A Parma si raccoglie la plastica il mercoledì sera, assieme all’alluminio: ma dove va dopo essere raccolta?

Come si ricicla la plastica?

I processi del riciclaggio della plastica, come di qualunque altro materiale, sono ancora troppo poco conosciuti al pubblico per permetterne una fruizione consapevole. La plastica è un materiale sintetico, di realizzazione recente, e il suo processo di realizzazione richiede un impegno tecnologico ben superiore dei materiali più semplici. Vediamo allora come funziona il suo processo di realizzazione, e dove va a finire la plastica dopo essere stata portata via dalla nettezza urbana.

Innanzitutto, come capire se i materiali che avete in mano sono o meno riciclabili?

I simboli da riconoscere

I prodotti riciclabili sono contraddistinti da un simbolo chiamato Nastro di Moebius: il caratteristico triangolo di frecce che si inseguono a vicenda, ormai associato per antonomasia al riciclaggio. Non molti noteranno però la presenza di un piccolo numero nel mezzo del triangolo, che può andare dall’uno al sette. Si tratta di un indicatore del tipo di plastica che compone i prodotti, indicando la modalità con cui questa deve essere gestita. Il numero sette nel mezzo, invece, indica che la plastica in questione non è riciclabile e dovrà essere smaltita diversamente.

Il Triangolo di Moebius

I materiali specifici

Comuni sono anche sigle a due o tre lettere, spesso incomincianti con la P, che fanno riferimento al materiale plastico specifico che costituisce l’oggetto in questione. A seguito sono riportati i loro significati.

PE: polietilene. Spesso trasparente, è utilizzato soprattutto nelle comuni bottigliette d’acqua o di latte. Ne esiste anche una varietà più resistente, il Polietilene ad Alta Densità (HDPE).
PP: polipropilene. Solitamente bianco, più leggero e resistente del PE, utilizzato per mobili o parti d’automobili.
PS: polistirene. Trasparente e poco resistente ai graffi, si utilizza soprattutto con accessori elettrici e casalinghi.
PVC: polivinil cloruro. Ne esiste una varietà più soffice e una più dura, riconoscibili dalla quantità di additivi. Presente in prodotti d’uso comune e variegato, dai piatti ai giocattoli, dalla calzoleria al mobilio.
PET: polietilene tereftalato. Trasparente, il più resistente, utilizzato per l’imbottitura di prodotti d’alimentazione e bevande.

Le tecniche di riciclaggio

Distinguere tra questi diversi tipi di plastica è fondamentale perché ciascuno di essi va smaltito e riciclato separatamente. Lo smistamento dei rifiuti plastici rappresenta infatti il primo passaggio nel processo di riciclaggio, dopo che la plastica raccolta è stata portata in una struttura specializzata. Si procede poi al rimuovere i materiali di scarto, troppo piccoli per trarne una componente significativa. Un procedimento automatico, ma sempre supervisionato da uno sguardo umano.

La fase seguente prevede una disinfezione della plastica, passata in un sistema rassomigliante un mulino – il cosiddetto “trommel” – a temperature di novanta gradi. Questo priva la plastica di sporcizia, macchie, o eventuale materiale non plastico come le etichette dei prodotti.

La trasformazione in corso

Solo successivamente avviene l’effettiva trasformazione della plastica dal materiale di partenza. Prima viene macinata, riducendola a pezzi minuscoli di soli 20 millimetri. Viene poi lavata nuovamente, con un processo in tre fasi – flottazione, frizione, risciacquo – che le passa abbondantemente di acqua e detergente. Come si fa con la comune lavatrice viene poi centrifugata e asciugata, per poi procedere a una seconda macinatura e alla rimozione della polvere.

La plastica non è immediatamente riciclabile come la carta e il vetro, il cui materiale di scarto è immediatamente assimilabile a quello da cui viene realizzata. Con essa si può produrre una dovizia di oggetti disparati, molti dei quali vicini all’uso comune della plastica artificiale, come prodotti d’arredamento, componenti tecnologiche, ma anche pezzi d’arte o artigianato.

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