di Giacomo Giraudo

 

Il Food Sustainability report del 2017 affermava che “ogni anno il pianeta perde una superficie agricola grande quanto l’Italia. Infatti, negli ultimi 40 anni è diventato improduttivo il 30% dei terreni coltivabili.”  

Nel 2023 il problema è ancora attuale, soprattutto nelle aree del mondo più povere e maggiormente colpite dal cambiamento climatico. Il modello agricolo che sta alla base dell’agrobusiness, a oggi, compromette la capacità futura di una diversificazione delle colture. Le grandi aziende agricole, negli ultimi decenni, hanno acquistato circa 26,7 milioni di ettari di terra e, attraverso la sola monocultura di olio di palma o zucchero, hanno reso questi terreni inefficienti e più inquinati. Allo stesso tempo, il sistema alimentare è dominato da accordi commerciali e politiche economiche interessate unicamente al profitto e non al diritto al cibo delle popolazioni native o alla tutela ambientale. Tuttavia, esistono opzioni di gestione per migliorare le funzioni e la salute del suolo, aumentare la biodiversità e prevenire l’erosione. 

L’agroecologia è la scienza che applica categorie e principi dell’ecologia alla progettazione e alla gestione di sistemi alimentari sostenibili. In altre parole, si tratta della coesistenza ecologica dell’agricoltura e della biodiversità secondo il principio per cui la natura è un alleato dell’uomo con cui collaborare. Dal punto di vista della produzione, si tratta di un modello che prevede la diversificazione delle colture al fine di creare una maggiore resilienza del terreno e la riduzione dell’utilizzo di pesticidi. L’obiettivo finale è quello di raggiungere la creazione di un’economia circolare che preservi le varietà autoctone del territorio ma anche la qualità del prodotto.  

Un esempio di come sia possibile invertire la tendenza di erosione dei terreni agricoli è quello di Consolata, una donna keniota che ha creato un’oasi in mezzo alla savana.  

Il Corno D’Africa è una delle regioni più colpite dal cambiamento climatico e i campi nei piccoli paesi vicini a Nairobi sono stati abbandonati dalla popolazione perché il terreno, bruciato dal caldo e dalla mancanza di piogge, è diventato incoltivabile. Non solo: l’applicazione della monocoltura, che prevede la semina di una sola specie, ha portato al progressivo indebolimento del terreno fino all’aridità.   

Consolata, a differenza della resto degli agricoltori, non ha abbandonato il proprio villaggio e con l’applicazione dell’agro ecologia è riuscita a sopravvivere alle condizioni climatiche proibitive. Insieme alla sua famiglia è riuscita a creare un ecosistema che ha rigenerato l’area e l’ha resa più equilibrata, sana e produttiva, non solo per la raccolta dei frutti e per sfamarsi, ma anche per il benessere dei propri animali e del terreno stesso.

Le difficoltà però sono molte. Negli ultimi decenni, numerosi studi hanno dimostrato che l’agroecologia è capace di dare maggiore sicurezza alimentare e creare uno sviluppo rurale equo e sostenibile in un contesto di piccole realtà industriali e private. Per quanto riguarda la produzione, al momento è prevista l’applicazione di programmi di diversificazione semplici, basati sulla coltivazione di poche specie, due o tre, e non di un progetto a larga scala.

Christian Aid, in un rapporto del 2021, ha evidenziato i benefici dell’agroecologia. In 57 Paesi si è registrato un aumento della produttività in 12,6 milioni di aziende agricole e un aumento medio della resa delle colture del 79%. 

Molti paesi e organizzazioni hanno iniziato a porre al centro delle loro agende la questione dell’agricoltura e molte delle discussioni avviate riconoscono nell’agroecologia un modello applicabile per raggiungere un’agricoltura sostenibile. Anche l’UE l’ha riconosciuta come una pratica sostenibile capace di contribuire al raggiungimento degli obiettivi del Green Deal europeo, come, ad esempio, quello di ridurre del 50% l’utilizzo dei fertilizzanti chimici entro il 2050.