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Niente musica in un pianeta morto

Niente musica in un pianeta morto

di Lorenzo Biacca

 

Music Climate Pact: la musica dice basta a carbonio e gas serra

 

A metà dicembre 2021, su impulso dell’Association Independent Music del Regno Unito, le principali major discografiche mondiali – Warner, Sony e Universal Music- si sono riunite insieme a rappresentanti del settore discografico e ad alcune delle più importanti etichette indipendenti – tra cui Ninja Tune, Partisan Records e Brownswood Recordings – per sottoscrivere il Music Climate Pact (LINK: https://www.musicclimatepact.com/), una sorta di Green New Deal applicato al settore musicale.

Decarbonizzazione, azzeramento delle emissioni nette di gas serra prodotte dal settore della musica entro il 2050 e riduzione del cinquanta per cento entro il 2030 sono gli obiettivi primari che questo accordo intende raggiungere.

 

Didascalia: il tweet pubblicato da New Musical Express in occasione della firma del Music Climate Pact

Tutto questo, per ora, non è altro che un foglio di carta con qualche firma, che mantiene più il sapore di una dichiarazione d’intenti che altro.

Un domani occorrerà senza dubbio valutare i risultati e la consistenza delle singole azioni portate avanti dalle realtà promotrici per giudicare quale contributo reale abbia portato la firma di questo patto.

Per queste ragioni è senza dubbio interessante capire più nel dettaglio cosa prevede l’accordo, quanto sia rilevante il costo ambientale generato dall’industria musicale e cosa sia possibile fare per arginare il problema.

 

Cosa comporta la firma del patto?

Con la sottoscrizione del Music Climate Pact le realtà interessate si impegnano ad adottare entro febbraio 2022 azioni concrete a partire da programmi di sostenibilità energetica riconosciuti a livello internazionale e definiti sulla base di evidenze scientifiche.

I piani di riferimento sono due e sono stati elaborati rispettando quanto stabilito nell’Accordo di Parigi del 2015.

Il primo, inquadrabile nell’approccio Scienced Based Targets (LINK: https://sciencebasedtargets.org/resources/files/SBTi-criteria.pdf) , mira a definire azioni utili a ridurre le emissioni di gas rilevanti per l’effetto serra, cercando di contenere il livello di riscaldamento globale entro la fatidica soglia del 1,5°.

Il secondo si chiama Race To Zero (LINK: https://racetozero.unfccc.int/) ed è un piano di sostenibilità promosso dalle Nazioni Unite per il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050.

Oltre ad adottare questi programmi, le case discografiche dovranno realizzare una strategia più ampia, che comprende azioni trasversali a 360 gradi:

  • collaborare con fornitori e piattaforme di streaming come Spotify e Deezer per l’ottenimento di dati e la pianificazione condivisa di piani di decarbonizzazione;
  • comunicare ai fan informazioni corrette e aggiornate sull’impatto generato dall’industria musicale;
  • spingere il più possibile gli artisti a parlare pubblicamente di questioni ambientali.

Come monitorare le emissioni di CO2: il Carbon Calculator

Già nell’aprile del 2019 due etichette firmatarie dell’accordo – Beggars Group e Ninja Tune – partner attive di IMPALA (LINK: https://www.impalamusic.org/) , un‘associazione di categoria costituita dalle principali label discografiche europee, avevano istituito un piano di riduzione delle emissioni carboniche rivolto all’industria musicale indipendente, denominato Impala Sustainability Programme (LINK: https://www.impalamusic.org/impala-launches-sustainability-programme/) , che potrebbe senza dubbio aver fornito la cornice di sfondo entro cui articolare successivamente il Music Climate Pact.

All’interno di questo programma è tuttora in fase di studio la realizzazione di un Carbon Calculator (LINK https://www.impalamusic.org/impala-and-julies-bicycle-to-build-first-bespoke-carbon-calculator-for-the-sector/), strumento che un domani dovrebbe poter misurare con buona precisione la quantità di carbonio prodotta dall’industria musicale, dato imprescindibile per poter intervenire correttamente su una sua riduzione.

Concerti e impatto ambientale: perché è così importante cambiare registro

Spesso si tende a trascurare l’impatto che un evento live può generare in termini di emissioni, consumo di energia e produzione di rifiuti.

Già solo prendendo in considerazione la mole di spostamenti compiuti da addetti, musicisti e fan, il numero di impianti ad alto voltaggio presenti sui palchi e la quantità di plastica utilizzata per dissetare il pubblico si comprende quanto lo svolgimento di un concerto possa essere inquinante e dannoso per l’ambiente.

Ad attirare grande attenzione sul tema era stata l’edizione 2017 del noto festival di musica rock britannico di Glastonbury, la quale, secondo un’indagine condotta da The Guardian (LINK https://www.theguardian.com/music/video/2019/jun/26/could-this-be-glastonburys-greenest-year-yet-video-explainer), avrebbe generato in pochissimi giorni ben 1,3 milioni di rifiuti di plastica, spingendo gli organizzatori a introdurre nuove regole l’anno successivo, come il divieto di vendere bottiglie e bicchieri monouso, predisponendo al loro posto fontanelle d’acqua e recipienti riutilizzabili.

 

Il video: “Could this be Glastonbury’s greenest year yet? – video explainer” da The Guardian

 

Altrettanto significativa al riguardo fu un’indagine realizzata dall’Università di Stanford (USA) (LINK: http://large.stanford.edu/courses/2012/ph240/landreman2/) nel 2012, che permise di quantificare il consumo energetico di un concerto di due ore tenuto dal gruppo inglese Radiohead alla presenza di 100.000 persone.

I risultati dell’inchiesta furono spiazzanti e indussero la stessa band a impegnarsi ancora di più nel tentativo di rendere i propri live sempre più sostenibili e nel comunicare messaggi di sensibilizzazione sul tema.

Una ricerca più recente condotta dall’Università del Quebec e pubblicata nel 2016 sul Journal of Cultural Economics (LINK: https://www.researchgate.net/publication/292160899_An_economic_perspective_on_rock_concerts_and_climate_change_Should_carbon_offsets_compensating_emissions_be_included_in_the_ticket_price ) ha stimato che, per una band di medie dimensioni, il consumo medio di un tour di quattro date è pari a 200-250 Kg di CO2 emessi nell’ambiente.

Ciò prende in considerazione solo il pubblico e non musicisti, attrezzature e addetti ai lavori, rilevando quanto sia “impattante” il fatto di riunire in un solo spazio centinaia di persone che per spostarsi utilizzano per lo più mezzi inquinanti o ad alto consumo energetico, come moto e auto private.

L’impegno dei Massive Attack

Nel 2019 il duo trip-hop inglese Massive Attack, da sempre impegnato sul fronte ambientale, si è unito al coro di ricerche sul tema in questione, commissionando al Tyndall Center for Climate Change Research dell’Università di Manchester uno studio (LINK: https://documents.manchester.ac.uk/display.aspx?DocID=56701) volto a misurare e approfondire l’impatto ambientale dei propri live, accettando di farsi seguire nelle proprie tournée.

I risultati della ricerca permisero di evidenziare le criticità più importanti e alcune raccomandazioni da rispettare per cercare di contenerle, come, ad esempio, studiare gli itinerari dei tour facendo attenzione ad evitare spostamenti inutili, viaggiare in treno al posto che in aereo.

Si vuole alleggerire la quantità di equipaggiamento e strumenti da portare con sé, usare dove possibile attrezzature e materiali già presenti sul posto e ridurre il più possibile scenografie troppo ingombranti e dispendiose.

Grazie a questo filone di studi e riflessioni fortunatamente qualcosa è iniziato a cambiare, in primis nella testa degli stessi musicisti e cantanti.

Qualche azione concreta

Negli ultimi anni, anche a seguito delle ultime ricerche compiute, gli artisti stessi hanno iniziato a interrogarsi sulla questione e a chiedersi come poter intervenire.

Alcuni – come i britannici Coldplay e gli stessi Massive Attack – hanno provato ad adottare la soluzione più estrema: smettere di andare in tour fino a quando non fosse stata praticabile una via completamente “carbon free”.

Una strada indubbiamente sostenibile e accettabile per gruppi musicali di tale portata, molto meno per realtà medio-basse che godono di minori introiti economici.

Che cosa fare dunque per coniugare rispetto dell’ambiente e sostenibilità finanziaria?

Una risposta ha provato a fornirla Adam Gardner, chitarrista dei Guster che insieme all’attivista ecologista Lauren Sullivan ha dato vita a un’organizzazione no-profit che si occupa di organizzare eventi live con il minore impatto ambientale possibile, senza gravare troppo sui guadagni economici di organizzatori e artisti.

La realtà si chiama Reverb (LINK: https://reverb.org/) e grazie ad essa sono state individuate alcune possibili azioni che, se concretizzate, potrebbero sicuramente contribuire a mantenere consumi ed emissioni a livelli accettabili:

● riduzione del numero di tappe previste nei tour;

● sponsorizzazioni e finanziamenti a favore di villaggi ecologici;

● eliminazione dei prodotti di plastica monouso;

● adozione di mezzi di trasporto elettrici o a biocarburanti;

● incentivi ai fan per promuovere il carpooling

 

La speranza per il futuro

Già provare a praticare queste indicazioni parrebbe utile e vantaggioso, ma la strada per un futuro green è ancora lunga, in salita, piena di grandi promesse che vengono poi molto spesso e volentieri deluse nei fatti.

Fare in modo che il Music Climate Pact non rimanga una lettera morta è certamente il compito più difficile che l’intero sistema musicale dovrà ora affrontare, cercando di realizzare al più presto una transizione ecologica che non può più essere disattesa.

La speranza c’è, ci si augura solo che non venga tradita confermandosi come uno degli ennesimi bla bla bla scritti su un foglio di carta.

 

FONTI:

https://www.lifegate.it/music-climate-pact#:~:text=Le%20linee%20guida%20dell’accordo,per%20cento%20entro%20il%202030

https://www.rockol.it/news-726973/music-climate-pact-discografia-mondiale-unita-per-l-ambiente

[Photo: musicclimatepact.com]

 

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