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“Mare Caldo” e pericolo cicloni: il progetto di Greenpeace

“Mare Caldo” e pericolo cicloni: il progetto di Greenpeace

di Jacopo Perilli

Le temperature dei nostri mari continuano a salire pericolosamente, arrivando a toccare i 30°C. Si tratta di numeri mai raggiunti. Le nostre acque stanno acquisendo caratteristiche tipicamente tropicali. Oggi, infatti, si registrano nel Mar Rosso, nel Golfo Persico, nel Golfo del Bengala e nel Mar Cinese Meridionale temperature poco superiori alle nostre, sui 31°C-32°C, con cambiamenti che riguardano anche la fauna locale.

L’allarme del meteorologo Tedici

Il pericolo più grande, come evidenziato da Lorenzo Tedici, meteorologo de iLMeteo.it, è quello legato ai «temporali marittimi più forti appena arriverà una perturbazione». Questo perché il calore del mare potrebbe trasformarsi in energia e scatenare fenomeni atmosferici violenti. Una temperatura marina in superficie superiore ai 26,5°C, infatti, aumenta notevolmente la probabilità che si formino Tropical Like Cyclones (TLC), piccoli uragani anche sul Mar Mediterraneo.

I dati dell’EEA

Negli ultimi anni si sono registrati parecchi TLC: 28 ottobre 2021, Apollo; 17 settembre 2020, Ianos sulla Grecia, 11 novembre 2019, Detlef ad ovest della Sardegna, 28 settembre 2018, Zorbas a sud della Sicilia. Secondo le ultime ricerche condotte dall’Agenzia Europea per dell’Ambiente, tra il 1981 e il 2018 la temperatura superficiale dei 5 mari d’Europa è aumentata di 0,2 – 0,5 gradi ogni 10 anni: la temperatura del Nord Atlantico è aumentata di 0,2°C ogni decennio, mentre quella del Mar Nero di 0,5°C ogni decennio. Tra il 2000 e il 2019 il Mar Nero si è scaldato di circa 1 grado, il Mediterraneo e il Baltico di oltre 0,5 gradi, il Mare del Nord di circa 0,4 gradi e il Nord Atlantico di quasi 0,3 gradi. Si tratta di differenze che potrebbero sembrare sottili ma in realtà mezzo grado di differenza può provocare effetti disastrosi ed alterare gli ecosistemi.

Greenpeace e il progetto “Mare caldo”

Il progetto “Mare caldo”, lanciato da Greenpeace in collaborazione con il DISTAV (Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita) dell’Università di Genova, è iniziato a fine 2019 con l’installazione di una stazione pilota nel mare dell’Isola d’Elba, e già durante il primo anno di ricerca ha visto l’adesione di quattro AMP: Portofino, in Liguria; Plemmirio, in Sicilia; Capo Carbonara e Tavolara-Punta Coda Cavallo in Sardegna. Successivamente si sono aggiunte Torre Guaceto, Miramare, l’Isola dell’Asinara e le Isole di Ventotene e Santo Stefano, nel Lazio. Oggi abbiamo dunque ben nove aree di studio.

«I dati raccolti evidenziano come da sud a nord siano in atto dei cambiamenti, spesso irreversibili, legati al riscaldamento del mare, anche in profondità, che stanno fortemente modificando la biodiversità dei nostri mari. Ci auguriamo che gli studi in corso attraverso il monitoraggio delle temperature e degli impatti sugli organismi bentonici in varie aree dei nostri mari servano a sviluppare le conoscenze necessarie per fronteggiare le attuali sfide ambientali»

Come si legge nella relazione stilata dopo il primo anno del progetto (2019-20), il riscaldamento globale ha un impatto drammatico sugli ecosistemi marini a livello mondiale. A causa dello stress termico cui sono sottoposte, le comunità marine potrebbero non essere in grado di adattarsi al rapido cambiamento in atto.

L’obiettivo del progetto è, dunque, non solo quello di monitorare i cambiamenti della temperatura lungo la colonna d’acqua per periodi più o meno lunghi, ma anche e soprattutto quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericolosi cambiamenti in atto, riflettendo ad eventuali interventi per fronteggiarli.

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