Nei giorni in cui a Sharm el-Sheikh si sta svolgendo la Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) ha presentato il report 2022 sulle emissioni di gas serra e sul loro impatto riguardo ai cambiamenti climatici, in particolare rispetto alla data del 2030.

Il report, dal titolo The Closing Window (“La finestra che si sta chiudendo”) fornisce una panoramica sul livello che le emissioni di gas serra raggiungeranno nel 2030 perseguendo le politiche attuali e dove dovrebbero essere per evitare le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il rapporto mostra che gli impegni nazionali aggiornati dalla Cop26 – tenutasi nel 2021 a Glasgow, nel Regno Unito – rappresentano una differenza trascurabile rispetto alla riduzione delle emissioni previste per il 2030, e che siamo lontani dall’obiettivo dell’Accordo di Parigi di limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, preferibilmente 1,5°C. Le politiche attualmente in vigore, infatti, indicano un aumento della temperatura di 2,8°C entro la fine del secolo. L’attuazione degli impegni presi, invece, porterà a un aumento della temperatura di 2,4-2,6°C entro la fine del secolo.

Il rapporto rileva che solo un’urgente trasformazione a livello di sistema può produrre gli enormi tagli necessari per limitare le emissioni di gas serra entro il 2030: il 45% rispetto alle proiezioni basate sulle politiche attualmente in atto per arrivare a 1,5°C e il 30% per 2°C. Questo rapporto fornisce un’analisi approfondita sulle modalità di realizzazione di questa trasformazione, esaminando le azioni necessarie nei settori della fornitura di elettricità, dell’industria, dei trasporti e dell’edilizia, nonché nei sistemi alimentari e finanziari.

In tutto il mondo si registrano crescenti impatti dovuti ai cambiamenti climatici: il messaggio che le emissioni di gas serra devono diminuire è inequivocabile. Per questo, l’Emissions Gap Report 2022 invita a una rapida trasformazione delle società e rileva che le azioni della comunità internazionale sono molto al di sotto degli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, senza un percorso credibile per mantenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5°C. Solo una trasformazione urgente a livello di sistema può evitare il disastro climatico.

 

La necessità del cambiamento

Il modello business as usual, dunque, porterebbe a un incremento tale della crisi climatica da trasformarla in una irreversibile destabilizzazione globale tra il 2030 e il 2050, e produrrebbe per le sole cause ambientali «l’esodo di 200 milioni di persone entro il 2050».[1]

Le date del 2030 e del 2050 sono state individuate come gli orizzonti massimi entro i quali potrà essere ancora possibile agire e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Le motivazioni sono diverse: il 2030 rappresenta l’anno oltre il quale qualsiasi tentativo di ridurre l’inquinamento da gas serra può risultare inutile, perché a quel punto non si potranno più evitare le conseguenze innescate da un clima impazzito. Il 2050 è invece considerato uno spartiacque dagli studiosi di demografia, che «correlano i cambiamenti climatici all’aumento di produzione necessaria per soddisfare i bisogni di 9,5 miliardi di esseri umani, ovvero al picco demografico che dovremmo raggiungere a metà secolo e che dovrebbe poi stabilizzarsi».[2] Per questo motivo gli impegni presi dai governi nazionali hanno come limite temporale queste due date: ad esempio la Cina si è impegnata a stabilire che le sue emissioni raggiungeranno il picco «entro e non oltre il 2030»[3]; anche l’Accordo di Parigi, siglato da 196 Stati, ha «l’obiettivo di ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990».

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Gli impegni presi fino ad ora sono ancora insufficienti. Soprattutto riguardo al termine del 2030, i dati attuali non lasciano spazio a dubbi di nessun tipo: le previsioni sulle attuali politiche dei Governi, infatti, indicano che queste non permettono di conservare l’abitabilità della Terra: «Si prevede che le politiche attualmente in atto, senza ulteriori azioni, porteranno a un riscaldamento globale di 2,8°C nel ventunesimo secolo. L’implementazione di scenari NDC [contributi determinati a livello nazionale] incondizionati e condizionati riduce questo valore rispettivamente a 2,6°C e 2,4°C. […] Per riuscire a limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, dovremmo ridurre del 45% le attuali emissioni di gas serra entro il 2030. Per 2°C, dovremmo ridurre del 30%. Un approccio graduale non è più un’opzione. Abbiamo bisogno di una trasformazione a livello di sistema».

Come illustrato nel report dell’UNEP sopracitato, il tempo dei piccoli cambiamenti è finito. È necessario agire adesso, perché in futuro non sarà più possibile porre rimedio a questa soluzione. Ridurre le emissioni di gas serra del 45% entro il 2030 è un compito estremamente arduo, per cui si rende necessaria una modifica dalle radici e a livello globale del sistema economico-sociale in cui viviamo. È una missione complessa, ma ancora possibile.

 

[1] G. Mastrojeni, A. Pasini, Effetto Serra, Effetto Guerra, Chiarelettere, 2017, p. 11.

[2] Ivi, cit., p. 58.

[3] T. Flannery, Una Speranza nell’Aria, Corbaccio, 2015, p. 188.