Una sorpresa di metà mattina per i portuali di Ravenna e i cittadini tutti. Attivisti internazionali di Greenpeace si sono arrampicati sui silos di una compagnia agricola e stanno realizzando delle opere di denuncia contro la deforestazione.

Costa sta facendo Greenpeace ai silos di Ravenna?

L’Italia ha un primato poco invidiabile in termine di ambientalismo, anche se poco discusso. Siamo infatti i quarti in Europa per importazione di soia per l’agricoltura intensiva – preceduti dai Paesi Bassi, dalla Germania e dalla Spagna – e nessuno sembra rendersi conto del problema ambientale che questa tendenza rappresenta. Quasi nessuno, almeno fino ad oggi.

È Greenpeace Italia ad annunciare l’azione in corso, che sta portando scompiglio ai silos presenti sul porto di Ravenna. Un’opera d’arte distruttiva, una sorte di Christo in scala ridotta, portata avanti da un gruppo di attivisti della stessa Greenpeace. Chi si presenta al porto può ora trovarsi davanti a un immenso murale, alto sopra la decina di metri e largo poco meno il doppio, raffigurante una foresta pluviale in fiamme. Un giaguaro e un’ara rossa scappano dalle fiamme verso gli alberi. Alle spalle dei due animali, illuminate dalla luce della luna piena, si stagliano tre ruspe nere intente a distruggere tutto quello che passa sul loro cammino. Accanto al murale, gli attivisti hanno appeso una gigantesca scritta nera, in verticale, con lettere alte quanto una persona. “Contiene Foreste”, recita l’annuncio, in riferimento alla soia contenuta nel silo.

La deforestazione uccide

Greenpeace accompagna la sua attività con gli hashtag #forestsarelife e #stopallevamentiintensivi. Il silo colpito è di proprietà dell’agenzia Bunge Italia Spa, divisione della compagnia agricola Bunge Limited. Questa compagnia, a sua volta, ottiene la sua soia tramite agenzie come Agronegocio Estrondo, spesso responsabili di atti di deforestazione su larga scala. Per fare infatti spazio ai loro campi di soia e altri cereali, molto richiesti per il crescente consumo di prodotti vegani e sintetici, le agenzie agricole bruciano ampi ettari di foresta e causano uno sfollamento non solo di vita animale, ma anche umana.

Per limitare l’accesso delle autorità al silo e permettere ai loro attivisti di completare il lavoro, altri attivisti si sono incatenati all’ingresso della struttura. Portano con sé un “ospite” insolito: la statua di un maiale, poco più alto di una persona, realizzata in iuta e legno riciclato. L’animale sintetico è diventato immediatamente un oggetto da selfie e calamita l’attenzione prima delle scritte. Che però, quando saranno complete, lasceranno di certo una forte impressione.

Qui altri articoli sulle attività di Greenpeace.