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Lützerath, il tempo della ribellione

Lützerath, il tempo della ribellione

di Nicola Rinaldi

 

L’immagine di Greta Thunberg arrestata e portata via di peso dalla polizia tedesca lo scorso 17 gennaio ha fatto il giro del mondo. Rilasciata dopo l’identificazione, la giovane attivista per il clima protestava insieme a migliaia di attivisti giunti da tutta Europa contro l’espansione della miniera di carbone di Garzweiler, nel villaggio tedesco di Lützerath.

Le proteste vanno avanti da settimane. Nonostante l’intervento della polizia per sgomberare il villaggio dagli accampamenti ambientalisti sorti a difesa della cittadina, la resistenza continua con atti di sabotaggio e di disobbedienza civili volti a rallentare i lavori.

La miniera di Garzweiler era destinata alla chiusura. La sua produzione annuale era ormai ridotta a 25 milioni di tonnellate di lignite, un tipo di carbone poco efficiente ma soprattutto altamente inquinante. Con la guerra in Ucraina l’equazione energetica di tutta Europa è cambiata drasticamente. Il governo tedesco ha dunque deciso che quella miniera non solo resterà aperta, ma verrà più che decuplicata la sua produzione: l’obiettivo è di estrarre 280 milioni di tonnellate di lignite entro il 2030.  Bruciare una tale quantità di questo materiale renderebbe il bacino del Reno “la fonte primaria di CO2 in Europa e porterebbe la Germania a non rispettare gli obiettivi climatici internazionali”.

Altra caratteristica pericolosa della lignite è che si trova molto vicino alla superfice; dunque le miniere non si sviluppano per chilometri o in profondità, ma si “allargano” scavando con enormi ruspe grandi appezzamenti di terreno. Considerando che la miniera si estende già per 48 chilometri quadrati, il raggiungimento degli obiettivi dichiarati porterebbe alla distruzione completa di almeno altri sette paesi (oltre ai venti scomparsi da quando esiste la miniera).

Gli attivisti vivono una situazione di forte difficoltà: da una parte, devono resistere alle delle forze dell’ordine; dall’altra, si sentono politicamente abbandonati dal loro partito di riferimento. Tra le forze politiche che compongono la maggioranza di governo in Germania, infatti, troviamo anche il partito dei Verdi. Ciò ha messo in estrema difficoltà organizzazioni e movimenti, come Greenpeace e Fridays For Future, convinti di aver trovato un interlocutore politico in grado di rappresentare le tematiche di difesa dell’ambiente: il rapporto consolidato negli ultimi decenni tra movimenti è stato incrinato in poche settimane.

Già lo scorso ottobre il cancelliere Olaf Scholz aveva annunciato la riapertura di cinque centrali elettriche alimentate a lignite. A occuparsi della questione è stato il presidente del partito ambientalista, Robert Habeck, che da poco più di un anno ricopre anche la carica di vicecancelliere e ministro dell’Economia, siglando un accordo con il colosso energetico RWE.  La contraddizione è diventata così palese che Luisa Neubauer, dirigenti dei Verdi è anche tra i leader tedeschi di Fridays For Future, è stata costretta a ostacolare questa decisione.

Ma la politica sembra rimanere cieca di fronte alle richieste delle migliaia di attivisti. La stessa Greta Thunberg, presente alle manifestazioni e diventata celebre anche per il “bla bla bla” con cui si era riferita ai politici durante la Cop26, ha dichiarato che “la Germania si sta davvero mettendo in imbarazzo in questo momento. È scioccante vedere cosa sta accadendo. Vogliamo mostrare com’è il potere del popolo, com’è la democrazia”, invitando a proseguire la mobilitazione.

Lützerath era già stata protagonista di fatti di cronaca quando, nel 2018, diversi attivisti climatici si erano insediati nei paesi abbandonati costruendo case sugli alberi, impianti fotovoltaici, centri comunitari e ripopolando un villaggio fantasma per dimostrare che una società basata sulla giustizia climatica e la solidarietà è possibile.

Gli interessi del capitalismo finanziario, rappresentati in questo caso dal colosso energetico RWE, si affermano nuovamente come priorità dell’agenda politica. Anni e anni di narrativa green washing non sono riusciti a celare gli intenti di chi, inseguendo unicamente il profitto economico, non si preoccupa dei danni enorme sia per la salute che per l’impatto ambientale dei luoghi coinvolti dal loro operato e di tutto il pianeta.

L’ultimo report di Oxfam International evidenzia che stiamo vivendo un momento senza precedenti di molteplici crisi: “Decine di milioni di persone in più soffrono la fame. Altre centinaia di milioni affrontano aumenti impossibili del costo dei beni di prima necessità o del riscaldamento delle loro case. Il collasso climatico sta paralizzando le economie e vedendo siccità, cicloni e inondazioni costringere le persone a lasciare le loro case. Milioni di persone stanno ancora vacillando per il continuo impatto del COVID-19”. Di fronte a queste difficoltà, c’è un solo vincitore: “i più ricchi sono diventati drasticamente più ricchi e i profitti aziendali hanno raggiunto livelli record, provocando un’esplosione di disuguaglianza”.

La crisi climatica non si ferma, il tempo della ribellione continua.

 

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