di Sara Andreani

Non è certo una meta ideale per le vacanze estive, ma un viaggio a Chernobyl è un’esperienza che  ti lascia un segno e un ricordo indelebile. L’unico pericolo che si corre è quello, al ritorno, di non riuscire più a guardare le cose nello stesso modo.

Sono stata in viaggio a Chernobyl  con l’associazione “I Luoghi dell’Abbandono” di Rovigo, ho trascorso quattro giorni in un paesino alle porte di Pripjat. Il mio gruppo era composto da circa venti persone provenienti da tutta Italia, tutte interessate a vivere l’esperienza di visitare uno dei luoghi più inospitali d’Europa. Il durante il nostro tour abbiamo avuto modo di visitare a piedi la città di Pripjat, che fino al 1986 era la seconda città più grande e popolosa d’Ucraina, muovendoci tra una vegetazione fitta che negli anni ha inghiottito strade e palazzi. Abbiamo visitato i luoghi simbolo della città, ormai resi irriconoscibili dal degrado degli anni, camminando dentro scuole, negozi e teatri.

Camminando per le strade di Pripjat sembra incredibile che siano passati solo 34 anni dal disastro, perché la presenza della vegetazione è talmente forte che non sembra possibile che pochi anni fa quelli che ora sono piccoli boschi, fossero piazze e strade. Si ha la percezione di quanto l’uomo sia piccolo e non indispensabile di fronte alla natura, che alla prima occasione si riprende tutto quello che può.

Figura 1. Vista della città di Pripjat

Il nostro viaggio prevedeva la visita alla centrale nucleare di Chernobyl, tutt’ora “attiva”. All’interno della centrale ad oggi lavorano circa mille operai i quali tengono monitorato il nocciolo del reattore 4 tutt’ora in fiamme, e regolano la rete elettrica della città. Si, perché c’è ancora qualcuno che vive nei pressi della centrale nucleare, e sono proprio questi operai, che periodicamente lavorano e vivono a Chernobyl per poi allontanarsi diversi mesi e disintossicare il corpo dalle radiazioni. È possibile organizzare visite guidate alla centrale ed entrare nelle diverse sale di controllo dei reattori, ancora oggi però, la guida non si sbilancia nell’attribuire le responsabilità del disastro.

 

Figura 2. Centrale nucleare di Chernobyl e monumento ai caduti.

L’ultima tappa del viaggio è stata senza dubbio la più emozionante. Il nostro accompagnatore ci ha portato a visitare un piccolo villaggio chiamato Kupovate, nella campagna fuori Pripjat. Qui abita una piccolissima comunità di Samosely, tanto legata alla propria terra al punto da non averla mai lasciata, neanche dopo il disastro nucleare, e per questo disconosciuta dallo Stato ucraino. I pochi abitanti di Kupovate sono donne ormai molto anziane, che per vivere allevano galline e coltivano quello che possono nella terra contaminata dalle radiazioni. Per questo sono anche molto malate, ma non possono permettersi nessuna cura.

Ci siamo fermati a lungo a parlare con queste donne, che nel loro ucraino sgangherato ci hanno raccontato la loro storia e le loro difficoltà quotidiane, tra un bicchiere di samogon – vodka distillata in casa – e l’altro, senza mai piangersi addosso. O meglio, qualche lacrima è stata versata anche da loro, ma per la gioia di vedere qualcuno interessato alla loro storia. L’incontro con le babushke di Kupovate ci ha insegnato il valore della generosità, il saper donare anche senza avere nulla, ci ha reso consapevoli di quanto siamo fortunati nel fare la doccia con l’acqua calda, e ci ha mostrato quanta forza si può avere nell’affrontare le difficoltà della vita.

Chernobyl è un viaggio che si può fare in sicurezza, ma che inevitabilmente ti trasforma qualcosa dentro l’anima.

Figura 3. Abitazione tipica del villaggio Kupovate Figura 4. Babushka Sonia insieme a Devis Vezzaro,