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Oceanix. Le città galleggianti del futuro

Oceanix. Le città galleggianti del futuro

di Andrea  Bardiani

In un futuro non troppo lontano, l’innalzamento degli oceani costringerà la razza umana a vivere su città galleggianti sul mare. Da questa premessa scaturì Waterworld, film del 1995 con protagonista Kevin Costner. La pellicola fu subito bollata  come uno dei flop più grandi della storia del cinema, al punto che persino Rete 4 si guarda bene dal ritrasmetterlo, nemmeno in seconda serata.

Là dove “Mr. So Good” (così rinominato dopo l’apparizione in una pubblicità italiana) fece un notevole buco nell’acqua, qualcun altro prese spunto per un progetto ambizioso. In collaborazione con la compagnia Oceanix , l’architetto danese Bjarke Ingels ha presentato al primo “High-Level Roundtable on Sustainable Floating Cities”, tenutosi il 3 aprile 2019 a New York su iniziativa del United Nations Human Settlement Programme (UN-Habitat), il progetto OCEANIX CITY.

Di che si tratta?  In sostanza un agglomerato di piattaforme galleggianti. Il processo di formazione richiama un puzzle o la creazione di un mosaico: si parte da una prima piattaforma -una sorta di “neighborhood”, quartiere- di 2 ettari in grado di ospitare fino a 300 persone. La fase successiva prevede l’unione di sei piattaforme, formando un “villaggio” di 12 ettari e 1650 residenti. Infine, ciascun villaggio è ancorato a un altro villaggio e così via: il prodotto finale è una città di circa 10000 abitanti la cui forma ricorda un fiore o, per restare in tema, quella di una stella marina.

Questa progettazione modulare poggia su una struttura esagonale, considerata la migliore forma geometrica per l’ottimizzazione dell’uso dei materiali in relazione allo spazio disponibile. (https://slate.com/technology/2015/07/hexagons-are-the-most-scientifically-efficient-packing-shape-as-bee-honeycomb-proves.html ). Ogni singola cella di questo alveare marino è concepita come un nuovo “human-made ecosystem” in grado di autoalimentarsi (sfruttando l’energia del mare, del vento e del sole); di provvedere al proprio sostentamento, immagazzinando l’acqua piovana e creando il proprio nutrimento su base vegetale e ittica (con tecniche quali la coltivazione aeroponica, idroponica e l’allevamento di frutti di mare e pesci) e infine di smaltire i propri rifiuti (attraverso il riciclo e il compostaggio).

All’interno di ciascuna piattaforma sono collocati edifici da quattro a sette piani massimo (un’altezza non eccessiva per consentire la galleggiabilità del complesso in rapporto al centro di gravità), fatti di materiali leggeri e riutilizzabili (come il legno e il bamboo) e con un tetto rivestito interamente da pannelli solari per immagazzinare la maggior quantità di energia solare (poiché, per quanto concerne il progetto iniziale, il riferimento è la zona contenuta fra i due tropici). Sebbene le piattaforme siano modulari e prodotte in scala, gli edifici in esse contenute possono essere di varia forma e adibite a differenti funzioni sociali, ricreative e commerciali. Una diversificazione che garantisce una maggiore e migliore interazione tra le persone, i cui spostamenti sono pensati per essere rigorosamente a piedi o con pseudo-canoe e mezzi eco-friendly (automobili e camion no, grazie).

Oceanix City è un’idea rivoluzionaria e, in quanto tale, ha bisogno di tempo per vedere la luce. Da questo punto di vista, l’endorsement del Vicesegretario Generale delle Nazioni Unite Amina J. Mohammed è già un buon inizio. Per il momento Ingels, in collaborazione con Oceanix e il MIT (Massachusetts Institute of Technology) si sta occupando della sperimentazione su modelli 3D al computer, in “wind tunnels” e “wave pools” per testare l’effettiva capacità di resistenza a situazioni ostili (per esempio, tsunami e uragani di classe 5). Successivamente verrà scelto un luogo adatto in cui testare un prototipo: una delle possibilità è, per esempio, il Pearl River Delta della Cina meridionale.

Oltre al tempo servono ingenti finanziamenti, ovviamente. È importante la diffusione pubblica del progetto, far capire a possibili investitori (e in generale a tutti) che non si tratta solo di un’utopia, ma qualcosa di concreto e realizzabile, perché in gioco c’è molto. L’intervento dell’architetto danese alla conferenza TED 2019 “Bigger Than Us”, svoltasi a Vancouver tra il 15 e il 19 aprile, ha avuto proprio questa finalità (https://youtu.be/ieSV8-isy3M ).

Il risultato è lontano, ma la via (aquatica) è stata indicata. La competenza, la volontà e l’ambizione di tutti gli attori in campo fanno ben sperare. So good: il prossimo Waterworld, rispetto al precedente, potrebbe essere veramente un successo. Non se la prenda il signor Costner.

 

 

 

 

 

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