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Analisi dei dati: Ambiente e Inquinamento

Analisi dei dati: Ambiente e Inquinamento

di Remo Romano

Il 2020 verrà ricordato in futuro come l’anno del Coronavirus ed è destinato a lasciare una traccia indelebile nel mondo globalizzato per come lo conosciamo oggi. Le conseguenze che dovremo affrontare in futuro toccano diversi aspetti: quello economico, con una crisi che partirà dalle piccole e medie imprese e si espanderà all’intero paese, quello sociale, perché come ogni situazione estrema anche questa sta facendo emergere le zone d’ombra delle nostre società, e quello ambientale.

In queste settimane abbiamo assistito all’abbassamento dei livelli di inquinamento dell’aria per via del calo delle emissioni e la fauna selvatica che si spinge fin dentro le città deserte; questi avvenimenti ci hanno ricordato quanto pesantemente abbiamo contribuito a stravolgere il nostro ecosistema e hanno riportato alla nostra memoria la “scadenza” alla quale abbiamo condannato il nostro pianeta nei prossimi secoli.

Tra chi pronostica che questa crisi sia un’anticipazione di quella climatica e chi ne approfitta per chiedere deregolamentazioni sul fronte della tutela ambientale, sono in molti a domandarsi come cambierà il nostro rapporto con la natura una volta debellato il virus, ma prima di pensare al futuro è necessario volgere lo sguardo al passato.

Il 5 giugno si è tenuta la Giornata mondiale dell’ambiente dedicata quest’anno al tema della Biodiversità dove Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha fatto il punto sul declino dell’integrità biologica a causa delle attività umane. Una situazione che viene definita grave a livello globale.

In Italia, nonostante gli sforzi per la conservazione, i trend degli ultimi decenni parlano chiaro: delle 672 specie di vertebrati italiani (di cui 576 terrestri e 96 marine), 6 sono ormai estinte e 161 sono a rischio estinzione (di cui 138 specie terrestri e 23 specie marine), pari al 28% delle specie valutate.

A livello globale il quadro peggiora: secondo l‘Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services circa un milione di specie viventi (su un totale stimato di oltre 8 milioni) rischia di sparire per sempre, processo che potrebbe completarsi per molte di queste specie entro pochi decenni.

https://data.oecd.org/biodiver/threatened-species.htm

La biodiversità è solo uno dei cinque grandi rischi globali che l’umanità dovrà affrontare in futuro: fallimento della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici, eventi metereologici estremi, crisi alimentari e crisi idriche sono ormai inevitabili. Le cause di questi scenari catastrofici sono una conseguenza non solo dello sviluppo economico e industriale avvenuto negli ultimi 100 anni, ma anche del nostro tenore di vita al quale difficilmente riusciamo a rinunciare e che comporta uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali.

L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ci fornisce dati aggiornati e ponderati per riuscire a valutare le emissioni di CO2 e la quantità di rifiuti prodotti dai vari paesi oltre che agli effetti dell’inquinamento moderno sulla nostra salute.

https://data.oecd.org/air/air-and-ghg-emissions.htm#indicator-chart

Dal grafico, che ci mostra le milioni di tonnellate di gas serra emessi dai vari paesi del mondo dal 2000 ad oggi, emerge che è la Cina il paese più inquinante, con una produzione di 9000 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, un quarto delle emissioni globali, ma con una produzione pro capite di poco al di sopra della media globale. Al contrario i paesi del medio oriente che si assestano su produzioni modeste se paragonate ad altri grandi nazioni, hanno una produzione di gas serra pro capite da record; nel piccolo Qatar infatti ogni persona produce mediamente 30.000 tonnellate di CO2 l’anno, cinque volte più dei cinesi.

https://data.oecd.org/waste/municipal-waste.htm

Per quanto riguarda invece la produzione di rifiuti sono gli USA a produrre maggiori scarti, seguiti dalla Cina, surclassati però per produzione pro capite da Danimarca, Svizzera, Norvegia e Nuova Zelanda.

https://data.oecd.org/air/air-pollution-exposure.htm

Gli effetti sulla salute dell’inquinamento sono un fattore ormai noto ed è valutando il grafico di OCSE sull’esposizione al PM2.5 (particolato fine responsabile dei maggiori rischi per la salute) che arriva il primo campanello d’allarme per il nostro paese. È l’Italia infatti il paese con la maggiore esposizione all’inquinamento sia in termini di microgrammi per metro cubo che in percentuale alla popolazione, in particolare nella zona della Pianura Padana; Stati Uniti e Canada tra i paesi più “green”.

Una delle tante soluzioni possibili per combattere la lenta estinzione del nostro pianeta è quello di investire nelle energie rinnovabili; ma quali sono i paesi ponti a diventare leader nella produzione di energia pulita?

https://data.oecd.org/energy/renewable-energy.htm

Ancora una volta i grandi colossi (Cina e Stati Uniti) primeggiano, arrivando a produrre da sole quanto l’insieme dei paesi europei. Tuttavia guardando ancora una volta il grafico in valori ponderati possiamo notare come siano i paesi del Sud America e dell’Africa ad adottare le energie rinnovabili come loro principale fonte energetica.

Inquinamento atmosferico, approvvigionamento idrico non sicuro, scarsa igiene e sostanze chimiche pericolose esercitano notevoli pressioni sulla salute umana, in particolare anziani e giovani. Mentre alcune tendenze globali stanno migliorando, altre (come l’inquinamento atmosferico urbano e mancanza di accesso ai servizi igienico-sanitari di base) continuano a rappresentare un grave rischio per la salute umana.

Se non vengono attuate nuove politiche, lo scenario sulle prospettive ambientali dell’OCSE prevede che la qualità dell’aria urbana continuerà a deteriorarsi a livello globale. Entro il 2050, si prevede che l’inquinamento dell’aria esterna (particolato e ozono a livello del suolo) diventerà la principale causa di decessi legati all’ambiente in tutto il mondo.

Il numero di decessi prematuri a causa dell’esposizione al particolato (PM) sarà, a livello globale, probabilmente più che raddoppiato a 3,6 milioni nel 2050. Inoltre a causa dell’aumento dell’urbanizzazione e della aspettativa di vita avremo più persone sensibili, e questo basterà a rendere nulli i vantaggi di eventuali riduzioni delle emissioni. Aumenterà inoltre il numero assoluto di morti premature legate all’ozono nel 2050, con Cina e India come principali paesi colpiti, ma non sarà solo l’asia a subire questi effetti; è previsto che l’eccessivo innalzamento dell’aspettativa di vita dei paesi Europei porti gli stessi ad avere nel 2050 i più alti tassi di mortalità del mondo per inquinamento da ozono, secondi solo all’India.

Approfondimento: Inquinamento e qualità dell’aria nella zona della Pianura Padana

Torna il problema smog, con tutti i capoluoghi di provincia dell’Emilia Romagna che nelle ultime giornate hanno raggiunto valori medi di PM10 vicini o superiori ai 100 microgrammi al metro cubo, il doppio del limite consentito dalla norma.  Una situazione che farà scattare nuovamente le misure emergenziali in tutte le province salvo Forlì Cesena. Le concentrazioni più alte a Modena con 125 microgrammi su metro cubo, seguita da Bologna a 118.

Sono numerose le immagini che arrivano dallo Spazio, in particolare dai satelliti Copernicus Sentinel-5P, sul calo dell’inquinamento in grandi aree dell’Italia e in altre parti del mondo in seguito al blocco di molte attività, a causa dell’epidemia del coronavirus. In particolare, si è osservata una forte diminuzione dell’NO2 (biossido di azoto). Purtroppo, però, a tale rallentamento non ha fatto seguito anche una riduzione continua delle polveri sottili (il cosiddetto particolato).

Link alla fonte:

http://www.esa.int/Applications/Observing_the_Earth/Copernicus/Sentinel-5P/Coronavirus_lockdown_leading_to_drop_in_pollution_across_Europe

Dati giornalieri inquinamento:

https://arpa.piemonte.it                          https://arpalombardia.it                          https://apps.arpae.it

La situazione risulta nuovamente critica soprattutto in Lombardia dove si è osservata una strana variabilità delle polveri PM10 e PM25. Particelle queste, prodotte soprattutto dagli autoveicoli e dai sistemi di combustione che utilizzano combustibili fossili, e che restano in atmosfera più a lungo del biossido d’azoto.

Per spiegare la situazione l’Arpae Emilia Romagna sostiene che le cause del fenomeno vanno ricercate al di là dei confini italiani. Secondo l’Ente, infatti, “la spiegazione è da individuare nel trasporto di masse d’aria a grande scala provenienti da est, in particolar modo dall’area del Mar Caspio, che hanno investito l’Europa centrale trasportando elevate concentrazioni di polveri. Parte di questa corrente ha investito anche il nord d’Italia e, poiché proveniva da est, si è infilata nel bacino padano rimanendo intrappolata dall’arco alpino e appenninico”. A questo risultato l’Arpae è giunta seguendo il flusso delle polveri sottili, che mostra la provenienza dall’area del mar Caspio e che, attraversando il mar Nero e la penisola balcanica, è giunta fino a noi.

Nonostante le emissioni siano paragonabili a quelle di altre aree sviluppate la Pianura Padana registra ciclicamente elevate concentrazioni di inquinanti atmosferici che la rendono una delle zone più inquinate d’Europa.

Il motivo è la conformazione orografica: il catino padano è circondato dalla catena montuosa alpina che influenza il regime dei venti, la cui intensità risulta generalmente molto debole. Un altro importante fattore è l’elevata frequenza di condizioni meteorologiche che danno vita al fenomeno della inversione termica: l’aria più fredda dei bassi strati, essendo più densa e più pesante, non può sollevarsi verticalmente oltre la quota dell’inversione e resta intrappolata nei bassi strati. Si viene a creare, quindi, un vero e proprio tappo che impedisce il ricambio d’aria, con un accumulo degli inquinanti in prossimità del suolo, dove la loro concentrazione, giorno dopo giorno, non potrà che aumentare.

La situazione potrà cambiare solo con l’applicazione di pesanti limitazioni alla mobilità dei veicoli e favorendo l’utilizzo di mezzi pubblici e trasporto “green”. Secondo gli esperti il piano per il miglioramento della qualità dell’aria nella Pianura Padana passerebbe da 8 punti.

  1. Diminuire drasticamente il tasso di motorizzazione (tra i più alti d’Europa) riportandolo a livelli delle più evolute nazione europee;
  2. Uscita progressiva ma inesorabile delle auto dalle città;
  3. Introduzione di target di mobilità vincolanti in tutti i capoluoghi dell’Emilia-Romagna con quota massima di spostamenti motorizzati individuali con mezzi privati all’interno delle aree metropolitane e del territorio comunale, inferiore al 38% del totale degli spostamenti entro il 2030.
  4. Come fatto in Inghilterra, bisogna realizzare zone centrali a pedaggio (come Area C a Milano) e più vaste zone a emissioni limitate (Low Emission Zone), con pedaggi piuttosto elevati di ingresso per i veicoli più inquinanti; inoltre occorre implementare una differente politica tariffaria sulla sosta. I ricavi così ottenuti devono essere interamente vincolati all’efficientamento del trasporto pubblico locale e di forme sostenibili di mobilità;
  5. Attraverso la redazione di PUMS ambiziosi occorre ripensare l’uso di strade, piazze e spazi pubblici della città, creando ampie “zone 30”, in cui imporre il limite di velocità massimo di 30 km/h e prevedendo nuovi spazi verdi nei centri urbani attraverso la piantumazione di alberi nelle vie del centro e delle periferie, ma anche sugli edifici e sui tetti;
  6. La città del futuro si basa anche su una rete ciclabile che attraversa nelle diverse direttrici i centri urbani;
  7. Potenziamento del trasporto pubblico con percorsi dedicati e corsie preferenziali eseguito da mezzi a emissioni zero
  8. Inserire, tra le misure emergenziali, la riduzione della velocità in autostrada in caso di “emergenza smog”, prendendo spunto dal progetto europeo BrennerLEC che ha dimostrato come la riduzione a 100 km/h della velocità massima in autostrada porti ad una riduzione fino al 30% degli ossidi di azoto emessi dal traffico.

Di nuovo in questi giorni numerosi giornali e televisioni (oltre ovviamente al web) stanno dando spazio al comunicato della SIMA (e ai suoi detrattori) che annuncia importanti scoperte sulla possibilità che la diffusione del virus Covid19 possa essere sostenuta da alti livelli di particolato. In assenza di prove scientifiche non è possibile convalidare questa tesi, ma gli esperti concordano sul fatto che gli abitanti delle zone più inquinate possiedono un livello più elevato di cellule infiammatorie delle citochine, il che li rende potenzialmente più vulnerabili al nuovo coronavirus.

Comunicato SIMA: https://www.simaonlus.it/wpsima/wp-content/uploads/2020/03/COVID19_Position-Paper_Relazione-circa-l’effetto-dell’inquinamento-da-particolato-atmosferico-e-la-diffusione-di-virus-nella-popolazione.pdf

Scienzainrete.it contro la teoria del “carrier”: https://www.scienzainrete.it/articolo/inquinamento-e-covid-due-vaghi-indizi-non-fanno-prova/stefano-caserini-cinzia-perrino

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