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IL TRASIMENO, GRANDE MALATO

IL TRASIMENO, GRANDE MALATO

MOLTI TURISTI, MA IL MARE DELL’UMBRIA LENTAMENTE MUORE

di Massimo Carloni

Il Trasimeno non gode di buona salute: ogni estate è al centro di polemiche. Quest’anno, ad esempio, Legambiente, nella presentazione del suo rapporto annuale della Goletta dei Laghi, ha riscontrato una pessima qualità dell’acqua all’uscita del depuratore situata fra Tuoro e Passignano. Ma basta anche una prolungata siccità, dovuta ai mutamenti climatici in atto da diversi anni, per lanciare l’allarme.

Non è una novità: negli anni del boom economico era, per le famiglie con basso reddito, il mare di Perugia, ma Ugo Gregoretti girava il documentario Il lago malato, dando voce alla disperazione di agricoltori e pescatori. E l’inverno precedente, nel 1956, il livello delle acque era così basso che il freddo tremendo aveva ghiacciato l’intera superficie.

La realtà è che il Trasimeno ha sempre avuto un equilibrio ambientale assai delicato; da diversi anni ha scoperto una vocazione turistica internazionale ed è meta di turisti soprattutto olandesi, che lo preferiscono ai più sofisticati laghi prealpini. Ciò non toglie tuttavia che abbia sempre bisogno di attenzioni particolari per evitare che si trasformi in una maleodorante e malsana palude che induca a progetti di prosciugamento del tipo di quello che trasformato per sempre in Abruzzo la Piana del Fucino.

Il Trasimeno ha un’origine tettonica, si è formato per successivi innalzamenti del terreno che lo hanno isolato da altri bacini lacustri preistorici: alcuni oggi estremamente ridotti come il Lago di Chiusi; altri addirittura prosciugati come quelli che coprivano l’estensione delle attuali Valdichiana in Toscana e Val Tiberina in Umbria. Per questo motivo non ha sbocchi naturali e il bacino idrografico è poco più del doppio della superficie del lago con immissari modesti e a carattere torrentizio.

La profondità è modesta perché si raggiungono, e solo in pochi punti, i 6 metri.

Durante il corso dei secoli, pur presentando dislivelli abbastanza marcati, con le sue inondazioni ha sempre spaventato le popolazioni rivierasche; per questo motivo in epoca storica la principale preoccupazione degli amministratori è stata quella di stabilizzare il livello del lago con la costruzione di un emissario artificiale.

Probabilmente i primi furono i Romani, ma del loro manufatto possediamo pochissime notizie. Viceversa molto meglio documentato è il tentativo nel 1420 di Braccio Fortebraccio da Montone, signore di Perugia, che fece costruire “La cava”, un emissario che probabilmente sfruttò lungo il tracciato della costruzione romana. Lungo circa un chilometro, attraversava le colline vicino a Monte San Savino con un condotto quasi interamente sotterraneo e versava le acque in eccesso nel Tevere attraverso un suo subaffluente, il torrente Càina. L’emissario, ormai decaduto per frane e scarsa manutenzione, venne poi restaurato nel 1602 sotto il governo pontificio.

Ma siccome l’intervento non era stato ritenuto sufficiente nel 1482 un altro papa, Sisto IV, aveva disposto che due immissari naturali del Trasimeno, i torrenti Tresa e Rio Maggiore, fossero deviati verso il lago di Chiusi per evitare un afflusso di acque troppo imponente. Il fragile equilibrio durò sino alla fine del Settecento quando altre inondazioni cominciarono a far germogliare l’idea di un parziale o totale prosciugamento del lago; o, in alternativa, il progetto di collegare il Trasimeno all’Arno, attraverso la Chiana, e al Tevere, creando una futuristica una via interna navigabile, alternativa a quella marittima, tra i porti di Livorno e Fiumicino.

In realtà fu solo nel 1898 che il problema venne definitivamente risolto con la costruzione di un più moderno e lungo emissario di oltre sette chilometri; pur sboccando anch’esso nel torrente Càina, tuttavia esso aveva ed ha una sezione più ampia, un punto di presa più basso e quindi garantisce l’effettivo smaltimento delle piene del Trasimeno.

Un altro problema, però, affliggeva la salute del lago, il sempre minore apporto di acque a fronte di un progressivo sfruttamento delle stesse per le coltivazioni intensive di grano e mais oltre a quelle tradizionali di olivo e vite.

Il Trasimeno, dopo essere stato per secoli un pericolo per le sue inondazioni, nelle stagioni di siccità cominciava a ritirarsi dando luogo alla crescita impetuosa di canne palustri lungo le rive paludose e alla ricomparsa dell’anofele, portatrice di malaria.

Così, a partire dal 1935, ma coi lavori che proseguirono per un ventennio anche a causa dello stop imposto dalla guerra, si pensò di stabilizzare il livello del Trasimeno con la costruzione di un immissario artificiale, l’Anguillara, che in realtà non era altro che il collettore delle acque dei torrenti Maranzano, Mojano, Tresa e Rio Maggiore (gli ultimi due reimmessi nel lago dopo cinque secoli.)

Due nuovi problemi, da quel momento, si sono venuti però a creare: innanzi tutto ora il monitoraggio deve prendere in considerazione congiuntamente il lago di Chiusi e il Trasimeno per non scaricare sull’uno o sull’altro acque in eccesso. Vi è poi da sottolineare che l’Anguillara ha una portata ben superiore dell’emissario di fine Ottocento che dunque, in epoca di piogge, fatica a smaltire l’eccesso di afflusso idrico.

Sempre negli anni Trenta peraltro cominciarono a fiorire alcuni progetti per lo sfruttamento idroelettrico del Trasimeno: il progetto più ardito dell’ingegner Catania prevedeva di deviare l’acqua dal Tevere, a sud di Città di Castello, e di farla confluire nel lago attraverso un condotto sotterraneo; da lì, attraverso l’emissario esistente, si sarebbe alimentata una centrale più a valle che avrebbe poi restituito le acque al fiume. Non se ne fece nulla: infatti il costo dell’opera non avrebbe giustificato la modesta produzione di elettricità; e d’altra parte le industrie che già allora, attorno a Città di Castello, versavano i loro scarichi nel Tevere avrebbe così inquinato anche lo specchio d’acqua a valle.

Nel 2012, però, questa volta senza la volontà di sfruttamenti idroelettrici, si è realizzato un collegamento diretto sotterraneo tra il lago artificiale di Montedoglio, nell’alta valle del Tevere in Toscana, e il Trasimeno stesso: in tal modo è possibile venire incontro alle esigenze agricole dei coltivatori umbri senza attingere al lago, abbassandone il livello.

Il compito degli amministratori è piuttosto complesso: innanzi tutto l’equilibrio idrico deve essere costantemente monitorato dopo le opere ingegneristiche dell’ultimo secolo. Il prelievo di acqua per scopi agricoli deve essere indirizzato al canale proveniente dall’invaso di Montedoglio; ma l’impetuosa crescita turistica deve essere promossa ma anche tutelata con un’opera attenta di depurazione degli scarichi affinché la qualità dell’acqua e della fauna ittica non ne risenta pesantemente.

E, come avviene in alcuni specchi d’acqua europei, sarebbe forse il momento di pensare a battelli con motori elettrici sia per quanto riguarda i trasporti pubblici, ancorati a motonavi diesel ormai obsolete, che quelli privati.

Sarebbe un ottimo programma ambientalistico in tempi di Next Generatione EU.

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