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FAST FASHION, IL LATO OSCURO DELLA MODA

FAST FASHION, IL LATO OSCURO DELLA MODA

di Camilla Bernardoni

 

Troppo abituati a comprare, comprare, comprare… per poi? Buttare. Abbiamo a disposizione un’infinità di prodotti… eppure, non ci sentiamo mai completamente appagati.

Siamo sicuri che la vera felicità sia continuare ad acquistare? Ma è poi anche felicità per il nostro pianeta?

 

Intrecci etici è un documentario che denuncia il problema del sovraconsumo e della sovrapproduzione legati all’industria tessile, con focus sul fast fashion: fenomeno che ha reso il mercato della moda un settore ormai insostenibile, sia da un punto di vista etico che ambientale.

Uno studio pubblicato su Nature Reviews & Environment mette in luce un dato allarmante: l’industria della moda è responsabile di più di 92 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno oltre ai 79 trilioni di litri di acqua consumata. Inoltre, WWF parla di 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno e stima che nel 2030 arriveremo ad un fabbisogno d’abbigliamento di 102 milioni di tonnellate (rispetto ai 62 milioni del 2015).

Fonte: https://www.infosostenibile.it/notizia/le-ombre-della-fast-fashion

Intrecci etici si pone quindi l’obiettivo di mettere a conoscenza i consumatori del lato oscuro della moda e di renderli consapevoli del fatto che, attraverso i loro acquisti, scelgono continuamente se finanziare imprese e brand poco sostenibili, rischiando quindi di contribuire ad alimentare un business tutt’altro che etico e rispettoso.

 

Che cosa significa fast fashion?

Si tratta di una moda fast, quindi veloce: lancia nuove collezioni di continuo, in tempi brevissimi, e soprattutto a prezzi molto ridotti. Una vera e propria esca per i consumatori che, acciecati dai prezzi convenienti, sono incoraggiati a fare acquisti più frequentemente, senza porsi domande sul prezzo stracciato presente sul cartellino.

In poco tempo ci si ritrova però ad accumulare vestiti, scarpe e accessori di cui ci si stufa in fretta o che, peggio ancora, si è costretti a buttare molto presto perché danneggiati dopo poco tempo d’utilizzo. Vi siete mai chiesti il perché?

Per vendere un capo d’abbigliamento ad un prezzo così basso, significa che le grandi catene del fast fashion optano per una produzione a basso costo: non solo in termini di materie prime e fibre di bassa qualità, ma anche di manodopera. I lavoratori di questa filiera non sono infatti adeguatamente tutelati, in termini di sanità, sicurezza e di salario: sono sottopagati e sottoposti a condizioni lavorative pessime.

Fonte: https://www.robadadonne.it/175353/fast-fashion-vestiti-uccidendo-pianeta/

Nel documentario viene analizzato il modello di business del fast fashion, ovvero il make to stock (MTS): si basa sulla previsione della domanda d’acquisto e sulla produzione in grandi quantità, in modo tale da avere sempre una scorta sufficiente in magazzino. Lo scopo è quello di non correre il rischio di ritrovarsi sprovvisti e impreparati alla domanda sempre più elevata da parte dei consumatori, ormai sempre più ricettivi e sensibili alle nuove mode. Tuttavia, il MTS causa una sovrapproduzione ed un eccesso di scorte in magazzino che rappresenta quindi merce invenduta, ovvero abbondanza di rifiuti.

 

La rivoluzione del slow fashion in Italia

Il documentario raccoglie le voci di esperti in materia, agricoltori, artigiani e imprenditori del settore slow fashion in Italia, i quali rappresentano una prova concreta di come sia possibile intraprendere un’attività sostenibile e rispettosa in termini di persone e ambiente.

In che modo? Ad esempio attraverso il recupero dell’artigianalità a km0, del made in Italy e del handmade (Carolina Emme; Mario Doni; Rifò); grazie alla lavorazione di fibre e filati naturali, non sintetici, quindi di prima qualità (Berto Industria Tessile; Maeko); recuperando tessuti di fine serie o riciclando materiali di scarto di produzione e di grandi magazzini, dando loro una seconda “vita” (Progetto Quid); aprendo un negozio vintage o second hand, “rispolverando” e rivalorizzando quindi capi di seconda mano (Diorama Boutique); aprendo una piattaforma online che orienta ad un acquisto più etico e responsabile (Il Vestito Verde).

Ad oggi l’economia della moda è di tipo lineare, i nostri vestiti hanno un proprio ciclo di vita: sono pensati per essere disegnati, prodotti, indossati ed infine buttati. In questo modo il cliente è spinto ad acquistare un prodotto nuovo.

L’industria della moda del futuro dovrebbe al contrario adottare un modello di business circolare, il cosiddetto Make to Remake. I capi che andrebbero (o sono già stati) buttati dovrebbero essere pensati come una risorsa: un rifiuto a cui dare una seconda vita, da riutilizzare e rivalorizzare oppure da rigenerare, grazie al recupero e alla lavorazione dei suoi materiali tramite le tecnologie di cui oggigiorno disponiamo.

I protagonisti di Intrecci etici, attraverso i propri progetti imprenditoriali, ne sono i precursori e dimostrano che la moda per essere sostenibile dev’essere innovativa, ma anche tradizionalista. Deve cioè recuperare l’artigianalità che caratterizzava la moda prima del fast fashion – e nel nostro caso anche del made in Italy – che mirava a produrre capi di qualità, pensati anche per durare nel tempo.

Significa quindi adottare la strategia del make to order in cui la produzione inizia solo al momento dell’ordine da parte del cliente. Questo comporta non avere a disposizione il capo desiderato nell’immediato, avendo tuttavia la possibilità di personalizzare il prodotto, di averlo fatto su misura, evitando quindi che vi sia merce invenduta o sprechi di materie prime. Inoltre, occorre portare avanti valori come il rispetto, sia verso i propri lavoratori sia verso l’ambiente, e la trasparenza nei confronti dei consumatori.

Fonte: https://wtvox.com/fashion/slow-fashion/

E se vi dicessi che la più grande responsabilità ricade su di noi consumatori?

Nel momento in cui scegliamo di acquistare un prodotto di un brand del fast fashion, ne diventiamo automaticamente complici. Occorre quindi iniziare a comprare meno e meglio, prediligendo marchi che si fanno portavoce di una filosofia etica e sostenibile.

Per farlo, occorre in primo luogo imparare a leggere correttamente le etichette e non lasciarsi ingannare. Il cosiddetto greenwashing (letteralmente “spennellata verde”) contraddistingue infatti quei brand che, attraverso richiami occasionali al tema green, riescono a costruirsi una reputazione eco-friendly agli occhi dell’opinione pubblica, senza però esserlo davvero al 100%.

Il prezzo sul cartellino parla chiaro: se un prodotto viene venduto ad un pezzo stracciato, è importante chiedersi il perché. Molto probabilmente cela un retroscena poco etico in termini di lavoratori e di catena di produzione.

Spesso però, il problema consiste proprio nel fatto che le etichette non riportano tutte le informazioni necessarie al consumatore per compiere questo tipo di valutazione. Anche in questo caso, sta quindi a noi consumatori pretendere in primis una maggiore trasparenza dai marchi che amiamo. Anche i brand di moda, infatti, ascoltano e assecondano le richieste dei propri clienti, orientandosi di conseguenza.

È giunto il momento di diventare consapevoli del fatto che abbiamo il potere di cambiare le cose: se tutti insieme, nel nostro piccolo, iniziassimo a denunciare il fast fashion, cambiando il nostro comportamento d’acquisto e prediligendo quanto possibile brand slow, trasparenti e sostenibili, anche la filosofia dell’intera industria della moda tornerebbe ad essere etica.

In termini di inquinamento e rifiuti, per fare davvero la differenza dovremmo smettere di comprare e comprare, ma aprire il nostro armadio e rispolverare vecchi capi a cui potremmo dare una nuova vita riadattandoli al nostro stile; oppure acquistare capi vintage e di seconda mano.

I benefici sarebbero molteplici: salvare il pianeta, garantire maggiori diritti ai lavoratori del settore moda, ma anche ridare valore a quello che si indossa. Si tratterebbe di imparare ad accontentarsi un po’ di più, tornare a riconoscere il valore dell’essenziale e anche della gratitudine; ma anche ritrovare o costruirsi una propria identità attraverso il proprio modo di vestire, che tornerebbe quindi ad essere unico e non più conformista.

 

 

 

Per vedere il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=nb1qTa0eSHM

Per avere maggiori informazioni sul documentario: https://www.intreccietici.it/documentario/

Per conoscere i protagonisti del documentario, ovvero le iniziative e le attività imprenditoriali dello slow fashion in Italia: https://www.intreccietici.it/protagonisti/

 

Foto copertina: https://dressthechange.org/

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