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Shein. Campione di moda insostenibile

Shein. Campione di moda insostenibile

di  Allegra Adorni

Il Fast Fashion è uno dei principali responsabili delle emissioni di gas serra (almeno il 10%) e di inquinamento delle acque (circa il 20%) sul pianeta, e questo non è una novità. È però sorto negli scorsi mesi il ruolo che l’azienda cinese di vendita online Shein ha in tutto questo.

Shein è il marchio fast fashion più famoso al mondo, con un fatturato di 10 miliardi di dollari nel 2020, nato nel 2008 il marchio ha avuto una crescita rapida con il covid-19, arrivando nel 2021 a superare le vendite di Zara e H&M. Tutto ciò grazie a prezzi bassi, stile alla moda e un ottimo Social Media Marketing; diffondendo così un modo di approcciarsi al vestiario usa e getta, con vestiti che vengono comprati, indossati qualche volta e poi buttati. Ma a che prezzo ?

Un esperimento condotto dall’associazione no profit Greenpeace lo scorso novembre ha dimostrato come “su 47 prodotti Shein acquistati in Italia, Austria, Germania, Spagna e Svizzera, il 15% hanno fatto registrare, nelle analisi di laboratorio, quantità di sostanze chimiche pericolose superiori ai livelli consentiti dalle leggi europee. In altri quindici prodotti (32%) le concentrazioni di queste sostanze si sono attestate a livelli preoccupanti, a dimostrazione del disinteresse di Shein nei confronti dei rischi ambientali e per la salute umana” (Greenpeace).

In particolare nei capi sono state trovate tracce di nichel e formaldeide, noti per poter causare reazioni allergiche e in elevate quantità essere cancerogeni. Il fatto che queste sostanze siano nei vestiti è un elemento dannoso per chi li indossa, ma soprattutto per chi li produce perchè vuol dire che viene esposto per lungo tempo a grandi quantità di composti tossici. Composti che vengono riversati nell’ambiente tramite gli scarichi, costituendo un pericolo anche per le comunità che vivono vicino alle zone di produzione. Vestiti dannosi per chi li indossa, chi li produce e per il pianeta; tutto ciò per poter continuare a vendere i prodotti a prezzi e ritmi concorrenziali.

A ciò si aggiunge l’approccio usa e getta favorito dall’azienda, per cui “il 60% dei prodotti acquistati viene buttato nello stesso anno in cui viene comprato” (Greenvector), andando a finire in discariche a cielo aperto composte da cumuli di vestiti. Il risultato è che ogni aspetto della catena di produzione di Shein sembra essere insostenibile, dalla produzione allo smaltimento. Apparentemente però, stando a ciò che l’azienda dichiara nel report annuale sulla sostenibilità, Shein si impegna per il pianeta: per il 2021 si è posto l’obiettivo di diminuire la produzione di gas serra, favorire l’economia circolare e ridurre lo spreco d’acqua.

Peccato che il report sia completamente privo di dati, informazioni e piani strategici concreti che possano permettere di stabilire la fattibilità di quanto affermato e quanto l’azienda si stia davvero impegnando (Report sostenibilità). Il colosso così non dimostra un reale interesse nel migliorare la sua posizione in termini di impatto ambientale, a differenza ad esempio di quanto ha fatto Zara, altro esponente del fast fashion, nel suo report annuale.

Insieme agli altri brand che fanno parte del gruppo Inditex, Zara ha pubblicato il suo report sulla sostenibilità ed in questo caso vengono proposti dati e obiettivi specifici: nel 2023 il 100% dei prodotti realizzati in cotone proverranno da fonti sostenibili, verranno completamente eliminate le borse di plastica monouso, nel 2025 il 100% del lino e del poliestere sarà prodotto fa fonti sostenibili e si prevede una riduzione del 25% del consumo dell’acqua, predisponendo l’obiettivo zero emissioni per il 2040 (Report sostenibilità). Così Zara a differenza di Shein dimostra un impegno concreto nel cambiamento ponendosi degli obiettivi per migliorare.

Nonostante ciò Shein continua ad avere successo, anche più di Zara, questo grazie ai prezzi stracciati: “se ai consumatori piace un vestito di Zara, possono trovare uno stile simile da Shein a circa il 70% del prezzo di Zara” (Euromonitor). In questi casi se l’acquirente può pagare poco il capo, è perché qualcunosta pagando al posto suo; infatti il motivo principale per questi prezzi concorrenziali è lo sfruttamento della manodopera. La reporter Iman Amrani ha realizzato un’inchiesta entrando di nascosto nelle fabbriche di produzione del colosso cinese, registrando video e raccogliendoli in Untold: inside the Shein

Preoccupante però è la totale indifferenza di chi acquista su Shein. Perchè le questioni dello sfruttamento e dell’inquinamento che produce non sono certo una novità, ma nonostante ciò il brand si trova al settimo posto nella classifica dei marchi più amati dalla Gen Z (visualcapitalist). A dimostrare ciò è stato anche un video inchiesta realizzato da Nssmagazine nel pop-up che Shein ha aperto a Milano lo scorso dicembre.

Nel corso del video viene chiesto a ragazzi e ragazze giovani perchè acquistino i prodotti del brand, con quale frequenza e soprattutto se secondo loro sia sostenibile. Le risposte che vengono date sono allarmanti: su 9 persone intervistate 2 credono che il brand sia sostenibile, le restanti 7 sono consapevoli della non sostenibilità ma vi acquistano lo stesso. La principale motivazione sono i prezzi bassi, perchè “ci sta spendere poco e metterlo quella volta e poi basta” (Nssmagazine).

Questa è la dimostrazione della noncuranza verso le ripercussioni che le nostre scelte quotidiane hanno sul pianeta e di quanto sia necessaria un’educazione all’acquisto. Perchè nemmeno dopo l’aver scoperto la presenza di sostanze tossiche nei tessuti le vendite sono calate anzi, con il Natale gli acquisti sono aumentati. Permettendo così a Shein di detenere il primato di vendite, a cui si aggiungono quelli di inquinamento e sfruttamento nel campo della moda.

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