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Almeria: una megalopoli di serre

Almeria: una megalopoli di serre

di Maria Cristina Mazzei

 

Oltre 40 mila ettari di serre solo serre. Una vera e propria megalopoli (per farci un’idea, Milano ha una superficie di 181 km quadrati =18 mila ettari) visibile addirittura dallo spazio.

 

Nel 2014, l’astronauta spagnolo Pedro Duque ha dichiarato che “l’unica opera umana che si vede chiaramente dallo spazio non è, come si dice, la Grande Muraglia cinese o le piramidi in Egitto ma il mare di plastica di Almeria”. La provincia dell’Almeria, storicamente una delle più povere e depresse della Spagna, è diventata nel corso degli ultimi anni la provincia più ricca dell’Andalusia. Il cosiddetto “miracolo dell’Almeria” incentrato sulla crescita esponenziale del settore primario ha dato vita al più grande distretto agroalimentare per la produzione di ortofrutta al livello continentale.

 

L’Almeria da terra arida a fertile

 

Dal più grande orto d’Europa, ogni anno vengono letteralmente tirati fuori con la forza delle tecnologie agroindustriali oltre tre milioni di tonnellate di ortofrutta, destinati in gran parte ai mercati esteri.

Prima della scoperta dell’oro verde, il campo Dalìas dove oggi si concentra la maggior parte della produzione agricola è sempre stata  una delle aree più emarginate e depresse. L’endemica siccità e aridità del suolo hanno reso sempre difficile perfino l’insediamento di un’agricoltura familiare e di sussistenza. La situazione di questo terra desolata si modificò quando nel 1953 tramite l’approvazione di un decreto, l’Istituto Nazionale di Colonizzazione avviò una campagna di trivellazioni che permise lo sfruttamento delle falde acquifere che scorrevano solto il campo. Fu avviato così un piano di espropriazione, assegnazione e accesso a credito agevolato per l’acquisto delle terre e delle case coloniche.

 

L’agricoltura industriale e Agribusiness

L’Almeria è un vero e proprio ecomostro dell’agricoltura industriale. Gli “invernaderos” (le serre) non sono nient’altro che dei laboratori chimici, sempre più tecnologicamente avanzati, volti all’aumento della produttività attraverso un controllo ottimale di temperatura, ventilazione, umidificazione con sistemi computerizzati di controllo nell’immissione di insetticidi, pesticidi, fertilizzanti. La produzione di frutta e verdura -ridotta a mera mercificazione-  è il risultato di una continua guerra chimica e di un processo di puro sfruttamento della terra. Con le sue serre l’Almeria sta insterilendo il suolo, sta uccidendo la biodiversità, sta prosciugando le sue acque. In una parola sta autodistruggendosi.

Incuranti del male, le grandi corporation dell’agribusiness -dato il miracolo dell’Almeria- hanno iniziano ad aprire sedi e uffici nella provincia. Questi supportano gli agricoltori nella scelta e nei processi di produzione attraverso la sperimentazione e la commercializzazione dei cosiddetti semi ibridi, volti all’ottimizzazione della resa ma soprattutto alla creazione di un legame di estrema dipendenza che costringe il contadino ad acquistare perennemente nuovi semi.  Per sfuggire anche ai contadini più furbi che utilizzano i semi brevettati senza pagare i giusti diritti, le multinazionali hanno dato vita ai semi Terminator: dei semi sterili OGM, non tenendo in considerazione che ciò potesse significare perdita della sovranità alimentare e gravi rischi per l’ambiente.

Il profitto dell’industria economica appare essere ad oggi l’unico scopo perseguito.

 

Agricoltura intensiva e Migranti

Oltre a distruggere l’ambiente, l’Almeria è accusata di ridurre a schiavitù i braccianti agricoli.

Nel corso dei primi anni del miracolo di Almeria, gli alti rendimenti delle serre hanno permesso ai braccianti proletari di intraprendere una rapida scalata sociale, che si è tradotta in un allontanamento dalla vita dura delle serre. Le generazioni dei “primi coloni” sono state così sostituite dai migranti. L’Unione Europea – a tal proposito- ha iniziato a sostenere, come attestato dalla direttiva comunitaria del 26 febbraio 2014 n. 2014/36/UE, le cosiddette “migrazioni circolari” o stagionali. Un modello quest’ultimo aspramente criticato da associazioni e vari movimenti sociali, che definiscono queste migrazioni stagionali delle vere e proprie forme di schiavitù legalizzata. Sono molti i braccianti agricoli -delle serre dell’Almeria- costretti a vivere in condizioni poco dignitose in luoghi insalubri, privi di servizi igienici, energia elettrica e acqua corrente. Proprio nel 2008 nella provincia Andalusa di Huelva vennero reclutati 40.000 lavoratori nel distretto della fragolicoltura. Questi ultimi, erano quasi tutte donne marocchine con figli a carico. Una condizione ideale questa per garantire l’affidabilità sul lavoro, la scarsa propensione alla fuga, ma soprattutto il ritorno al paese di origine.

I lati oscuri dell’Almeria sono veramente troppi per essere taciuti. Siamo sicuri di voler gridare ancora al miracolo economico? È proprio questo il dramma dei nostri tempi, saper distinguere tra un’economia portatrice di vita ed un’economia portatrice di morte.

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