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Il grande affare (sporco) del tonno rosso

Il grande affare (sporco) del tonno rosso

E’ un’inchiesta molto ben documentata della quale abbiamo dato già notizia nelle nostre quotidiane Daily News. Il contrabbando globale del tonno rosso è il tema di un approfondimento giornalistico curato da Irpi una testata indipendente e non profit di giornalismo investigativo transnazionale ( https://irpimedia.irpi.eu/chi-siamo/)

L’inchiesta analizza tutte le principali questioni  che investono la pesca del tonno rosso, che è tra le più importanti e redditizie a livello globale. Per questa ragione  una delle più regolamentate. A partire dal 2009, quando gli stock di tonno rosso si erano ridotti dell’80% a livello globale, la pesca a questa specie è stata consentita solo tramite l’assegnazione di “quote”, distribuite dalla Commissione internazionale Iccat, che ha anche creato e reso obbligatorio un sistema di osservatori indipendenti a bordo delle barche da pesca.

Tuttavia, nel tempo, il sistema è stato monopolizzato da poche aziende private e le irregolarità sanzionate dalle forze dell’ordine europee non sembrano mai coinvolgere gli osservatori, che invece dovrebbero essere il primo “sistema d’allarme” del settore. Profonde connessioni tra il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) e l’azienda che da dieci anni forma gli osservatori hanno dato vita in Italia a un sistema che sembra inscalfibile, e che si spartisce il controllo sul tonno rosso, il “re del Mediterraneo”.

L’inchiesta che riproponiamo non completamente è consultabile nella sua versione integrale su https://irpimedia.irpi.eu/tonno-nero/

E’ stata realizzata da Cecilia Anesi, Raffaele Angius, Simone Olivelli, Giulio Rubino. Hanno collaborato Marcos Garcia Rey e Victor Borg. Video& montaggio di Diego Parbuono

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L’ultima frontiera del pianeta è il mare. La pressione antropica su quello che per lunghi secoli è stato l’ecosistema più misterioso, negli ultimi anni è aumentata enormemente, ed è destinata ad aumentare ancora. Le attività umane che hanno conseguenze dirette o indirette sugli oceani sono moltissime, e tra queste una delle più eclatanti è la pesca industriale. Nonostante gli infiniti allarmi che più o meno regolarmente vengono lanciati, lo stato di salute dei nostri oceani resta in realtà un angolo cieco. Le ricerche sono costose e scarseggiano, le responsabilità sono difficili da attribuire, specie in acque internazionali, e anche dove si sono apparentemente fatti i passi più coraggiosi, l’industria ha trovato il modo di aumentare la propria influenza.

La forma di pesca industriale sulla quale oggi insistono i regolamenti più stringenti è sicuramente quella al tonno rosso del Mediterraneo. Addirittura, in ambito internazionale, questo settore si pone a esempio di come si potrebbe gestire in modo efficace e responsabile la pesca in generale.

Il tonno rosso, grande pesce migratorio di grandissima importanza per la salute complessiva degli oceani, è anche uno dei pesci la cui esistenza è da millenni intrecciata con la nostra. Soprattutto in Italia la pesca del tonno rosso costituisce una delle più antiche industrie in assoluto, ed è parte integrante della cultura di molte aree del Mediterraneo. Quando, a partire dagli anni Novanta, la pesca industriale ha cominciato a sfruttare selvaggiamente questa risorsa, la popolazione complessiva di tonno rosso ha cominciato a calare rapidamente: infatti, dopo un picco nel 1996, quando sono state catturate oltre 50 mila tonnellate di tonni rossi solo fra l’Atlantico e il Mediterraneo, le quantità hanno iniziato a calare assieme agli stock, tanto che nel 2009 erano scese a poco più di 21 mila tonnellate.

Quell’anno, Iccat, la Commissione internazionale per la conservazione dei tonni dell’Atlantico, ha dichiarato che il numero di esemplari di tonno rosso era diminuito di quasi l’80% a livello globale, e che per questo era necessario fermare del tutto le catture.

La Commissione Iccat ha lo scopo di per proteggere il tonno rosso e altre specie di tunnidi. Eppure, dal 2011 in poi in Europa, dove si pesca il 63% dei tonni rossi, i controlli sono passati gradualmente sempre più in mano ad aziende private, legate molto più al mondo della pesca che a quello della scienza, in una graduale transizione che mina alla radice l’indipendenza dei dati raccolti

Oggi pescare il tonno è vietato e solamente le imbarcazioni i cui armatori acquistano i diritti a delle “quote” sono autorizzate a prelevarne una limitata quantità. La quota globale per il tonno rosso atlantico nel 2010 era infatti di appena 12.900 tonnellate. Le quote rappresentano un’eccezione, un permesso speciale per sfruttare in maniera controllata una risorsa ritenuta tanto essenziale quanto a rischio. Sono quindi un privilegio concesso per salvare, assieme al tonno stesso, la parte umana di attività commerciale e di cultura che dipende da questa specie.

I limiti alla pesca

Le quote massime di cattura, anche dette TAC (Total Allowable Catches), di tonno rosso per il mondo e l’Italia stabilite dalla Commissione Internazionale per la Conservazione dei Tonni dell’Atlantico (Iccat).

Valori in Kg

Si è trattato della più grande ed efficace campagna a difesa di una singola specie attuata fino ad oggi. Per un breve periodo, tra quando è stato lanciato l’allarme estinzione e quando l’industria ha iniziato la sua controffensiva, il mondo intero ha accettato di frenare questo tipo di pesca e, in Italia, la guardia costiera stessa ha messo in campo un notevole impegno per fermarne la parte più distruttiva. Gli stock di tonno da allora sembrano essersi ripresi meglio del previsto e Iccat, in base ai dati che raccoglie ogni anno e al suo comitato scientifico che li elabora, ha gradualmente aumentato la quota globale fino alle 36 mila tonnellate del 2020. La rigorosa valutazione scientifica dei dati relativi alle catture è vitale per mantenere efficace lo sforzo di conservazione per questa specie. Ma nonostante i passi avanti la situazione continua a presentare numerose criticità. Il sistema dei controlli è compromesso e, di conseguenza, il mercato illegale vale ancora 12,5 milioni di euro all’anno, secondo le stime di Europol. Assieme a questo commercio illegale, naturalmente vengono anche altri reati: riciclaggio, corruzione, danni alla libera competizione e rischi per la salute pubblica.

Per quanto il Mediterraneo sia l’area dove si pesca più tonno al mondo, non è dove se ne consuma di più. È il Giappone, culla del sushi e del sashimi, a importare circa l’85% di tutto il tonno rosso pescato, pagando per le sue preziose carni prezzi quattro, cinque volte superiori a quelli del mercato italiano. Grazie al grande interesse del Paese asiatico, ma anche alla crescente richiesta di sashimi da Stati Uniti ed Europa, il prezzo del tonno rosso resta alto a livello internazionale: flessibile, fino a un massimo di 40 mila dollari a tonnellata per quello “selvaggio”, più stabile – tra i 22 mila e i 32 mila dollari a tonnellata per quello “allevato”.

Tonno rosso: il glossario

Il tonno però non si riproduce in allevamento. Va pescato col metodo della circuizione – reti di grandi dimensioni che consentono la cattura degli esemplari vivi – e poi trasferito tramite gabbie trainate da rimorchiatori fino agli allevamenti, che sono più che altro gabbie da ingrasso.

La presenza e la crescita di questi allevamenti ha influenzato ulteriormente il mercato in tutta Europa, per cui la quota destinata alle barche a circuizione è cresciuta enormemente. Nel Mediterraneo quasi tutto il tonno segue questa via “ideale”: dalla pesca a circuizione agli allevamenti e da questi al Giappone. Il valore globale di questo tipo di pesca è stato stimato, nel 2017, in oltre 800 milioni di dollari all’anno, di cui quasi 419 per la sola Europa.

Tarantelo, un’indagine ancora in corso

La più importante operazione di polizia che ha svelato come funziona il contrabbando di “tonno nero”, pescato cioè fuori dal sistema delle quote, si chiama Tarantelo, nome spagnolo che indica il taglio più prezioso del tonno. È stata coordinata da Europol e ha visto la partecipazione in primis della Guardia Civil, con il supporto di inquirenti italiani e maltesi. Il tonno infatti era commercializzato in Spagna ma allevato a Malta oppure pescato in Italia. Il trasporto in Spagna avveniva su gomma. L’operazione risale al 2018 e il processo è ancora in corso. Solo in Spagna ha finora coinvolto dieci aziende e 79 individui. Secondo fonti spagnole vicine all’indagine, Malta ha ignorato qualunque rogatoria rendendo così molto difficile la ricerca degli elementi indiziari.

Uno dei più importanti soggetti coinvolti in questa indagine è Ricardo Fuentes, proprietario della Ricardo Fuentes e Hijos, una delle principali holding del settore ittico a livello globale.

Possiede moltissime altre aziende e controlla la maggior parte degli allevamenti del Mediterraneo, inclusi diversi impianti a Malta. Fra questi c’è anche Mare Blu Tuna Farm Limited, allevamento sotto accusa all’interno dell’indagine Tarantelo. Lo stesso allevamento era finito al centro di un’inchiesta giornalistica del 2010, condotta dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). Secondo i giornalisti, dall’allevamento maltese di Fuentes proveniva parte del tonno che la stessa società spagnola gestiva in Croazia, in un allevamento all’epoca in comproprietà con Mitsubishi. La Commissione Iccat, hanno rivelato i giornalisti, ha costretto i proprietari a liberare 712 tonni pescati illegalmente. Per quanto nomini i responsabili della pesca fuori dal sistema delle quote, Tarantelo non indaga in alcun modo i controllori che non fanno rispettare le regole.

Come funziona il sistema di monitoraggio della pesca del tonno rosso

Per garantire il rispetto delle quote, la Commissione Iccat ha dato vita a diversi strumenti di controllo, tra i quali gli “eBCD” (electronic Bluefin Tuna Catch Documents): carte d’identità elettroniche dei tonni appena pescati che permettono di tracciarne l’origine una volta introdotti sul mercato. Un altro strumento è quello degli osservatori, professionisti che rappresentano il principale strumento di monitoraggio della pesca legale.

A bordo di ogni peschereccio titolare di una quota deve esserci infatti una figura indipendente, che controlli il rispetto delle regole durante tutte le attività di pesca. L’osservatore non è un ispettore, quindi non può fare multe né sanzioni. Può però riportare le proprie osservazioni a Iccat, che a sua volta ha facoltà di aprire un’indagine ed eventualmente sanzionare le infrazioni.

L’intero piano per la conservazione e la ripresa degli stock ittici di tonno rosso si poggia principalmente sull’efficacia del sistema-osservatori, giacché non ci sono (o non ci sono più) altre figure titolate a tenere sotto controllo questo sistema di pesca.

Esistono due tipi di osservatori: quelli cosiddetti “regionali”, che lavorano a bordo delle barche a circuizione e delle fattorie di ingrasso e sono gestiti da Iccat tramite un consorzio di due aziende terze (la francese Cofrepeche e l’inglese MRAG), e quelli nazionali, che lavorano nelle tonnare fisse, sui “palangari” e sui rimorchiatori che portano le gabbie con i tonni vivi dalle barche a circuizione fino agli allevamenti.

Secondo i regolamenti di Iccat, a cui l’Unione europea aderisce, la responsabilità degli osservatori nazionali ricade sui singoli Stati e il programma di osservazione è co-finanziato in Europa con le risorse del Fondo europeo per la politica marittima e la pesca (Feamp), uno dei cinque fondi strutturali che l’Unione Europea dedica alla pesca.

In Italia, nel 2009, il Centro di controllo nazionale pesca, organismo della Guardia Costiera, si era assunto il compito di provvedere agli osservatori, allestendo un programma di controllo con 89 ispettori accreditati sia come osservatori Iccat, sia come agenti di polizia giudiziaria in caso di indagini. L’anno successivo, però, l’esperienza si è chiusa per la mancanza dei fondi. È da allora che è nato il mercato privato della formazione degli osservatori.

Secondo le carte di Tarantelo sono gli allevamenti il luogo dove avviene il grosso delle illegalità. Le gabbie da ingrasso, ancorate al largo, sono infatti relativamente difficili da controllare. Per quanto gli allevamenti siano seguiti dagli osservatori, questi sono presenti solamente durante le operazioni di trasferimento dei tonni, sia in ingresso sia in uscita. Questo lascia ampi spazi senza controllo in cui, secondo le indagini, vengono messi in atto i più svariati sistemi per nutrire il mercato nero.

Il trucco più comune consiste nel dichiarare meno tonni di quelli che sono realmente entrati nelle gabbie, così che la differenza possa essere dirottata sul mercato nero. Un altro è di venderli e trasferirli senza la presenza, obbligatoria, dell’osservatore per poter poi dichiarare che sono scappati a causa del cattivo tempo  (…)

 

Un altro sistema ancora è quello di dichiarare un aumento di peso degli esemplari in cattività estremamente elevato, irrealistico secondo gli esperti di Iccat che stimano che la crescita del peso dei tonni possa andare dal 25 al 55% massimo nel periodo di ingrasso. Di fatto questa giustificazione serve solo a nascondere l’introduzione illegale di altri tonni nella stessa gabbia, fuori dal controllo dell’osservatore.

Ognuno di questi sistemi richiede però o che si usi estrema attenzione nel tenere l’osservatore all’oscuro di tutto oppure che l’osservatore stesso sia connivente con l’allevatore. Quale dei due scenari sia prevalente è difficile da stabilire, da un lato perché le indagini (Tarantelo inclusa) si sono concentrate sempre su armatori e allevatori e non hanno mai messo in discussione il ruolo degli osservatori; dall’altro perchè non a tutte le segnalazioni fatte dagli osservatori corrisponde la possibilità per Iccat o per i governi nazionali di avviare ispezioni approfondite e tempestive. Una volta che i tonni illegalmente catturati o venduti sono fuori dall’allevamento, infatti, è quasi impossibile raccogliere prove certe degli illeciti.

(….)

I guardiani del tonno rosso

A causa delle dimensioni – lunghezza di circa 3 metri, peso oltre i 400 chili – il tonno rosso è chiamato da molti “il re del Mediterraneo”. Il suo regno è però minacciato da nemici esterni: poche e precise persone, che tramite una rete di contatti e conoscenze, hanno consolidato il proprio controllo sulla pesca a questa specie, e sulle istituzioni che ne dovrebbero garantire la sopravvivenza.

A livello globale gli attori principali sono certamente i grandi allevatori, come Ricardo Fuentes, e le grandi imprese giapponesi come la Mitsubishi che acquistano buona parte di tutti i tonni del Mediterraneo. In Italia la parte del leone la fanno gli armatori delle barche a circuizione, che hanno il 70% circa del totale della quota nazionale e che sono concentrati in due-tre gruppi, divisi tra i dieci chilometri che da Salerno portano a Cetara e in Sicilia.

La cabina di regia però è a Roma, in via XX settembre, dove ha sede il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf). È qui che ogni anno il Dipartimento di pesca e acquacoltura coordina e assegna le attività nazionali di monitoraggio per la pesca del tonno rosso. Ed è qui che, da dieci anni, l’incarico va all’azienda Oceanis di Ercolano, di Paolo Pignalosa.

Capitano di lungo corso e imprenditore con il fiuto per gli affari, Pignalosa ha avuto nel 2011 l’intuizione di creare questa società che fornisce allo Stato i servizi e le figure professionali richieste dagli accordi internazionali con Iccat, in particolare per quanto riguarda gli osservatori che vengono imbarcati durante le campagne di pesca.

IrpiMedia, attraverso diverse richieste di accesso agli atti, ha ricostruito quanti soldi pubblici il Ministero abbia erogato a questa azienda. Le cifre sono modeste, ma le modalità di assegnazione sono poco trasparenti e, soprattutto, hanno dato vita a un vero e proprio monopolio che ha escluso tutte le istituzioni che da più tempo facevano ricerche sul tonno rosso, come le Università di Cagliari e Bari, ma anche altri istituti di ricerca privati.

Oceanis, a causa delle scelte dei dirigenti del Dipartimento della pesca, è quindi salita allo stesso Olimpo dove già si trovavano l’inglese MRAG e la francese Cofrepeche (vedi Capitolo IIl contrabbando globale del tonno rosso): quello dei guardiani della pesca al tonno. Al di là degli incassi derivanti dagli appalti pubblici, infatti, nessun armatore può pescare senza avere a bordo uno degli osservatori formati da questa rete di persone.

Oceanis emula Cofrepeche, società francese che dal 2009 si occupa della formazione degli osservatori regionali Iccat. Controllata per il 30% dallo Stato, è guidata da Jean Pierre Silva che nel 2011 è stato anche co-fondatore della stessa Oceanis. Un anno dopo la fondazione, Silva lascia Oceanis, cedendo le proprie quote alla figlia. Il legame reciproco tra Silva e Pignalosa resta però saldo: nel 2010, per fare esperienza, il capitano campano si cala nei panni dell’osservatore e si imbarca sui pescherecci a circuizione transalpini, per l’azienda di Silva. Quest’ultimo, a nome di Cofrepeche, a novembre 2011 firma una lettera attestando che Oceanis, dal luglio di quell’anno, aveva collaborato alla formazione di osservatori regionali Iccat. Nel 2011, quando Cofrepeche forma gli osservatori nazionali italiani su incarico del Mipaaf, mantiene Oceanis al suo fianco, come supporto organizzativo e logistico in Italia. Sembra essere questa la collaborazione che frutterà a Oceanis la fiducia del Dipartimento Pesca del ministero italiano, che dal 2012 inizia ad affidargli la formazione degli osservatori.

Da allora ad oggi a Oceanis sono andati almeno tra gli 80 e i 135 mila euro all’anno, solo dagli appalti del Mipaaf per la formazione osservatori. La posizione in Italia ha permesso all’azienda di espandersi in altri Paesi mediterranei, arrivando ad addestrare anche gli osservatori nazionali di Croazia, Albania, Libia e Malta.

Da quando Oceanis entra in gioco, gli osservatori nazionali sono per lo più biologi marini, spesso giovani che devono ancora completare il percorso accademico. Raccolgono dati a bordo dei rimorchiatori e dei palangari o alle tonnare fisse e, nel caso di gravi violazioni, possono denunciare i fatti alle Capitanerie di Porto, o altrimenti riportare le infrazioni a Oceanis che le trasmetterà al Dipartimento Pesca. In risposta a una richiesta di accesso agli atti di IrpiMedia, il Mipaaf ha risposto che dal 2016 al 2020 non c’è stata alcuna segnalazione di infrazione da parte degli osservatori nazionali (vedi Capitolo IIl contrabbando globale del tonno rosso).

Il Ministero delle politiche agricole sembra aver fatto tutto il possibile per continuare ad affidare ad Oceanis l’incarico di formare gli osservatori, cambiando regolarmente e gattopardescamente la denominazione e l’inquadramento di un lavoro che, a ben vedere, è sempre lo stesso. Ogni due-tre anni infatti la forma con cui il contributo pubblico è stato erogato è cambiata: a volte affidamenti diretti, a volte procedure negoziate “a invito”, altre volte ancora convenzioni con enti terzi in cui Oceanis entra in subappalto.

Oltre alla formazione e gestione degli osservatori poi, Oceanis ha ricevuto tutta una serie di altri incarichi dal Mipaaf: raccolta ed elaborazione dati, formazione per comandanti dei rimorchiatori e altri, tutti assegnati con procedura di affidamento diretto.

Nel 2013 e 2014, inoltre, Oceanis ha svolto anche il ruolo di componente dell’Autorità nazionale di audit del Mipaaf, organismo nato proprio nel 2013 che ha il compito di controllare che i fondi siano spesi in modo corretto, il tutto mentre la stessa impresa veniva pagata con parte delle stesse risorse.

Nel 2012 e 2013, Oceanis ha avuto in affidamento diretto anche il bando per la formazione degli osservatori. A partire dall’anno seguente il Ministero ha cominciato a variare le procedure di affidamento dell’appalto: prima con bando, poi con assegnazione diretta. A vederselo assegnato alla fine è sempre stata Oceanis mentre è sempre stata esclusa la sua unica reale concorrente nel privato, Unimar. Nel 2015, così, dal mondo di chi si occupa della pesca del tonno rosso si sono levate le prime accuse di monopolio. Soprattutto, facevano notare i critici, a Oceanis mancava il background scientifico necessario per assumere un compito tanto delicato per le sue conseguenze su Iccat e le quote globali.

Il tandem di Oceanis con l’Università Politecnica delle Marche

Così, nel 2016, in soccorso ad Oceanis, il dipartimento Pesca stipula una convenzione biennale (2016-2017) con il Dipartimento scienze della vita e dell’ambiente dell’Università Politecnica delle Marche (Univpm).

La convenzione prevede un doppio incarico: un primo progetto da 490 mila euro che copre le attività di osservazione sulla pesca al tonno rosso e uno studio su un possibile simile sistema che copra la pesca al pesce spada e un secondo progetto da 180 mila euro per il campionamento di pesce spada e alalunga (un’altra specie di tonno).

Ancora una volta, nomi diversi per un progetto che, fondamentalmente, è lo stesso degli anni precedenti. Infatti, anche se stavolta come partner subappaltata dall’Univpm, la formazione degli osservatori la fa Oceanis, con una consulenza anche di Cofrepeche. La separazione dei progetti, inoltre, porta entrambi i finanziamenti sotto la soglia dei 500 mila euro, il che significa che possono essere assegnati senza obbligo di gara. La mancanza di una precisa e certificata competenza scientifica non è quindi più un problema per Oceanis, che si appoggia a quella dell’Università delle Marche.

A seguire il progetto per conto dell’università marchigiana è la professoressa Oliana Carnevali. Per l’ateneo in realtà, questa sembra essere la prima esperienza nel settore della ricerca sui grandi pelagici, tant’è che il primo studio di Carnevali sul tema è del 2016 ed è co-firmato proprio da Paolo Pignalosa. Nonostante un curriculum di tutto rispetto per la docente, sembrerebbe quasi che Oceanis e Cofrepeche avessero più expertise sul tema rispetto all’Università stessa.

«Io sono un esperta di riproduzione dei pesci, e questa competenza ha portato una ventata di novità», spiega a IrpiMedia la professoressa Carnevali. «È stato uno dei nostri dottorandi a metterci in contatto con Pignalosa, per fare dei primi lavori, senza budget, che ho presentato al ministero personalmente». Da questi primi lavori sarebbe poi arrivata direttamente da Mipaaf all’Univpm la proposta di prendere in carico un ampio studio, che comprendeva anche la formazione degli osservatori. «Pignalosa era l’unico che avesse fatto quel tipo di lavoro da quel che so io», racconta la professoressa Carnevali.

Grazie a una richiesta d’accesso agli atti presentata all’Università delle Marche, IrpiMedia ha potuto visionare la proposta progettuale della prima tranche di finanziamenti. Univpm, nel trasmettere i documenti, ha chiesto riservatezza sui dati scientifici contenuti, che sono stati pubblicati solo parzialmente fino ad ora.

La rendicontazione del progetto che IrpiMedia ha ricevuto è estremamente lacunosa: dai documenti mancano all’appello circa 150 mila euro dal totale di 490 mila. Inoltre le cifre spese per Oceanis e Cofrepeche (che nel preventivo erano rispettivamente di 123 mila e 37 mila euro) nel bilancio consuntivo risultano raggiungere i 150 mila per Oceanis (a cui andrebbero aggiunte altri 16 mila euro di spese correnti che invece Univpm addebita a se stessa) mentre per Cofrepeche sono rendicontati meno di seimila euro. La cifra di 150 mila incassata da Oceanis supera, seppur di poco, il massimale del 30% che può andare in subappalto secondo la normativa in merito. La professoressa Carnevali ci spiega che sicuramente si tratta di un errore del dipartimento amministrativo dell’Università delle Marche e rispetto alle spese di Oceanis, queste avrebbero superato le previsioni e sarebbe stata chiesta specifica autorizzazione al Ministero per superare la soglia di legge.

Pignalosa, nel raccontarci la storia del suo rapporto con Univpm, omette i rapporti precedenti alla convenzione che invece Oliana Carnevali ha raccontato. «Quando l’Università di Ancona ha avuto l’incarico di fare il bando ha contattato il ministero per sapere come sostenere la logistica organizzativa del programma – ha spiegato a IrpiMedia Paolo Pignalosa -. E loro gli hanno detto che me ne sono sempre occupato io».

Per Pignalosa, «la collaborazione con l’Università di Ancona è stata la chiave di volta della nostra attività», un’esperienza che ha fatto crescere la reputazione di Oceanis a livello internazionale. Ma la docente di Ancona ammette che non era a conoscenza di come il Ministero cambiasse ogni pochi anni le modalità di assegnazione di questo bando per darle sempre alla stessa azienda: «Io forse sono una delle modalità che hanno usato – dice – di cui sono comunque grata perchè altrimenti non avrei avuto la possibilità di lavorare su tonno e pesce spada».

La direzione pesca del Mipaaf, che non ha accettato di rispondere alle domande di IrpiMedia, non ha chiarito se la rendicontazione che hanno ricevuto sia la stessa inviata da Univpm a IrpiMedia, dove emergono le lacune. In ogni caso, il progetto è stato rinnovato per un altro anno nel 2018 con un nuovo finanziamento da 320 mila euro. Il rapporto tra Mipaaf e l’Università delle Marche però si interrompe poi di colpo: «Sono rimasta molto male, mi sono sentita un po’ scaricata dal ministero – aggiunge Carnevali – perchè nonostante avessimo portato moltissimi risultati non ci hanno considerato più, a noi interessava solo lavorare bene», conclude.

https://youtu.be/zcDJJP64K_8

Conoscenze al Ministero

A firmare la convenzione tra Oceanis e Univpm è stato il dirigente ministeriale Riccardo Rigillo, dal 2014 direttore generale del Dipartimento della pesca marittima e dell’acquacoltura presso il Ministero delle politiche agricole. Anche la firma in calce agli affidamenti conferiti a Oceanis è sempre la sua.

Nonostante la convenzione con l’Università delle Marche non venga rinnovata, Rigillo sembra voler continuare ad affidare a Oceanis il “programma osservatori”. Infatti sia nel 2019, sia nel 2020 l’appalto per la formazione degli osservatori è stato assegnato tramite procedura negoziata. Si tratta di un bando di gara “a invito”, a cui vengono chiamate a partecipare solo aziende già registrate nell’albo dei fornitori del Ministero. Ma a parte Oceanis, le altre aziende chiamate non sembrano avere alcuna relazione in assoluto con la pesca o con il mare.

Tra le invitate, a parte Oceanis, ci sono infatti un’azienda che si occupa di servizi assicurativi per l’agroalimentare, una di innovazione nell’agroalimentare con l’unico legame nel settore rappresentato da un servizio di consegna del pesce nelle mense scolastiche e poi ancora due aziende specializzate in comunicazione e marketing. Eppure, regolarmente iscritta al registro dei fornitori, c’era anche Unimar, un istituto che svolge attività di ricerca scientifica nell’ambito della pesca e dell’acquacoltura e che già nel 2009 aveva fornito questo servizio, ma che non viene invitata a partecipare ai bandi 2019 e 2020.

Nel 2021 la formazione degli osservatori è stata accorpata in un bando più ampio, vinto dal CNR insieme al Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare. Ma anche questa volta Oceanis, in subappalto, si è assicurata la parte del bando riguardante gli osservatori della pesca al tonno. Di questa situazione è consapevole anche Paolo Pignalosa, secondo cui «Oceanis non ha concorrenti» tanto che il Ministero, senza l’apporto della sua azienda, sarebbe in difficoltà a provvedere agli osservatori nazionali.

Ma non solo altre aziende come Unimar, oppure altre università, avrebbero potuto tranquillamente offrire un’alternativa. Oceanis stessa non avrebbe potuto continuare a offrire questo servizio se il Ministero avesse adottato sempre i bandi a invito, per i quali il codice degli appalti prevede il principio di rotazione «sia dell’assegnazione, sia degli inviti», osserva Davide Gallenca, avvocato specializzato in diritto amministrativo. «La stessa azienda potrebbe aggiudicarsi il servizio una seconda volta solo nel caso in cui questo sia messo a bando e quindi in condizioni di trasparenza e libero mercato», aggiunge.

Interpellato per un confronto sul bando degli osservatori, il Dipartimento della pesca del Mipaaf non ha voluto commentare. Resta quindi il dubbio su quale sia la natura dei rapporti che legano il Dipartimento guidato da Rigillo e l’azienda di Pignalosa. Il capitano, dal canto suo, dichiara di avere ottimi rapporti con il direttore del Dipartimento pesca e di conoscerlo da oltre vent’anni: «Mi sento molto paterno nei suoi confronti», dichiara. Il rapporto personale fra i due potrebbe anche non aver influenzato le scelte del Dipartimento, ma dal punto di vista legale resta comunque un’anomalia. Infatti il codice degli appalti «prescrive l’astensione dei funzionari della stazione appaltante, qualora sussista una qualsiasi forma di rapporto personale alla luce del quale si possa evidenziare un conflitto d’interessi, anche solo potenziale», commenta l’avvocato Gallenca.

Certo, è difficile immaginare che non nasca alcun tipo di rapporto fra un dirigente di un dipartimento ministeriale e il proprietario di un’azienda che a quel Ministero fornisce servizi da un decennio. Prese singolarmente infatti, tutte le irregolarità fin qui analizzate potrebbero essere attribuite a casualità o coincidenze, ma a guardrle tutte assieme nella loro ininterrotta continuità, diventano spie di un sistema totalmente opaco.

La versione degli osservatori

Nel corso di questa inchiesta IrpiMedia ha collezionato un ampia serie di denunce anonime, provenienti dal mondo degli osservatori, che raccontano una situazione di impotenza rispetto a certe prassi illecite apparentemente molto comuni nel mondo della pesca al tonno. Le tecniche e i trucchi che ci hanno descritto per pescare fuori quota e alimentare il mercato nero, coincidono con quelli rilevati proprio dall’indagine europea Tarantelo.

Alcuni di loro accettano di parlare direttamente, a patto che se ne tuteli l’anonimato. Tra questi Marco, nome di finzione (come tutti quelli che seguiranno), che nel ruolo di osservatore regionale europeo imbarcato su circuizione italiana ha avuto esperienza diretta del modo in cui Oceanis gestisce gli osservatori: «Mi hanno selezionato con un’intervista al telefono, poi ho fatto una settimana di corso intensivo nell’hotel di Ercolano (dove ha sede Oceanis, ndr)». Ci spiega che il corso era tenuto da Oceanis, che ha un accordo con Cofrepeche, azienda francese che Pignalosa ha preso come modello di cui abbiamo scritto nel Capitolo III guardiani del tonno rosso. Poi lancia un’accusa che IrpiMedia ha raccolto da molte fonti diverse: «[Oceanis e Cofrepeche] si mettono d’accordo con gli armatori. “Ti mando un osservatore più rilassato”, oppure “te ne mando una carina e simpatica”. Naturalmente, gli osservatori che causano problemi, non vengono più richiamati», riferisce.

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Ci dà anche un’idea più chiara di come questo sistema produca profitto per le aziende di formazione osservatori: «L’armatore paga a Cofrepeche/Oceanis circa 500 euro al giorno per avere l’osservatore a bordo, ma a noi ne entrano in tasca solo 105 lordi, il resto va all’azienda».

Secondo Carlo, osservatore che ha lavorato per Oceanis come “nazionale” per l’Italia spiega che il processo di formazione funziona con «un’intervista via Skype, una breve formazione di un paio d’ore prima di imbarcarmi, e il materiale che serve a bordo del peschereccio». Questo è tutto.

Gli osservatori, a parte le denunce anonime, mantengono però il massimo riserbo sul proprio operato. Difficile contattarli, ancora di più strappargli un commento sulle criticità del lavoro.

Infrazioni in mare

Le segnalazioni di violazioni inviate dagli osservatori all’Iccat tra il 2016 e il 2020. La nazione indica il Paese di appartenenza dei pescherecci

I dati segreti sulle segnalazioni

Né il ministero italiano, né le altre direzioni di pesca europee, né Iccat hanno risposto alla nostra richiesta di sapere quante e quali segnalazioni di violazioni siano state fatte dagli osservatori. Tuttavia, i report scritti dagli osservatori regionali possono essere trovati sul sito di Iccat. Dall’analisi di questi report emerge che dal 2016 al 2020 ci sono state 741 violazioni. Il numero maggioriore lo riporta la Turchia (130), seguita da Spagna (114) e Malta (89). Il tipo di violazioni varia molto, ma la maggior parte ha a che vedere con “sottostima delle catture effettuate” (152) “scarsa qualità del video di trasferimento” (115) “il video del trasferimento è incompleto” (97) o “il logbook elettronico non è stato completato dal capitano per alcuni giorni” (88).

Dato che non ha risposto alle nostre domande, resta comunque impossibile sapere a quante di queste segnalazioni abbia dato seguito Iccat con un’ispezione o una sanzione.

Sul fronte nazionale, il ministero ci ha risposto che non sono state segnalate violazioni, e per quanto solo nel 2021 ci sono già stati diversi sequestri di tonni illegali, il sistema-osservatori non sembra aver segnalato anomalie.

I dettagli delle infrazioni

La lista inedita delle violazioni nella pesca del tonno rosso tra il 2016 e il 2020 catalogate per tipologia e Paese

La profonda amicizia con Malta

Non c’è solo l’Italia tra i Paesi dove il capitano campano svolge la sua attività. Oceanis infatti lavora anche in Croazia, Albania, Libia e soprattutto Malta. Sono tutti rapporti più o meno recenti, che portano fondi nelle casse di Oceanis, ma soprattutto che permettono a questa piccola Srl di accreditarsi ogni anno sempre più in tutto il Mediterraneo.

A Malta l’indagine Tarantelo ha avuto un’eco profonda, infatti, con l’accusa di aver favorito gli allevamenti di Fuentes in cambio di tangenti e la direttrice del Dipartimento della Pesca, Andreina Fenech, è stata costretta alle dimissioni nel 2019. L’industria del tonno rosso a Malta è impostata molto diversamente dall’Italia: qui in cima alla piramide ci sono infatti gli allevamenti, sia di proprietà di imprenditori locali, sia di Fuentes. La pesca vera e propria è quindi quasi un’attività secondaria sull’isola: ci sono infatti pochissime barche a circuizione (vedi il Capitolo IIl contrabbando globale del tonno rosso), e le quote dell’isola sono ripartite principalmente sui palangari, una tecnica per cui Iccat richiede osservatori nazionali a bordo.

La caduta di Andreina Fenech viene un anno dopo l’ingresso di Pignalosa a Malta. Nel 2018 Oceanis aveva ottenuto dal Dipartimento della pesca di Malta l’incarico di formare gli osservatori nazionali. Un lavoro faticoso, assicura il capitano, perchè fino a quel momento la situazione a Malta era fuori controllo, con osservatori poco formati, e poco inclini a fare rispettare le regole. Adesso, giura, le cose sono cambiate.

Nel Dipartimento della pesca maltese, con la posizione di chief scientific officer (responsabile delle operazioni scientifiche) c’è una vecchia conoscenza di Pignalosa: Francesco Lombardo. Biologo marino formato all’Università Politecnica delle Marche, Lombardo era dipendente di Oceanis fin dal 2014 nonché uno dei borsisti chiave della convenzione biennale 2016-2018 sottoscritta da Univpm e dal Mipaaf.

Nel 2012 Lombardo fa il suo primo lavoro da osservatore su un rimorchiatore italiano (dichiara lui stesso su Linkedin, sempre sotto la guida di Oceanis) e l’anno dopo farà l’osservatore regionale presso una barca da circuizione di un allevamento maltese. Poi dal 2013 al 2015 viene assunto dal Dipartimento della pesca maltese come ricercatore per la riproduzione dei pesci in cattività, un lavoro che nel 2016 svolgerà per la farm Malta Fish Farming Ltd (MFF). Nell’indagine Tarantelo, l’azienda è accusata di essere tra gli allevamenti che dichiarano meno tonni entrati nelle reti allo scopo di rivenderli al mercato nero.

Secondo un gruppo di osservatori che ha deciso di denunciare in forma anonima, Lombardo avrebbe operato in conflitto d’interesse rispetto al protocollo Iccat, dal momento che prima di essere nominato osservatore per Malta, aveva già lavorato per un allevamento. Un aspetto che non è stato valutato come problematico dall’amministrazione maltese, che avrebbe invece offerto al biologo la posizione di coordinatore degli ispettori nazionali maltesi. Il Dipartimento della pesca dell’isola non ha risposto a una richiesta di commento.

Nel frattempo, il rapporto con Oceanis non si è mai interrotto, anzi, Lombardo ne diventerà anche direttore scientifico fino a quando, nel 2019, non ottiene il suo incarico al Department of Fisheries di Malta.

Mentre il processo a Madrid è ancora in corso, a Malta si è spostata la polvere sotto il tappeto. Alle domande di IrpiMedia, dove si chiede come mai sia stata scelta Oceanis per formare gli osservatori nazionali, se sia stata istituita una gara, e se la posizione di Lombardo non sia in conflitto di interesse, anche in questo caso non è giunta alcuna risposta e anche fuori dal Dipartimento, nessuno vuole parlare.

L’unico a parlarci è di nuovo Pignalosa. Il capitano riferisce che secondo l’amministrazione maltese, Oceanis è «l’unica che fa la formazione ed è l’unica che gestisce osservatori». «Quindi grazie a Dio quest’anno siamo andati anche nel circuito del Dipartimento della pesca maltese», aggiunge. Ad aprile quest’anno Pignalosa ha anche annunciato a IrpiMedia una settimana di formazione al Dipartimento della pesca líbica.

Le armi spuntate

L’ambizione espansiva di Oceanis, se da un lato ha l’effetto di rafforzare sempre di più un monopolio sui controlli alla pesca al tonno, dal punto di vista strettamente imprenditoriale risponde quasi a una necessità di sopravvivenza. Almeno a guardare ai numeri italiani, i fondi stanziati per un lavoro tanto delicato sono infatti gravemente insufficienti e l’intero sistema si fonda evidentemente su una ristrettezza di risorse incompatibile con la severità della missione che chi si imbarca è chiamato a compiere.

Pignalosa ha assicurato a IrpiMedia che la sua azienda riesce ad ottemperare a una richiesta della comunità internazionale a prezzi più bassi di chiunque altro. La sua argomentazione suona convincente, dato che oramai siamo fin troppo abituati alla logica del massimo ribasso, eppure questo principio è quanto mai fuori posto in questo settore.

Oceanis ha occupato una nicchia, ma non l’ha certo creata lei. Sono i Paesi membri di Iccat che hanno scelto di dedicare così poche risorse al sistema-osservatori e, ancor più grave, così poche risorse agli ispettori che dovrebbero far rispettare le loro indicazioni e analizzare le loro segnalazioni. Per quanto la popolazione di tonno rosso sia innegabilmente in salita, non possiamo infatti dimenticare che gli unici dati disponibili a riguardo vengono proprio da questi osservatori imbarcati assieme all’industria della pesca, non ci sono fondi per ricerche indipendenti

Così l’osservatore – soprattutto quello regionale incaricato di contare i tonni catturati – diventa la chiave di volta di un sistema nel quale le segnalazioni non sembrano coerenti con i dati raccolti dall’Europol. In un report di Iccat si legge che a un osservatore è finito il computer in mare e di conseguenza non ha potuto completare il proprio lavoro di misurazione. Che sia caduto in acqua a causa del mare mosso o durante una di queste “negoziazioni” non è dato saperlo. Perché quello che succede a bordo resta a bordo, purché il Sol Levante continui ad avere il suo stock di tonno rosso.

 

 

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