di Allegra Adorni

Soltanto il 6% delle strade e piazze in Italia sono dedicate alle donne. Questo perchè le città, che idealmente dovrebbero essere luoghi di parità e uguaglianza, in realtà sono costruite da e per uomini. Questa disparità si manifesta in episodi di violenza, povertà, opportunità di lavoro limitate e mancanza di potere decisionale sia in ambito pubblico che privato. Lo dimostra lo studio Designing cities that work for women condotto dal United Nations Development Programme, Arup e l’Università di Liverpool.

Stando ai dati riportati dalla ricerca quando le donne pensano alla città vedono innanzitutto pericolo: “in Inghilterra il 71% delle donne ha vissuto episodi di molestie sessuali in luoghi pubblici, in Giordania il 47% delle donne ha rifiutato offerte di lavoro a causa dell’utilizzo di trasporti pubblici”. La disuguaglianza si manifesta anche in altre forme, basti pensare alla scarsità di bagni pubblici presenti nelle città, soprattutto quelli femminili. Ne sono presenti un numero esiguo, se ci sono si trovano in condizioni pessime, sono percepiti come posti pericolosi e non hanno dotazioni come i fasciatoi.

Un sondaggio postale dell’organizzazione femminile del partito Socialdemocratico di Vienna ha dimostrato come le esperienze della città di uomini e donne siano completamente diverse, e come quelle delle donne vengano trascurate: “due terzi dei viaggi in auto sono realizzati da uomini, mentre due terzi di quelli a piedi da donne. Se si vuole quindi fare qualcosa per le donne bisogna innanzitutto fare qualcosa per i pedoni” (Guardian).

 

Paradossalmente quindi le donne, che sono i soggetti che vivono di più la città percorrendola a piedi, sono anche quelli meno considerati. Dimostrazione di ciò è il trascurare completamente la circolazione del passeggino nel progettare le strade: spesso sono troppo strette, con spazi ampi dedicati solo a piste ciclabili, con barriere architettoniche e con strutture prive di ascensori. In questo caso un esempio da cui prendere ispirazione è il sistema adottato a Barcellona dei Superillas: un gruppo di nove isolati aperti solo al traffico locale a bassa velocità, all’interno dei quali auto e pedoni hanno la stessa importanza. Questo sistema permette di avere quartieri con strade percorribili con bambini e passeggini.

Dal punto di vista dell’approccio in un’ottica di genere nel progettare gli spazi è esemplare l’attività svolta a Vienna. Dal 1995 la capitale austriaca ha condotto circa 60 progetti sensibili alla parità di genere, e continua tutt’oggi. Con una grande quantità di spazi pubblici dedicati a donne e pensando ad ogni aspetto della vita quotidiana che può essere migliorato e facilitato grazie al rinnovamento urbano.

Nel 2008 il programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani ha riconosciuto la strategia di pianificazione urbana di Vienna come la migliore (Guardian). Una strategia che punta a permettere a donne, uomini, anziani e disabili di vivere la città allo stesso modo e con la stessa comodità. Tutto ciò viene fatto prendendo in considerazione il punto di vista delle donne, le loro esigenze, riconoscendo la loro autorità. Infatti la maggior parte dei progetti legati a questi temi sono stati guidati da professioniste esperte del settore. Dopo Vienna molte altre città hanno iniziato ad adottare politiche diverse, come Berlino, Copenaghen e la già citata Barcellona.

Anche in Italia sono stati realizzati studi analoghi a quelli riportati, in particolare a Milano dove le architette Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola hanno realizzato la ricerca Sex and the city – Milano atlante di genere.  Partendo dall’idea di Teresa Boccia secondo cui lo spazio non è neutro, ma “è abitato da corpi sessualizzati che hanno differenti esperienze della città e dei territori, con differenze nei modi di vivere e muoversi per la città”; le due studiose hanno analizzato la metropoli di Milano in un’ottica di genere. Le conclusioni a cui sono giunte sono analoghe a quelle della ricerca inglese, se non peggiori: il tema del pericolo è centrale e secondo un’indagine condotta “più del 60% degli uomini dichiarano di sentirsi al sicuro di notte, contro il 23% delle donne”.

Anche dal punto di vista della toponomastica, come già detto, si ha un forte squilibrio: pochissimi spazi pubblici sono dedicati a donne. Cosa questa che ha un forte potere simbolico. Come afferma la presidentessa di Toponomastica femminile Maria Pia Ercolini “la toponomastica è un riflesso del valore che una comunità assegna ai suoi membri” (Mapping Diversity), e stando ai dati l’Italia riconosce uno scarso valore ai membri femminili. Ne è una dimostrazione la scelta, sempre a Milano, di spegnere i lampioni della città superata la mezzanotte a causa del rincaro dell’energia, rendendo così ancora più pericolose le strade e lasciando inascoltate le richieste e i bisogni delle donne. Perchè se la presenza di un lampione non può prevenire le aggressioni, può però alleviare l’ansia dei soggetti a rischio e migliorare l’accesso alla città.

Altri studi su questo tema si sono diffusi anche in altre zone, in particolare a Parma, Napoli e Campania. Si rivela così necessario ripensare la città e l’urbanistica in un’ottica di genere, farlo vuol dire creare un luogo più inclusivo per tutti e ottenere una migliore qualità della vita. Perchè le città fino ad ora sono sempre state progettate e pensate come se ci fossero solo uomini che vanno a lavorare dalla mattina alla sera. Ma un’ottica urbanistrica di genere significa rendere la città accessibile e vivibile anche a disabili e anziani, e farlo in un’ottica green e sostenibile.