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Asfalto rovente. I rider e la fondazione Somaschi

Asfalto rovente. I rider e la fondazione Somaschi

Questo articolo è un estratto della rivista digitale gratuita Emersioni – Storie e percorsi dallo sfruttamento all’autonomia realizzata da una redazione di ragazzi e ragazze under 25, guidati dal giornalista Giuliano Battiston. Un’iniziativa promossa da Città Metropolitana di Milano insieme all’agenzia per la trasformazione culturale cheFare e l’organizzazione indipendente di ricerca e trasformazione sociale Codici ricerca e intervento, nell’ambito del progetto Derive e Approdi contro la tratta e il grave sfruttamento di esseri umani.

 

reportage di Cristiano Zanin

In piazza XXV Aprile verso l’ora di pranzo ci sono 35 gradi e il sole rende l’asfalto rovente. È estate e vicino a porta Garibaldi ci sono diversi rider che cercano riparo all’ombra, appoggiati al monumento o seduti vicino alle aiuole. Molti di loro stanno facendo delle chiamate, altri guardano il cellulare. Martina e Alessio si avvicinano e iniziano a conversare: «Ciao, come ti chiami? Da dove vieni? Parli italiano?». Lavorano per la Fondazione Somaschi, una onlus che “incontra in strada e accoglie le persone che hanno bisogno”, come riporta il suo sito. Lo scopo dell’associazione è aiutare le persone fragili a riconquistare la propria autonomia.

Martina e Alessio fanno parte del servizio di “bassa soglia” della Fondazione, con cui si cerca di intercettare le vittime e dare loro un primo aiuto. I volontari e i dipendenti si dividono in sette unità di strada che fanno altrettante uscite, quattro diurne e tre notturne. Inizialmente la Fondazione si occupava di persone senza dimora, in condizioni di maltrattamento, di disagio sociale e abitativo, oltre che delle vittime di sfruttamento sessuale e lavorativo. Ci si potrebbe chiedere, dunque, perché oggi si occupi anche dei rider. Lo spiega Martina: «Svolgono attività legali ma lavorano in condizioni di sfruttamento, non hanno nemmeno un contratto. Non è previsto che ci si possa fermare neanche per un guasto del mezzo di trasporto o per la pioggia, c’è sempre il rischio di essere licenziati. I rider sono sottoposti a una grande pressione da parte delle piattaforme. Possono esserci più turni o orari fissi, si può venire pagati in base agli ordini consegnati o in base alla distanza coperta…». Secondo il Corriere della Sera all’inizio del 2022 a Milano c’erano da seimila a ottomila rider; il guadagno medio di un rider a tempo pieno è intorno agli 800 euro mensili, una cifra insignificante se paragonata ai guadagni in costante aumento delle compagnie di food delivery: nel 2021 Glovo ha fatturato 150 milioni di euro, Deliveroo un miliardo, Just Eat 5,3 miliardi e Uber Eats 5,5 miliardi.

Un rider sulla cinquantina seduto su una panchina con una bottiglietta d’acqua in mano si passa la mano sul volto che si è appena bagnato per rinfrescarsi: «Io voglio tornare a casa. Vengo dalla Costa d’Avorio e ho un progetto per l’agricoltura nel mio Paese». È in Italia da più di trent’anni ma non ha trovato impieghi soddisfacenti. Martina gli spiega che c’è la possibilità del rimpatrio volontario assistito, un percorso individualizzato di rientro in patria, e dopo avergli dato il biglietto con i contatti del servizio di bassa soglia ci spiega che il ritorno viene visto come un fallimento e che per questo è una scelta difficile.

Nelle uscite diurne gli operatori della Fondazione Somaschi si occupano prevalentemente di rider e di chi pratica l’accattonaggio, che è in calo perché «si preferisce svolgere un’occupazione anche se in condizioni di sfruttamento anziché chiedere l’elemosina». Potrebbe sembrare un miglioramento, ma non è così semplice: «quando parliamo con i rider nessuno dice di avere problemi col lavoro, perché per quanto sia duro non viene percepito come sfruttamento». Questo li spinge ad accontentarsi della propria condizione e a fare poco per uscirne, nonostante alla fatica del lavoro si aggiungano spesso diversi tipi di raggiri: «una persona che non parla l’italiano può firmare un contratto da quattro ore giornaliere fidandosi di chi le dice che deve lavorarne otto. Gli immigrati irregolari non potrebbero fare i rider, quindi si fanno affittare gli account da chi invece può; i soldi vengono accreditati al proprietario dell’account, che non è detto che li dia al rider». Per gli stranieri la situazione è difficile: «se non capisci la lingua accade che inizia a piovere e te ne vai a casa, vieni licenziato e non capisci perché».

 

L’uscita prosegue e nel primo pomeriggio ci dirigiamo prima verso il cimitero Monumentale, dove alcuni ciclofattorini stanno consumando il pasto seduti sul marciapiede, all’ombra degli alberi, e poi in via Paolo Sarpi, dove altri conversano seduti ai tavoli di un McDonald’s chiuso. Sembrano tutti ben disposti e qualcuno è in vena di scherzi: un ragazzo si presenta come “Desmond Tutu”, suscitando l’ilarità generale. Poi il discorso assume temi più seri: «Io ho la sussidiaria», dice un uomo sulla trentina, originario del Burkina Faso, «e vorrei cambiarla in un permesso di lavoro». La sussidiaria è una forma di protezione concessa a chi, tornando nel proprio Paese, rischierebbe di subire un danno grave. Martina gli spiega che non gli conviene e gli chiede perché lo voglia fare: «voglio andare in Canada, si guadagnano più soldi», risponde lui con un sorriso sardonico. Molti rider hanno permessi temporanei e non sanno come orientarsi nell’intricata burocrazia italiana.

Alessio e Martina spiegano che i rider che incontrano provengono per lo più dall’Africa occidentale e dal sud dell’Asia, soprattutto Pakistan e Bangladesh. Di solito, dopo aver presentato se stessi e la Fondazione, i due operatori chiedono se c’è qualche problema con il lavoro, o se serve assistenza medica o burocratica. Quando serve, la persona viene indirizzata allo sportello di segretariato, dove viene aiutata a prenotare visite mediche, a compilare documenti, a fare richiesta per il permesso di soggiorno o viene indirizzata agli enti che forniscono altri servizi, come l’assistenza legale gratuita. La Fondazione organizza inoltre corsi di vario tipo, da quelli in cui si impara a compilare il curriculum alle lezioni di italiano, e fornisce a persone senza dimora o senza regolare contratto d’affitto residenze fittizie; la residenza è fondamentale, infatti, per l’esercizio dei diritti e per molti servizi essenziali ma, racconta Martina, «molti rider vivono in appartamenti sovraffollati “in nero” e pagano anche 200 euro ai propri connazionali per avere una residenza».

I soldi, poi, non bastano mai. La retribuzione dei rider si basa sul cottimo. La loro professione è stata inserita nel contratto collettivo nazionale di lavoro in seguito a una contrattazione contestata dai maggiori sindacati. Sono considerati lavoratori autonomi, a eccezione del caso di Just Eat, che assume i fattorini come dipendenti, ma con contratti che sono ben lontani dal garantire le tutele proprie dei lavoratori subordinati.

L’unità di strada termina il suo percorso a City Life, dove le porte automatiche dei negozi lasciano uscire folate d’aria fresca. Alessio si avvicina a una coppia di rider e ne saluta uno stringendogli la mano: «Ma io ti conosco!». A volte nelle uscite si incontrano persone che sono già venute allo sportello e hanno seguito i percorsi mirati all’acquisizione dell’autonomia. Alessio scambia con il suo amico le battute di rito: «Come sta tua moglie? E tuo figlio?». L’uomo gli racconta che la famiglia lo sta aspettando a Londra, dove conta di andare l’anno prossimo. Dopo aver salutato, Alessio si allontana e si avvia insieme a Martina verso la stazione della metro. I rider riprendono a pedalare.

 

 

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