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Salviamo gli oceani riutilizzando le bottiglie di vetro

Salviamo gli oceani riutilizzando le bottiglie di vetro

Di Alessandro Balconi

 

L’ONG Oceana ha dimostrato che se alcune multinazionali di beverage puntassero sul riutilizzo, piuttosto che sul riciclo, la percentuale di plastica in mare diminuirebbe drasticamente.

L’8 giugno si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Mondiale degli Oceani. Un evento internazionale istituito dalle Nazioni Unite nel 1992 e che quest’anno ha festeggiato i suoi 30 anni dalla fondazione. Nel 2022 lo slogan scelto per la Giornata degli Oceani è stato “Rivitalizzazione: un’azione collettiva per l’oceano“, un appello affinché ciascuno si impegni per riparare i danni che l’umanità continua a infliggere tutto l’ecosistema e la vita marina.

Un impegno, quest’ultimo, verso cui si danno da fare anche le prime cinque multinazionali di bevande a livello globale: Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Danone e Keurig Dr Pepper. Le loro azioni relative alla riduzione della plastica nel mare, tuttavia, sono state considerate “inutili e fuori bersaglio”.

Uno studio commissionato da Oceana, una delle ONG più attive per la conservazione degli oceani, infatti, ha dimostrato che attraverso gli obiettivi green di queste “cinque sorelle”, che puntano al riciclo più che al riutilizzo, la plastica in mare diminuirebbe solo del 7%.

Le critiche nei loro confronti, quindi, non derivano dal fatto che queste aziende non mettano nulla in campo per risolvere la situazione, quanto piuttosto che il loro impegno non sia abbastanza deciso.

La Giornata Mondiale degli Oceani è arrivata al suo trentesimo anniversario

La ricorrenza della Giornata Mondiale degli Oceani ci ricorda quanto il nostro ecosistema venga danneggiato dall’uomo ogni giorno.

Da alcuni anni la scienza preferisce parlare di Oceano al singolare, riconoscendo che si tratta di un sistema unico e globalmente connesso, a dispetto dalle diverse denominazioni geografiche. Riguardo a come proteggere questa preziosa risorsa è incentrato il programma della seconda Conferenza delle Nazioni Unite sull’oceano, ospitata a Lisbona dal 27 giugno al 1° luglio dai governi del Kenya e del Portogallo.

La tutela dell’oceano è prevista dall’obiettivo 14 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile che indica di conservare e utilizzare gli oceani, i mari e le risorse marine nel mondo in modo sostenibile.

Le Nazioni Unite ricordano che oltre tre miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il loro sostentamento e, a livello globale, il valore di mercato delle risorse e delle industrie marine e costiere è stimato a 3.000 miliardi di dollari all’anno, ovvero circa il 5% del Pil globale.

Circa l’80% del volume del commercio internazionale di merci viene trasportato via mare e la pesca marittima impiega direttamente o indirettamente oltre 200 milioni di persone.

Riguardo all’inquinamento degli oceani, invece, le Nazioni Unite affermano che l’80% dell’inquinamento marino e costiero ha origine sulla terraferma, compresi i deflussi agricoli, i pesticidi, la plastica e le acque reflue non trattate.

Unazione immediata a difesa dell’oceano – ammonisce l’Onu – è dunque necessaria per affrontare alcune delle questioni più importanti del nostro tempo come il cambiamento climatico, l’insicurezza alimentare, le malattie e le pandemie, la diminuzione della biodiversità, la disuguaglianza economica, i conflitti e le lotte”.

Gli sforzi di Coca-Cola and co. contro la plastica sono inutili (o quasi)

In occasione del trentesimo anniversario della Giornata mondiale degli Oceani, Oceana, una delle ONG più attive per la conservazione degli oceani, ha effettuato uno studio relativo alle contromosse messe in atto dalle prime cinque ditte di beverage al mondo per contrastare l’inquinamento delle acque del mare. Le multinazionali analizzate sono: Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Danone e Keurig Dr Pepper.

Lo studio di Oceana ha messo in evidenza che, nonostante queste aziende si prodighino per evitare che sempre più plastica (in questo caso si parla di bottiglie e bottigliette) finisca negli oceani, il loro impegno è quasi inutile. Continuando a puntare infatti su obiettivi di riciclo, piuttosto che di riutilizzo, l’ammontare della plastica in mare diminuirebbe solo del 7%.

Sebbene Oceana lodi i programmi green di queste multinazionali, le sue critiche derivano dal fatto che, secondo la ONG, il loro impegno potrebbe essere molto maggiore. In questo senso viene portato un esempio: se Pepsi aumentasse del 10% il riutilizzo delle bottiglie nei Paesi costieri potrebbe abbattere i riversamenti del 22%.

Il problema è il seguente: moltissima plastica viene gettata in mare, e molta altra finisce poi in Paesi in cui sono carenti le infrastrutture e la raccolta differenziata è inesistente. Secondo Oceana, quindi, sarebbe fondamentale arrestare il fenomeno uno step prima, concentrandosi sull’evitare che le bottiglie arrivino nell’oceano già saturo e coinvolgendo anche le aziende più piccole, responsabilizzandole come chiediamo ai colossi.

Dana Miller, la direttrice delle Strategic Initiatives di Oceana, afferma: “Aumentare il riciclo non impedisce alla plastica mono-uso di raggiungere il mare, ma può farlo sostituirla con una bottiglia che verrà riutilizzata”.

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