viaggio nella scrittura di almeno una quarantina di scrittori che hanno vissuto e scritto del fiume: da Cesare Pavese che scrive i primi racconti sul Po di Torino, e poi da Guareschi a Zavattini. La scoperta vera che mi ha dato la chiave per capire come lavorare è stata l’introduzione ai primi racconti di Don Camillo di Giovannino Guareschi, il quale dice che “il Po comincia a Piacenza e prima è un’altra cosa.” Il fiume cambia completamente da Piacenza in poi. Guareschi parla della natura del territorio, per cui gli animali hanno un’anima e “noi possiamo parlare coi morti in maniera naturale e se hai qualcosa da dire a Dio vai direttamente col fucile in chiesa”.

In questo libro ho inserito incontri, ricordi, letture, dialoghi… mescolo tutto: l’arte, letteratura, scrittura.

Come classificherebbe questo libro e dove lo collocherebbe come genere? 

È un romanzo. È un romanzo perché ha un inizio e una fine, e poi ha un finale particolare per cui quando si arriva alla fine si danno delle chiavi di lettura di tutto il libro.

Sono andato anche a recuperare tutte le testimonianze antiche del fiume Po, nella parte greca e latina. Ho parlato di Esiodo fino ad Alberto Bevilaqua. Quindi sono 2700 anni di storia recuperando anche i miti greci. Perché Fetonte, morendo, cade in Po? Perché nell’antica Grecia, quando risalivano l’Adriatico ed entravano dentro nel Po, dal Delta, gli antichi greci vedevano nel fiume un confine, tra l’Europa mediterranea e l’Europa del Nord e commerciavano con l’ambra?

Lungo il Po ad Adria, ci sono importanti musei di arte greca. Perché sono stati trovati dei vasi greci in pianura Padana? Quindi è interessante fare questa lettura del territorio.

Quanto PO c’è nella sua scrittura? 

C’è tanto. Più di 30 anni fa, quando ho cominciato a scrivere i primi racconti, mi sono andato a cercare gli scrittori che insegnano a scrivere. Sia Bevilacqua che Vittorio Tondelli mi hanno detto due cose importanti: che se volevo imparare a fare lo scrittore dovevo imparare a leggere tutti gli scrittori della mia terra.

Se tu hai un’idea di cos’è la scrittura e quali sono gli scrittori della tua terra, allora puoi riconoscere la tua voce. L’originalità nasce perché ti confronti con qualcuno.

Ho iniziato a leggere prima gli scrittori della mia città, poi tutti quelli del mio territorio e poi fino a Bologna, e ora andrò in Europa scrivendo sui poeti europei.

Ho inoltre cercato all’interno degli archivi, sono andato a sfogliare dei giornali e ho trovato tantissimo materiale.

Si considera uno scrittore della “bassa”? 

Le etichette te le affibbiano continuamente. Mi sento anche uno scrittore della bassa. Mi piace scrivere per bambini: la saga di Nilou è stata tradotta in Spagna, in Grecia, in Corea del Sud e anche in Cina.

Considero il territorio non provinciale, più ti radichi al territorio e più diventi europeo e mondiale. È in questa dialettica che sta la forza di chi scrive. E tutto ciò lo puoi capire solo dagli scrittori.

Perché Guareschi è uno scrittore della “bassa” e ha venduto 20milioni di copie nel mondo? Zavattini è di Luzzara, lui è luzzarese, non si considera reggiano. Ha fatto progetti su Luzzara che hanno fatto il giro del mondo. Ha vinto però degli Oscar al cinema, perché i suoi film che attingevano alla tradizione emiliana hanno fatto il giro del mondo.

Perché parlare del nostro fiume PO a livello letterario e sociale? 

Il fiume Po è la tua anima. È la direttrice di cultura economica, poetica e della nostra terra. È sul fiume che si costruisce – coi suoi affluenti – l’ossatura culturale del territorio.

Dentro alla storia del fiume, ho trovato delle battaglie navali con 80 galeoni veneziani vicino alle coste di Casalmaggiore, del 400/500.

Per quasi 70 anni, nel ‘400 Guastalla e Boretto erano i porti più importanti all’interno della cultura padana. Questo quanto ha influito sulla cucina? Sull’arrivo delle spezie? E come ha influenzato il nostro modo di fare le spezie? Studiare la letteratura, la storia, la geografia del territorio ti dà delle ragioni sul perché, ad esempio, usiamo la noce moscata nei tortelli di zucca.

Si deve la rinascita della pianura padana all’arrivo dei longobardi dopo le invasioni barbariche. Sono i longobardi a ricostruire il territorio dal punto di vista amministrativo. C’è tutta la topografia e la toponomastica che dà queste indicazioni.

A inizio pandemia molte testate hanno scritto di un miglioramento delle acque grazie al lockdown, invece “L’autorità distrettuale del Fiume Po” ha sostenuto che la limpidità riscontrata nelle acque del PO è riconducibile principalmente a una minore torbidità dovuta alla ridotta movimentazione dei materiali sospesi come sabbie e alla riduzione della pioggia. Lei invece cosa ne pensa?

Il Po è stato ucciso, l’hanno trattato come un fosso per i rifiuti. Questo dagli anni 50 in poi.

Ci sono ricordi di signori di 50/60 anni fa che prendevano l’acqua, la bevevano e ci facevano i gnocchi. Da ragazzino ero andato in Po a pescare ed era ricchissimo di pesci, diversissimi, e ora sono spariti.

C’è un episodio raccontato da uno dei Canottieri di Casalmaggiore in cui racconta che hanno fatto il funerale del Po. Hanno messo una bara con scritto “Morte del Po”, e siccome quel giorno pioveva, erano tutti in acqua con l’ombrello a nuotare dietro la barca.

Però è un segno che il Po è stato ucciso dall’industrializzazione e adesso invece il PO UNESCO si sta muovendo per il recupero del Po.  Come si fa a parlare di FOOD VALLEY? Che senso ha fare il bio in una terra come questa, anche se sei un piccolo produttore?

Tanti gli interrogativi che si pone e che dovremmo porci quando parliamo del nostro grande fiume Po, ma altrettante le domande che dovrebbero nascere su come trattare il nostro pianeta.

 Il futuro della pianura, e non solo di tutto il nord Italia, è un fiume Po ricco di pesci e di biodiversità.

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