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ANCHE TRA I RESTI DI AMIANTO NASCONO PIANTE. LA STORIA DI “NOVA AMBIENTE” E DELLE SUE MILLE TONNELLATE DI RIFIUTI.

ANCHE TRA I RESTI DI AMIANTO NASCONO PIANTE. LA STORIA DI “NOVA AMBIENTE” E DELLE SUE MILLE TONNELLATE DI RIFIUTI.

di Simona Ambruosi

E’ dal 2015 che mille tonnellate di rifiuti speciali sono stipati in un’area industriale brianzola. Lo scarica barile tra le aziende di smaltimento e le amministrazioni comunali di Nova Milanese era passato in secondo piano da un pezzo. I container, dunque, sono stati abbandonati da tutti: fino al violento incendio che si è propagato nel maggio 2020, che per poco, non causava un disastro ambientale.

L’azienda di recupero e stoccaggio di rifiuti industriali Nova Ambiente, con sede a Nova Milanese, un comune della bassa Brianza, è fallita nel 2015. Se più di cinque anni fa qualcuno avesse scattato un’istantanea dell’area e dei capannoni dell’azienda, non sarebbe stata poi tanto diversa da come è ora. Il logo sgualcito all’entrata prepara allo stato d’abbandono: solo un cancello divide l’area industriale con una discarica a cielo semi-aperto. Sì, perché un ammasso di rifiuti noi tutti ce li immaginiamo accatastati, gettati lì, in disordine. Ci immaginiamo di dover fare lo slalom tra cavi, tubi e materiali metallici: e invece no. All’interno di capannoni “chiusi” (solo perché muniti di porta e un tetto, ma tranquillamente accessibili per chi ha un po’ di forza nelle braccia) parte di questo materiale è contenuto all’interno di container, altri rifiuti in sacchi o ancora in vasche di contenimento. E ad occhio nudo, può dare l’impressione che sia tutto completamente innocuo. Il naso, però, percepisce qualcosa: odori non classificabili con quelli conosciuti.

Questo, è il risultato di un’azione di un curatore fallimentare furbetto. Di un’azienda che trattava rifiuti speciali, lui ha deciso che fosse più conveniente non ammetterli al passivo: infatti, per quello che c’è scritto nell’istanza di autorizzazione alla non acquisizione, «la procedura avrebbe comportato più costi che benefici». Così, mille tonnellate di vernici, solventi, agenti di laboratorio, fusti contenenti radioattività e anche amianto sono stati abbandonati all’interno dei capannoni. Senza nessuno che curasse il loro stato.

Fino al 12 maggio del 2020: per motivi ancora da chiarire, dello spiazzo di fronte ai capannoni, è divampato un incendio. Sono andati a fuoco alcuni materiali di consumo utilizzati dall’azienda prima del fallimento. Bidoni di grasso per impiego meccanico e bancali contenenti bombolette di colla spray e scotch adesivo: malgrado il terribile odore, per fortuna, nulla di tossico. Sul posto sono accorsi tre distaccamenti dei Vigili del Fuoco del Comando di Monza e i più alti vertici della Compagnia dei Carabinieri di Desio. Le fiamme sono state domate, ma non è tardato ad arrivare il parare dei pompieri: «Siamo stati fortunati. Se il fuoco avesse raggiunto i capannoni avremmo dovuto evacuare cinque comuni». E poi si è dato all’ironia, anche se un po’ amara: «Abbiamo chiesto ai vicini di non chiamarci se succede».

I riflettori si sono finalmente accesi su una questione in sospeso da tempo. Il Comune è deciso e notifica poco dopo un’ordinanza: «Quei rifiuti devono andare via da lì». Ma alcune questioni tecniche al riguardo non consentono un’operazione di questo tipo: i silos hanno un codice, ma nessuno sa esattamente se questo corrisponde al contenuto. Senza pensare, inoltre, di come il materiale si possa essere deteriorato o possa aver cambiato stato in così tanti anni. Per ultimo, ma non meno importante, il costo: 250 euro a tonnellata. Insomma: nessuno si farebbe carico di una responsabilità e di una spesa del genere per fare un favore al Comune. Infatti, dopo le prime conferenze dei servizi, la soluzione sembrerebbe essere un’altra: riattivare l’impianto.

Tra le più disparate ipotesi sul futuro dell’ex stabilimento di Nova Ambiente, intanto, la Natura ha voluto dire la sua: “inaspettatamente, tra i resti deteriorati di amianto, stanno crescendo piante”.

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