Un pianeta di arido deserto, dove l’acqua è più preziosa dell’oro. Due famiglie che si contendono lo sfruttamento del suo territorio, e dell’inestimabile sostanza che su di esso cresce, capace di estendere la conoscenza di chi se ne serve. Basta leggere la premessa grezza di Dune, imponente saga di fantascienza adattata da Denis Villeneuve in un altrettanto imponente film, per capire che forse questa “galassia lontana lontana” non è poi tanto distante dalla nostra quotidianità. In arrivo nelle sale italiane dal 16 settembre, Dune presenta un cast ricolmo di celebrità – Timothee Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Jason Momoa e Stellan Skårsgard sono solo alcuni dei nomi presenti – e si promette come non solo una grande avventura tra pianeti e stelle, ma un racconto metaforico del nostro mondo e di come spesso è proprio l’uomo a causare la rovina della propria grande casa. 

Iniziato nel 1965 con l’omonimo romanzo, e proseguito con successo nei vent’anni venuti dopo, il Ciclo di Dune rappresenta uno dei capisaldi della letteratura di genere. Uno dei primi modi di fantascienza a costruire attorno a sé una mitologia complessa, con una struttura politica simil-feudale e una visione d’assieme delle sue strutture, intersezioni, rapporti interpersonali e storia retrospettiva capace di superare anche autori come Asimov. Rappresenta un’influenza immediatamente visibile in saghe future, come Star Wars di George Lucas e Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. 

La caccia su Arrakis

“Gli stranieri saccheggiano le nostre terre sotto i nostri occhi. Sono crudeli verso il mio popolo, non so altro di loro. Che ne sarà del nostro mondo?”. L’eroina Chani, interpretata da Zendaya, pronuncia queste disperate parole all’inizio del primo trailer. Sul pianeta Dune (o Arrakis, come lo chiamano i suoi nativi, i Fremen) cresce la Spezia Melange, una rarissima sostanza capace di donare a chi la assume facoltà mentali sovrumane. I Mentat, gli individui così “avanzati”, sono tenuti in grande considerazione. Quando la buona famiglia Atreides prende il controllo del pianeta, dopo i terribili anni di tirannia dei malvagi Harkonnen, Arrakis si lascia alle spalle anni di conflitto sanguinario e ineguale. Una storia fin troppo umana: colonizzatori e colonizzati, stranieri avidi e armati e indigeni costretti a lottare all’ultimo sangue per proteggere le loro risorse e la loro vita. E la vittima principale è sempre il pianeta, prosciugato delle sue risorse e trattato come territorio di guerra.

Scena da Dune di Villeneuve

“Il mio pianeta”, dice Chani, “Arrakis, è così bello quando il sole è basso”. Ma con tutto l’amore che la giovane Fremen  può provare per il suo pianeta natale, la vita su Arrakis è molto difficile. Una distesa di sabbia senza alcuna traccia di un’oasi, dove l’acqua è così rara che per viaggiare all’aperto bisogna indossare una tuta speciale che trattine l’umidità attorno al corpo. Esiste persino la professione del raccoglitore di rugiada per non sprecare nessuna goccia del liquido vitale, e sputare sul tavolo dei dignitari stranieri è considerato un atto di rispetto, poiché nel farlo si mette la propria “acqua” a disposizione di altra gente. Non è ancora la realtà della nostra Italia, né del Canada di Villeneuve, ma basta avvicinarsi al titolare deserto per riconoscere fin troppe similitudini. Già prima di Dune, nel 1957, Herbert aveva realizzato un articolo intitolato “They Stopped The Moving Sands”, con cui analizzava il comportamento delle dune nell’Oregon e il loro ciclo di stabilizzazione. 

La visione di Herbert

Scrive Sandro Pergameno, curatore letterario per la Fanucci, nell’edizione kindle di Dune del 2014, “[Dune] è la visione di un uomo che ha a cuore la sorte della terra in cui vive, e che vedeva già nell’ormai lontano 1960 le tristi conseguenze di un’insensata predazione delle risorse da parte dell’Homo Sapiens”. Sembra un’epoca così lontana da essere intangibile, ma è fin troppo moderna. Paradossalmente, infatti, è il deserto a rappresentare una delle possibilità per debellare tale problema. Uno statunitense pubblicato da Nature Climate Chance nel 2014, evidenzia come il clima desertico assorbe una grande quantità in eccesso di CO2, e uno studio dell’università di Hohenheim evidenzia che tale possibilità può essere migliorata dall’intervento umano piantando vegetazione. 

“Dune”, continua Pergameno, “è la prima opera di fantascienza ecologica in senso stretto, probabilmente il primo romanzo che pone la coscienza dei lettori di fronte alle terribili conseguenze del consumismo estremo imposto dal sistema capitalistico.” Si era alla soglia degli anni sessanta, ai tempi della prima crisi energetica, e questo pensiero aperto e innovativo fruttò a Frank Herbert un ricco seguito di giovani dell’epoca. C’era qualcuno che li ascoltava, che si rendeva conto delle loro preoccupazioni, le prendeva sul serio e le raccontava in un’immensa saga fantasy. L’eroe, Paul Atreides, e i suoi alleati Fremen, erano di fatto dalla loro parte e combattevano – combattono ancora – la loro battaglia. 

“Guardiamo la storia, guardiamo l’antropologia”, diceva Frank Herbert in un’intervista del 1977.“Dobbiamo passare all’energia rinnovabile e iniziare a farlo adesso, iniziare adesso a fare i primi passi”. Allora, come riporta l’intervistatore John Callaway, il governo americano valutava quarant’anni a disposizione di carburanti fossili. “Non è un dato significativo finché non guardi la distribuzione, cosa succede quando arrivi a metà strada”. E il cambiamento sta nella società, nelle Chani e nei Paul Atreides del mondo contemporaneo, e chi è pronto a guardare in faccia la realtà e agire di conseguenza. Che potrebbe trovare nel Dune di Denis Villeneuve un indimenticabile promemoria d’azione.