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CAMBIAMO IL MONDO NON IL CLIMA. INTERVISTA AL PROFESSORE RENZO VALLONI

CAMBIAMO IL MONDO NON IL CLIMA. INTERVISTA AL PROFESSORE RENZO VALLONI

di Giulia Zini

Il pianeta urla, ma non l’ascoltiamo. Da decenni il cambiamento climatico è all’attenzione dei media e delle pubbliche opinioni, eppure continuiamo ad ignorare il pericolo, come se appartenesse a un futuro lontano. Certo, qualcosa è successo e sta succedendo. Il Green New Deal lanciato dalla Comunità Europea. Ma soprattutto la comparsa di Greta Thunberg e dei Fridays for Future, con milioni di giovani che hanno invaso le piazze di tutto il mondo con la richiesta immediata di politiche attive in campo ambientale, ovvero leggi e sanzioni, che abbiano respiro globale e locale, capaci di guardare ai grandi temi, ma con azioni dirette e coordinate ai diversi piani territoriali.

Da qui inizia la nostra conversazione con il professore Renzo Valloni, geologo e docente presso l’Università di Parma e coordinatore scientifico del Cea ( Centro Etica Ambientale), che ricordandoci e segnalando la complessità del fenomeno, ci indica anche cosa si può e deve fare nella dimensione vicina, quotidiana. Quella che peraltro ci colpisce personalmente e ci responsabilizza, inducendoci a cambiare comportamenti e abitudini. Perché se è un’emergenza planetaria la lotta alla plastica e lo sfruttamento dell’Amazzonia, la è altrettanto la qualità dell’aria che respiriamo nelle città emiliane e il cambiamento climatico che c’è stato a Parma negli ultimi trent’anni.

Quali sono i fattori che maggiormente conducono al cambiamento climatico? In che modo capiamo che il mutamento sia causa diretta dell’uomo?

<<I rilievi da satellite e altre tecnologie di misura dei parametri ambientali sono oggi molto precisi ed è definitivamente chiarito che il Cambiamento Climatico in atto è indotto dall’attività dell’uomo. Anidride carbonica da combustibili fossili, protossido di azoto da trasporti e metano da allevamenti intensivi sono i principali gas che accumulandosi in atmosfera intrappolano l’energia solare riflessa dalla terra e provocano il cosiddetto effetto serra. Anche se i loro effetti sono di diversa intensità  (es. il metano ha un effetto serra particolarmente alto), il loro contributo viene ricalcolato nelle equivalenti quote di anidride carbonica, per cui si parla sempre di gas CO2-equivalenti. Fra gli altri responsabili dell’accumulo di CO2 in atmosfera, esercita un particolare ruolo la deforestazione che, assieme agli incendi boschivi, incide per il 20% circa. La quantità di questi gas, detti climalteranti, sta subendo una crescita a partire dalla cosiddetta industrializzazione che, relativamente alle sue emissioni in atmosfera, si fa convenzionalmente coincidere con l’inizio del 19° secolo. In ultimo, secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), “negli ultimi decenni i gas serra in atmosfera sono aumentati a livelli che non hanno precedenti negli ultimi 800.000 anni”>>.

Per smantellare alcune idee complottiste. Come possiamo distinguere il Cambiamento Climatico in atto dagli altri cambiamenti avvenuti nella storia recente della terra?

<<Per essere rigorosi è bene attenersi agli ultimi 2000 anni, un tempo in cui si possono fare paragoni basati sui numeri oltre che sulla cronachistica. Nelle fluttuazioni climatiche degli ultimi 2000 anni, sono ben noti il Periodo Caldo Romano, anche più caldo di quello attuale, il Periodo Caldo Medievale e il Periodo freddo della cosiddetta Piccola Età Glaciale. La prima grande differenza è che il riscaldamento attuale interessa in modo sincrono l’intero pianeta, mentre le fasi climatiche appena citate hanno riguardato solo una parte del pianeta e comunque non sono state sincrone nei continenti. Ad esempio il Periodo Caldo Medievale (X-XII secolo) ha interessato meno del 50% del pianeta mentre i picchi freddi della Piccola Età Glaciale hanno prima interessato la regione pacifica (XV secolo), poi l’Europa (XVII secolo) e infine altre regioni nel XIX secolo. Sempre attenendoci agli ultimi 2000 anni, un tempo in cui si dispone di studi basati su numerosi indicatori climatici (es. isotopi dell’ossigeno e CO2 atmosferica intrappolati nella neve dei ghiacciai), risalta una seconda grande differenza: la rapidità della variazione (es. aumento temperature) che caratterizza questi ultimi decenni rispetto ad ogni altra fase climatica degli ultimi 2.000 anni. Per riassumere, ciò che distingue questo cambiamento dai precedenti sono: rapidità del riscaldamento e sua manifestazione contemporanea sull’intero globo. Non facciamoci confondere da discorsi semplicistici tipo “la terra ha sperimentato grandi sconvolgimenti climatici neppure paragonabili al cambiamento attuale”. Certamente, prendendo ad esempio gli effetti locali dell’ultima glaciazione, che ha avuto il suo acme 20.000 anni fa, il paesaggio della pianura di Parma era diverso al punto da non essere neppur minimamente riconducibile a quello attuale. Inoltre, questi periodi climatici sono controllati da una ciclicità astronomica, che modula fortemente l’entità dell’insolazione. In sostanza, si parla di forzanti climatiche di tutt’altra natura e dimensione>>.

Perciò quali sono i cambiamenti principali del clima ad oggi?

<<Uscendo dal generico, vorrei citare quanto si sta registrando sul nostro territorio. Considerando gli ultimi 30 anni, dal 1991 al 2020, ciascun decennio supera nettamente il decennio precedente in quanto ad aumento delle temperature e crescente frequenza di eventi meteorologici estremi.

Le ondate di calore estive e prolungati periodi siccitosi sono connessi all’aumento delle temperature, mentre in collegamento ai sempre più comuni eventi meteorologici estremi si hanno: piogge violente, che determinano alluvionamenti anche urbani, come avvenuto nell’ottobre 2014, trombe d’aria con cadute di alberi e grandinate con conseguenze gravi in particolare per l’agricoltura>>.

Esistono già conseguenze dirette per l’uomo?

<<Per rimanere pratici, faccio riferimento allo specifico contesto ambientale di Parma e territori affini e mi limito ai rischi per la salute e la sicurezza delle persone. Le principali pressioni esercitate dal cambiamento climatico sono tre: ondate di calore, inquinamento atmosferico e precipitazioni estreme. Gli effetti dei primi due sono molteplici, fra cui: malessere umano e animale con acutizzazione delle patologie nei soggetti deboli, riduzione del comfort indoor sia in casa che a lavoro, riduzione vivibilità outdoor per stazionamento del particellato fine, inquinamento da ozono e insetti molesti, infine, un generale deterioramento del cosiddetto ecosistema urbano. Gli effetti degli eventi meteo estremi possono consistere in ferimenti e perdite vite umane, devastazione di proprietà pubbliche e private, interruzione dei servizi pubblici e sospensione di attività economiche>>.

In che modo il cambiamento del clima incide, invece, sui diversi ecosistemi? Ce ne sono alcuni più colpiti rispetto ad altri? Quali i più a rischio?

<<Il tema è molto complesso. È comprensibile che l’aumento delle temperature e gli eventi meteo estremi siano forzanti, le quali stressano gli ecosistemi più delicati e hanno come primo effetto la riduzione della biodiversità. Per fare delle citazioni, me la cavo con una classifica essenziale basata sull’entità del danno procurato a livello globale anche a causa dell’estensione che hanno questi ecosistemi. Senza stabilire delle priorità, si possono elencare i seguenti cinque ecosistemi: glaciato dalle alte latitudini (detto Artico), montano di alta quota (detto Alpino), foresta pluviale, aree umide (deltizie intertidali ecc.) e barriere coralline>>.

Secondo le previsioni attuali: come potrebbe mutare la geografia del Mondo? E in quanto tempo?

<<Ci sono regioni del mondo, già ben identificate, oggi colpite duramente dagli effetti del cambiamento climatico. Quasi senza eccezione esse ospitano le popolazioni più povere che, in tempi difficili da valutare, produrranno ondate di migrazioni climatiche. Nell’Africa sub-sahariana agricoltura e zootecnia stanno morendo per il caldo e la mancanza d’acqua. Nel delta del Mekong la produzione di riso va progressivamente persa per la risalita in falda dell’acqua salata sotto la spinta dell’innalzamento del livello marino. Quest’ultimo, assieme all’estremizzazione delle tempeste, sta mettendo in ginocchio le popolazioni del Bangladesh, ripetutamente colpite dalle inondazioni. Infine le tempeste, dette tifoni, sempre più frequenti e intense, stanno devastando il territorio delle Filippine con perdite di molte vite umane>>.

Parlando della recente installazione newyorkese: Il Climate Clock. Esso segna gli anni che ci dividono dal “punto di non ritorno” per agire in favore del nostro Pianeta. Cosa rappresenta effettivamente quella data?

<<In realtà non è un semplice conto alla rovescia. È un duplice messaggio, che ci spinge a essere proattivi, in quanto ci indica anche la soluzione. Si tratta di due numeri, il primo su sfondo rosso è un conteggio in anni, il secondo su sfondo verde è una percentuale. Il conteggio in anni si basa su due assunzioni: 1. limite massimo al riscaldamento globale di 1.5 °C rispetto all’epoca preindustriale e 2. mantenimento agli attuali tassi delle emissioni in atmosfera. Con questi vincoli, entrando nel 2021 ci restano 7 anni circa per intervenire ed evitare il superamento degli 1.5 °C raccomandato dalla COP di Parigi. La percentuale su sfondo verde, indica l’ammontare dell’energia mondiale attualmente fornita da fonti rinnovabili, a inizio 2021 pari a circa 28%. Questa è la soluzione: l’obiettivo 100% da raggiungere prima che scocchi lo zero sullo sfondo rosso >>.

Sono conosciuti, ad oggi, metodi che potrebbero arrestare il cambiamento climatico?

<<A parte le proposte, che definirei temerarie e comunque eticamente sbagliate, dei cultori della cosiddetta Ingegneria Climatica, o Geoingegneria, basate su soluzioni tecnologiche per, ad esempio, riduzione della radiazione solare e il conseguente assorbimento dell’insolazione sulla superficie terrestre, la strada da seguire è perfettamente nota: dobbiamo rapidamente ridurre le emissioni di gas climalteranti  e aumentare l’uso di rinnovabili e l’efficienza energetica, che per la mobilità significa motori elettrici e a idrogeno, fermare la deforestazione e riforestare. Non a caso, non mi appello al “cominciamo da noi stessi”, ai nuovi stili di vita da praticare, ai quali comunque asseriscono quote crescenti di cittadini. È ora che i governanti si tolgano la benda dagli occhi; è la loro inazione che ha gli effetti più nefasti, i comportamenti virtuosi dei singoli raggiungerebbero il risultato oltre il tempo massimo che ci è concesso dal Climate Clock>>.

Pensa che la pandemia in atto possa essere ricondotta al cambiamento Climatico?

<<La pandemia Covid-19 non è un effetto diretto dei cambiamenti climatici in atto. Tuttavia, diverse Agenzie ambientali stanno indagando sulla possibilità che alcune conseguenze dei cambiamenti climatici, in particolare l’allarmante declino della biodiversità che mina le autodifese all’interno dell’ecosistema uomo-natura, possa essere un fattore che ha favorito il salto di specie del virus dall’animale all’uomo. Certamente epidemia Covid-19 e Crisi Climatica agiscono sulla popolazione umana in modo molto simile: entrambi impattano preferenzialmente le persone fragili per età e stato di salute e le comunità più povere>>.

Concludendo, che valore ha la notizia giunta di recente dall’Omm sulla chiusura del buco dell’ozono in Antartide? Cos’ha contribuito alla sua chiusura? Ci sono delle relazioni col Cambiamento Climatico in atto?

<<Questa sua ultima domanda mi consente di accennare alle responsabilità dei media, che saranno anche le sue personali da futura professionista. I mezzi d’informazione hanno recentemente ripreso un comunicato dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale in cui si diceva che intorno a Natale il buco dell’ozono si era finalmente chiuso. I termini semplificati con cui la notizia è stata ripresa dalle Agenzie a fini comunicativi e le odierne necessità di informare in modo sintetico stanno confondendo l’opinione pubblica.

In realtà il buco nell’ozono è sempre presente. Capiamoci. E’ vero che tutti i Paesi si stanno impegnando per ridurre l’emissione di gas clorofluorocarburi (CFC), ad esempio i gas già impiegati nei circuiti refrigeranti, responsabili del danno. Dobbiamo però sapere che il buco si apre e chiude con una ciclicità annua! Nell’Antartico il buco si sviluppa nel tardo inverno australe, cioè a settembre-ottobre, per solitamente chiudersi tra fine novembre – inizio dicembre.

Cosa contribuisca alla sua chiusura, che ho detto essere ciclica, è perfettamente noto. Non si evidenziano relazioni dirette con il riscaldamento globale in atto ma si sa che è controllato dalle variazioni della temperatura della stratosfera. Le temperature più alte della stratosfera contrastano il processo di impoverimento dell’ozono. È proprio a causa delle temperature stratosferiche anomalmente calde del 2019 che l’8 settembre il buco ha stabilito il record della sua estensione minima pari a oltre 16 milioni di chilometri quadrati, che comunque sono 50 volte la la superficie dell’Italia.

Prepariamoci quindi alla riapertura del buco nel settembre 2021 e intensifichiamo i nostri sforzi per contrastare l’impiego dei CFC, estremamente dannosi per lo strato di ozono ma anche potentissimi gas serra visto che una unità di gas CFC equivale a migliaia di unità CO2>>.

Per maggiori informazioni consultare  il sito    https://www.centroeticambientale.org/

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