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Lo scandalo degli outfit usa e getta

Lo scandalo degli outfit usa e getta

di Ottavia Firmani

“Fa vedere al mondo intero chi sei” ma, viene sottointeso,

attraverso ciò che indossi.

 

Non è raro trovare frasi motivazionali come questa nei siti, nei negozi e nelle pubblicità di molte delle aziende d’abbigliamento più diffuse nel mondo occidentale. Collezioni sempre in arrivo, continue collaborazioni e cataloghi infiniti.

Lo scopo è chiaro: spingere al consumo vorace di un quantitativo enorme di indumenti che vengono utilizzati e cestinati nel giro di una stagione.

Negli anni si è verificato un vertiginoso incremento degli acquisti di abiti, cui risponde un aumento della produzione tessile, che è passata da 5,9 a 13 chilogrammi pro capite all’anno nel periodo che va dal 1975 al 2018. Di conseguenza il consumo globale è salito a circa 62 milioni di tonnellate di prodotti tessili all’anno e si prevede che raggiungerà i 102 milioni di tonnellate entro il 2030.

Non a caso le collezioni proposte sono passate da due (autunno/inverno e primavera/estate) a minimo cinquanta l’anno.

Zara, H&M, Shein, alcuni tra i più grandi colossi del Fast Fashion, hanno un’offerta vastissima, sempre nuova e alla moda, a prezzi davvero attraenti.

La domanda sorge spontanea: come può un prodotto essere acquistato con così poco ma sostenere comunque le spese di un’azienda così vasta? La risposta non tarda ad arrivare e lo fa, nel 2015, con il film documentario “The true cost”: un racconto, diretto e prodotto dal regista Andrew Morgan in collaborazione con attivisti del settore, che sottolinea i diversi aspetti negativi della “moda veloce”.

Lo sguardo è rivolto ai danni ambientali, come l’inquinamento del suolo e delle acque, e non solo. Anche l’aspetto sociale e culturale viene notevolmente approfondito e reso sullo schermo nella maniera più cruda, e veritiera, possibile.

Aggiudicandosi il secondo posto come settore più inquinante al mondo, dopo quello petrolifero, l’industria tessile è responsabile del 10% dell’inquinamento globale.

Ciò che la rende davvero disastrosa però è l’enorme consumo di risorse disponibili: ogni anno vengono consumati 79 trilioni di litri d’acqua, 190 mila tonnellate all’anno delle microplastiche che popolano gli oceani è attribuibile ai lavaggi dei capi in fibre sintetiche e i rifiuti generati da questo settore superano i 92 milioni di tonnellate ogni anno.

Abiti invenduti e scarti vengono giornalmente bruciati o mandati nelle discariche per essere smaltiti.

 

Tutte le energie necessarie per produrre indumenti venduti come “low cost” sono ben distribuite attraverso la lunga filiera di produzione.

La produzione e la manifattura si sono notoriamente spostate verso aree meno sviluppate dando vita al fenomeno della delocalizzazione industriale: causa scatenante alla base del fast fashion. Semplificando: grandi aziende esportano la produzione in ambienti con economie a basso costo per poi importare nel luogo di vendita il prodotto ultimato, o quasi.

Ciò implica però un trasporto di merci non indifferente, i capi vengono spediti in grandi quantità ai centri di distribuzione al dettaglio e, in un secondo momento, ai rivenditori più piccoli, spesso nel Regno Unito, in Europa e negli Stati Uniti.

Il trasporto tradizionalmente avveniva con navi container, ma sempre più spesso si ricorre ad aerei cargo, molto più rapidi, ma molto più inquinanti.

Chiaramente il vantaggio dell’operazione sta nello sfruttare le situazioni in cui i salari sono bassi e costanti (non più di tre dollari al giorno) e l’industria tessile è più sviluppata (il Bangladesh in primis) rendendo così possibile un grande risparmio e un conseguente rientro economico elevato.

Come mai la popolazione di questi paesi si lascia sfruttare? Anche in questo caso troviamo la spiegazione nel docufilm: non ci sono alternative. O si sceglie di lavorare a quei prezzi o non si lavora affatto.

Dunque, per restare all’interno del budget che le grandi aziende estere impongono, vengono effettuati i tagli delle “cose superflue”.

Così migliaia di individui sono costretti a lavorare in condizioni disumane, privati di ogni forma di tutela sanitaria e a ritmi sfiancanti.

Esempio lampante ne è la catastrofe del 24 aprile 2013 a Dacca, capitale del Bangladesh. Si tratta del primo di una serie di incidenti disastrosi e il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna, nel quale persero la vita 1.129 individui. 1129 operai costretti dai proprietari dell’industria tessile a lavorare nell’edificio nonostante le evidenti crepe e gli avvisi di sgombero per 90 dollari al mese.

Lo stipendio medio ammonta infatti a circa 90 dollari al mese mentre le spese necessarie per pagare il cibo e l’affitto, in una casa non molto differente da una baracca, si aggirano sui 73 dollari, con il risultato che alle sarte, quasi sempre donne, restano 17 dollari al mese per vivere.

Una situazione sicuramente pericolosa e ingiusta, eppure l’industria del Fast Fashion risulta priva di responsabilità. Come? La giustificazione si basa sulla convinzione che questo spostamento di produzione porti nei paesi più poveri i tre capostipiti dello sviluppo: salari più alti, tecnologie più avanzate e maggiori competenze.

E per questo la povertà, la mancata sicurezza e gli incidenti devono essere giustificati. L’ingiustizia sociale alla quale stiamo assistendo è lampante; eppure, ancora poco chiara a coloro dai quali dipende l’intero sistema. I consumatori devono prendere consapevolezza e scegliere come usare il proprio potere d’acquisto.

 

 

Le alternative al fast fashion non mancano: resta valida l’opzione di acquistare usato in negozi fisici, come “Vinokilo” (il mercato itinerante di abiti vintage pagati in base al peso) o online sulle numerose app, tra le quali “Vinted” o “Depop”. Non mancano poi le aziende che hanno scelto di aderire alla moda “etica” non delocalizzando e che continuano a produrre oggetti di qualità e duraturi. Per approfondire il tema degli outfit sostenibili e dello “Slow Fashion” abbiamo scritto questo.

 

Per vedere il docufilm: https://truecostmovie.com

 

Fonti:

https://www.friendlyshop.it/quali-sono-le-alternative-alla-fast-fashion/

https://www.youtube.com/watch?v=5-0zHqYGnlo

https://www.nature.com/articles/s43017-020-0039-9

https://www.ansa.it/canale_lifestyle/videogallery/2022/01/21/il-fast-fashion-e-insostenibile-il-made-in-italy-etico-va-tutelato_60f955b8-b739-4933-98f2-fef06d5dd084.html

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