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Il misterioso fenomeno delle “navi a perdere”

Il misterioso fenomeno delle “navi a perdere”

di Marco Russo

 

È la notte del 12 dicembre 1995. Una Fiat Tipo, che stava percorrendo la Salerno Reggio Calabria, si accosta. Tre persone scendono, una di loro muore poco dopo: è il Capitano di fregata Natale De Grazia, di soli 38 anni. La causa della morte, secondo le prime autopsie, sarebbe un arresto cardiaco. Tuttavia, anni dopo, successive perizie e le dichiarazioni di un pentito stravolgeranno il caso: il Capitano è morto per avvelenamento, ucciso per le sue scomode indagini sulle cosiddette “navi a perdere”.

Il fenomeno delle “navi a perdere” nasce negli anni ’70, frutto di interessi della criminalità organizzata e di società di smaltimento corrotte. Si tratta di navi fatte affondare volutamente insieme a tonnellate di rifiuti e liquami tossici, addirittura scorie radioattive di industrie o centrali nucleari. La strategia era simulare nubifragi al largo delle coste italiane, generando un profitto sia tramite il rimborso assicurativo che tramite lo smaltimento illegale dei rifiuti.

Secondo Bruno Branciforte, ex capo della Marina Italiana e dei servizi segreti, sarebbero circa 55 le navi affondate per occultare rifiuti tossici. Secondo Legambiente, il numero sale addirittura a 88.

Una foto del Capitano Natale De Grazia.

Il Capitano Natale De Grazia, al momento della morte, era a capo di un pool della procura di Reggio Calabria che indagava proprio sul traffico dei rifiuti tossici: commissione che venne sciolta poco dopo la sua morte. Secondo lo stesso pentito che rivelò la verità su De Grazia, anche la giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovetin, morti in Somalia nel 1994, sarebbero stati uccisi per fermare le loro indagini su traffici di rifiuti e armi.

Il caso più emblematico è quello della nave “Rigel”, chiamata anche “la madre di tutte le navi dei veleni”. L’imbarcazione è affondata in circostanza poco chiare il 21 settembre 1987 al largo di Capo Spartivento, sulla costa di Reggio Calabria. La nave ha impiegato dieci ore per affondare, ma in quel lasso di tempo nessuna richiesta di aiuto venne fatta arrivare alle capitanerie di porto. Di contro, l’armatore presentò velocemente la richiesta di rimborso assicurativo. Richiesta, che in seguito ad alcune indagini, venne respinta con l’accusa di affondamento volontario. La Procura di Reggio Calabria suppone che su quella nave fossero inoltre state cementate scorie radioattive. Sulla Rigel, mai più ritrovata, stava indagando proprio il capitano De Grazia.

Sotto la lente degli inquirenti era finita anche la Jolly Rosso, una nave incaricata dal governo italiano di trasportare circa 9000 fusti di rifiuti tossici nocivi. La nave, dopo essere stata denunciata una falla, non sarebbe affondata nemmeno sotto la spinta del forte vento, fermandosi invece alla deriva lungo le coste cosentine, a pochi chilometri da Amantea. Qui vicino sarebbero stati svuotati diversi barili sospetti lungo i fiumi. Un’indagine del 2010, dovuta all’alto numero di tumori in rapporto alla popolazione, farà emerge l’alta tossicità proprio di quei fiumi, con valori ben oltre la norma.

Il fenomeno delle “navi a perdere” si inserisce in un campo ben più ampio: quello delle ecomafie. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Legambiente, il fenomeno è in costante crescita. Lo scorso anno, nonostante la crisi pandemica, è cresciuto dello 0,6%, con i reati ambientali che hanno toccato quota 34.867, una media di 95 al giorno. In particolare, per il ciclo di rifiuti si segnalano arresti in crescita del 15,2%. Per quanto riguarda le “navi a perdere”, non si può sapere con precisione l’impatto ambientale che hanno avuto. Tuttavia, un rapporto di Legambiente del 2006 stima oltre ventimila scorie radioattive nel mar Mediterraneo.

È stato il pentito Francesco Fonti, ‘ndranghetista di San Luca, ad ammettere l’esistenza del fenomeno delle “navi a perdere”. Lui stesso ha affermato di aver affondato volontariamente oltre trenta navi cariche di rifiuti tossici, tra cui la Cunsky, una delle quattro navi (oltre alla Jolly Rosso) che secondo Greenpeace erano incaricate da società private di smaltire scorie radioattive.

Il fenomeno non si ferma solo in Calabria e Sicilia, ma coinvolge oltre 22 paesi come Kenya e Somalia. Tutt’ora le indagini sulle navi a perdere continuano. Nel 2020 l’ex ministro dell’ambiente Sergio Costa ha stanziato oltre un milione di euro per il continuo delle inchieste. Ancora oggi, tuttavia, soprattutto tra le aziende di smaltimento c’è chi sostiene che queste “navi fantasma” cariche di rifiuti non siano mai esistite.

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