Di Giorgia Ferri

 

Da anni in tutto il mondo risuona il campanello d’allarme legato al fenomeno della siccità, ma solo recentemente le persone hanno iniziato a comprenderne realmente la gravità. Torrenti, fiumi e laghi completamente prosciugati: in molti si sono posti degli interrogativi rispetto al loro ruolo in questa drammatica situazione.

 

L’utilizzo dell’acqua nel settore alimentare

Parlando di acqua è necessario fare una distinzione tra consumo diretto, quello che il cittadino effettua bevendo, lavandosi o innaffiando le piante, e il consumo indiretto, in cui l’acqua viene utilizzata per la produzione di beni che portiamo sulla nostra tavola.

Waterfootprint mostra quanta acqua è necessaria per la produzione dei cibi che mangiamo tutti i giorni. La carne bovina è senza dubbio l’alimento che ne richiede la maggior quantità. Per produrne un chilo servono poco più di 15.400 litri d’acqua: molti di più rispetto a quella che viene usata per produrre un chilo di carne di pecora, capra, di maiale e di pollame.

Per produrre alimenti di origine vegetale i numeri sono nettamente più bassi. Basti osservare che per un chilo di verdure, in media, vengono utilizzati 322 litri d’acqua, e per produrre la stessa quantità di frutta è richiesta una media di 962 litri di acqua.

Appare evidente che ciò che danneggia l’ambiente non è l’acqua che noi utilizziamo nelle nostre attività quotidiane, ma il consumo “nascosto” che viene effettuato dai produttori alimentari.

 

Nuovi modelli di dieta nel panorama alimentare

Negli ultimi tempi si sono fatte largo le diete vegane e vegetariane, con lo scopo di ridurre l’impatto idrico e per garantire uno stile di vita sano e sostenibile. Secondo uno studio dell’Università di Oxford, se tutti diventassimo vegani, escludendo completamente carne, pesce e derivati animali dalle nostre tavole:

  • Riusciremmo a ridurre del 49% le emissioni di gas serra;
  • Ridurremmo del 49% l’eutrofizzazione, fenomeno per cui i nutrienti dei fertilizzanti si riversano in bacini idrici, danneggiando gli ecosistemi;
  • Faremmo diminuire i terreni per produrre cibo fino al 76%;
  • Abbasseremmo del 19% dei prelievi di acqua dolce.

Qualora non si riuscisse a eliminare definitivamente prodotti di origine animale dalla nostra piramide alimentare, anche solo mangiare meno carne ridurrebbe l’impronta idrica fino al 35%. Sostituendo la carne con il pesce, l’impronta diminuirebbe fino al 55%.

 

 

Impatto idrico mondiale

Analizzando i dati sull’utilizzo dell’acqua, c’è un ulteriore dato significativo da tenere in considerazione: secondo le Nazioni Unite la popolazione mondiale continuerà ad aumentare, raggiungendo i 10 miliardi nel 2050 e gli 11 nel 2100.

Della popolazione mondiale attuale, già 2 miliardi vivono in zone ad elevato stress idrico, riscuotendo difficoltà ad accedere all’acqua. Inoltre, da quanto si evince da uno studio condotto da Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN), l’Onu prevede che entro il 2030 la siccità provocherà da 24 a 700 milioni di migranti.

Facendo affidamento ai numeri, l’impronta idrica media individuale su scala mondiale è pari a 3.795 litri d’acqua per individuo al giorno e i primi 5 paesi più responsabili sono Cina, Stati Uniti, Brasile, Russia e Messico.

L’Italia, che non viene menzionata nella top 10, mostra comunque un’impronta idrica molto elevata, pari a 6.300 litri per persona al giorno. Secondo quanto riportato dall’ultimo censimento Istat, per il Paese emerge però il dato positivo relativo all’utilizzo di tecniche di irrigazione più efficaci, che permettono di ridurre il consumo idrico fino all’80%.