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pesca sostenibile?

pesca sostenibile?

di Martina Cuccuini

Recentemente è stato scoperto che gli escrementi di pesci regolarizzano il PH degli oceani.
L’overfishing non è solo un problema legato al pesce, ma agli oceani nel loro insieme. Il riscaldamento globale ha una relazione diretta con i mari. Con la progressiva distruzione del patrimonio ittico, aumenterà l’acidificazione dell’acqua e i mari non saranno più in grado di assorbire l’anidride carbonica. Questo esempio, insieme ad altri, dimostra quanto la nostra esistenza sia strettamente legata a tutti gli ecosistemi presenti sul pianeta.

I Report delle Nazioni Unite riferiscono che tre quarti delle zone di pesca mondiali sono troppo o completamente sfruttate, o significativamente esaurite. Gli scienziati stimano che ci ritroveremo con oceani privi di pesci entro il 2048. Le operazioni di allevamento a terra hanno causato, o creato, oltre 500 zone morte pregne di azoto negli oceani del mondo, inclusi oltre 250 chilometri quadrati di alcune zone completamente prive di vita.

Lauren Orneals, direttore esecutivo di Food Empowerment Project, ritiene che le persone troppo spesso associano la pesca soltanto agli animali consumati dagli umani, non considerando tutti quelli che vengono catturati nelle reti da pesca e uccisi a causa dell’industria ittica. Oltre 28 miliardi di animali sono stati estratti dagli oceani lo scorso anno. Oggi la pesca, per soddisfare la richiesta di 90 milioni di tonnellate, viene effettuata con reti enormi. Per ogni mezzo chilo di pesce pescato, si arriva quasi a due chili e mezzo di specie indesiderate intrappolate, come delfini, balene, tartarughe marine e squali, nota come “pesca in eccesso”. Tra i 40 e i 50 milioni di squali ogni anno vengono uccisi con le lenze e nelle reti. Molte delle specie prossime all’estinzione sono state saccheggiate e sono quasi sparite in modo graduale, sotto lo sguardo di organizzazioni a tutela degli oceani come Oceana, il Marine Stewardship Council e il Monterey Bay Aquarium Seafood Watch.

Il Dott. Geoff Shester, direttore del programma di Oceana della California, intervistato, spiega il suo pensiero al riguardo e la posizione di Oceana in merito alla questione. Shester sostiene che «secondo la FAO circa tre quarti di tutte le zone di pesca sono completamente o eccessivamente sfruttate. Perciò non esistono molte risorse ittiche che potrebbero essere considerate a livelli sostenibili per l’ecosistema. Si può pescare e prendersi qualcosa, poiché l’anno successivo ce ne sarà di più. Se si procede bene senza colpire il motore fondamentale di questo processo, è un po’ come vivere degli interessi, finché non finisce il capitale. Se si investe in qualcosa finché non viene compromesso il capitale, e questo rimane alto, potenzialmente si potrebbe vivere di interessi per sempre. La stessa idea si applica alla pesca.»

Diverso è il pensiero  del Dott. Oppenlander, per il quale la pesca di qualsiasi genere non solo sta distruggendo le specie, ma provoca uno sfruttamento seriale in cui ogni specie viene ridotta al minimo portando l’industria ittica a passare alla specie successiva. Oppenlander definisce tale processo uno «sfruttamento seriale» in cui si abbattono pesci, non solo le specie ma anche i successori sottolineando come tale meccanismo sia estremamente distruttivo.

Appaiono accusatorie, ma quanto meno lecite di fronte ai dati e ai fatti, le parole di Lisa Agabian, Conservation Society di Sea Shepherd, che sostiene: «hanno inventato il termine pesca sostenibile per sentirsi la coscienza a posto se mangiano pesce e continuano a pescare negli oceani, quando in realtà non esiste alcuna pesca sostenibile». Analoga la posizione della collega Susan Hartland, che durante l’intervista afferma: «la gente non vuole ascoltare perché si sente incitata ad agire. Di conseguenza dovrebbe smettere di fare qualcosa e molti non vogliono. Le persone non vogliono uscire allo scoperto perché è scomodo. Ma siamo a un punto in cui tutti devono essere consapevoli, dobbiamo rendercene conto e dobbiamo agire». Per risvegliare la coscienza individuale e collettiva, e  informare le persone sull’importanza degli oceani e delle specie che li abitano, la Sea Shepherd ricorre alle parole del suo fondatore, il capitano Watson, che asserisce: «con gli oceani moriamo anche noi». A livello mondiale il pesce fornisce il 17% delle proteine della dieta umana. Oltre 200 milioni di persone dipendono dal pesce per la loro sopravvivenza. La diversità ittica si concentra nelle acque tropicali. L’Oceano indiano e il Pacifico occidentale ospitano all’incirca 1500 specie di pesce e oltre 6000 specie di molluschi, a confronto con le 280 specie di pesci e 500 di molluschi dell’Atlantico orientale. Le acque del Brasile ospitano 3000 specie di pesci d’acqua dolce e la Tailandia più di 1000 specie. Più del 75% del pesce consumato dalle persone viene dalle specie libere esistenti negli ecosistemi naturali, mentre la produzione ittica industriale, o acquacoltura, è il settore a più alta crescita della produzione globale di pesce; nei paesi tropicali, la crescita maggiore spetta alla produzione di gamberi. A livello globale, più della metà del consumo di gamberi e salmoni è prodotto industrialmente anziché essere pescato in mare.

La cattura globale di pesce è aumentata di quattro volte negli ultimi quarant’anni. Questa enorme produzione è stata resa possibile dalla diffusione dei pescherecci industriali, che usano grosse reti a strascico per catturare il pesce, con l’impiego di circa 3,5 milioni di chilometri di filo sintetico all’anno. A causa di tali attività, secondo la Fao, il 70% circa delle risorse ittiche è minacciato da iperpesca o è esaurito. Questi pescherecci usano reti che tirano su interi banchi di pesci, molti dei quali hanno un grande valore per gli ecosistemi, ma nessun valore commerciale. Le specie che non hanno valore sui mercati globali, o non sono della giusta misura per la commercializzazione e il confezionamento, muoiono e sono ributtate in mare. Come ha spiegato The Ecologist, lo scarto globale annuo nelle aziende ittiche commerciali può essere stimato in 27 milioni di tonnellate, equivalente in peso a più di un terzo del pescato commerciale globale.

Le drammatiche conseguenze della pesca industriale su scala mondiale sono trattate in un interessante film documentario realizzato da Rupert Murrey, intitolato The End of the Line, il cui link al trailer è riportato di seguito.

Fonti articolo:

Rifkin Jeremy, 2001, Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne, Mondadori, Milano.

Shiva Vandana, 2001, Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma.

Pollan Michael, 2014, Il Dilemma dell’Onnivoro, Adelphi, Milano.

Oppenlander Richard A., 2012, Comfortably Unaware: what we choose to eat is killing us and our planet, Beaufort Books, New York City.

Global Warming of 1.5 ºC — (ipcc.ch)

What aquaculture could mean for fish populations (theecologist.org)

Cambiamenti climatici e territorio. Pubblicato lo Special Report IPCC | IPCC – Focal Point Italia (cmcc.it)

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