di Sabia Braccia

 

Inquinamento atmosferico, smog, Mal Aria, dopo il report di Legambiente non si parla d’altro. Città italiane che sforano limiti, sigle di agenti inquinanti, riferimento a direttive mondiali o europee; analisi di dati, proposte per il cambiamento… Ma perché risolvere il problema dell’inquinamento atmosferico è così importante? Quali sono le conseguenze dell’esposizione a lungo termine per l’uomo?

Il 30 gennaio 2023 Legambiente ha reso noto il report “Mal Aria di città. Cambio di passo cercasi” allertando la popolazione sull’inquinamento di alcuni capoluoghi di provincia causato da PM10, PM2.5 e NO2. Polveri sottili e biossido di azoto sono infatti responsabili di vari disturbi, dall’asma alle infezioni cardiache, dal diabete ai tumori ed è compito delle istituzioni proteggere i cittadini da questi rischi. Ma per il momento siamo ancora in alto mare.

Mal Aria nelle città italiane: la nuova direttiva europea

Secondo il report, nel 2022 sono state 29 le città (di cui si hanno i dati) a superare il limite dei 35 giorni di sforamento tollerati per PM10; le peggiori fra queste Torino (98 sforamenti), Milano (84), Asti (79), Modena (75) e Padova e Venezia (70). Il rapporto cerca poi di analizzare il trend degli ultimi 10 anni per comprendere se effettivamente siano stati fatti sforzi per contenere il problema. Dai dati purtroppo emerge però che dal 2011 al 2021 per PM10 e NO2 «un sistematico e costante calo delle concentrazioni non si è registrato in praticamente nessuna città» anche se molte città sono in regola per la normativa vigente – mentre non lo saranno più per la futura direttiva europea che entrerà in vigore nel 2030. Presentata dalla Commissione Europea il 26 ottobre 2022, essa prevede infatti limiti più restrittivi degli attuali dettati dall’OMS per il PM10, il PM2.5, il NO2 e il SO2. Insomma, gli stati membri avranno 7 anni «per adeguarsi ai nuovi limiti, che entreranno ufficialmente in vigore soltanto il 1 gennaio 2030» (Associazione Regionale Confservizi Emilia Romagna).

Le proposte di Legambiente

Sebbene il problema non tocchi esclusivamente le città, infatti ci eravamo già occupati del problema in Pianura Padana, il report di Legambiente suggerisce dei miglioramenti da apportare in vari ambiti, soprattutto in quello della mobilità cittadina. Primo fra tutti il suggerimento di inserire ZEZ (Zone a Emissioni Zero) e di incrementare quelle a bassissime emissioni (LEZ) già attive in alcune grandi città europee (Londra e Milano). Ci sono poi le proposte di incentivare il traporto pubblico elettrico (con il PNRR) e magari a costo fisso in modo da facilitare la mobilità di chi adesso si sposta soprattutto in auto o la “sharing mobility” (mobilità elettrica condivisa), cioè lo sviluppo di corsie ciclabili per rendere l’80% delle strade condivise fra veicoli a motore e cicli. Altro suggerimento – già sperimentato da alcune città italiane – è quello di “Città 30”, la riduzione della velocità dei veicoli a 30 km/h che contiene anche il rischio di incidenti. Tra le proposte a stampo energetico invece quella di incentivare e velocizzare la sostituzione dei sistemi di riscaldamento pubblici e privati con l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile (già predisposti in Italia dal Superbonus 110%).

Zone di traffico a bassissime emissioni

Gli effetti dell’inquinamento atmosferico sull’uomo

Ma perché l’inversione di rotta è così urgente? Un articolo dell’European Enviromnmental Agency (EEA) spiega che l’OMS ha fornito prove di connessioni fra l’esposizione all’inquinamento dell’aria (soprattutto a PM2.5) e il diabete di tipo 2, l’obesità, la demenza senile e l’Alzheimer. Ha inoltre spiegato che le lunghe esposizioni ad aria inquinata possono condurre al cancro ai polmoni e alle vie respiratorie in generale, all’asma o addirittura all’ictus. «The EEA estimates that, in 2019, approximately 307,000 premature deaths were attributable to PM2.5 in the 27 EU Member States. Nitrogen dioxide (NO2) was linked to 40,400 prematures deaths, and ground-level ozone was linked to 16,800 premature deaths» (l’EEA stima che nel 2019 ci siano state approssimativamente 307,000 morti premature attribuibili al PM2.5 nei 27 stati membri dell’UE. Il diossido di azoto (NO2) è stato legato a 40,400 morti premature mentre l’ozono a livello del suolo a 16,800). Lo stesso articolo mostra però un dato incoraggiante: le morti attribuite all’esposizione al PM2.5 in Europa dal 2005 al 2019 sono diminuite di circa il 33%. Di nuovo, il cambiamento è possibile, bisogna solo impegnarsi.

Obiettivo salute: lottare insieme, ridurre le disuguaglianze

In questo come in altri casi legati ad ambiente, risorse, transizione energetica o cambiamento climatico impegnarsi significa ridurre le disuguaglianze. La direttiva 2030 della Commissione Europea permette ai cittadini di denunciare gli stati di appartenenza per il mancato rispetto dei limiti, riconoscendo loro la tutela di un diritto (quello alla salute) fondamentale. Quest’ultimo però appare ancora molto legato in alcune zone del mondo alle condizioni economiche e geografiche dei cittadini: chi rientra nelle fasce di reddito inferiori o vive in posti con scarsi servizi igienico-sanitari è maggiormente esposto all’inquinamento atmosferico.

Governi nazionali, UE, OMS, sono fra le istituzioni deputate a proteggerci da tutti questi fattori; ma possiamo e dobbiamo farlo anche noi. Tanti problemi, un solo obiettivo, diverse soluzioni. La strada da percorrere è ardua, le ricerche continuano a sottolineare come i limiti attuali dell’OMS e forse anche quelli dell’UE per il 2030 siano troppo “tiepidi” ma nonostante questo le città italiane – e non solo – continuano a sforarli. Impegno, propensione al cambiamento e lungimiranza sono le tre livelle da bilanciare in questa lotta per la difesa della nostra stessa salute, della nostra stessa vita.