di Sabia Braccia

2022 anno più caldo mai registrato in Italia

Nei primi giorni del gennaio 2023 3B Meteo  descriveva il l 2022 come l’anno più caldo mai registrato in Italia; «secondo i dati ISAC-CNR infatti l’anomalia a livello nazionale è stata di ben 1.15°C», un valore notevole se confrontato con la media trentennale 1991-2020. Dicembre in particolar modo si è classificato «al secondo posto tra i più caldi, con un’anomalia del +2.09°C» rispetto alla media 1991-2010; i valori più alti del mese in Toscana, Campania e Calabria, con picchi anche di 3°C in più. Il riscaldamento climatico è stato aggravato dalla «persistenza dell’anticiclone subtropicale sull’Europa centro-occidentale», che spingeva sull’Italia e non solo masse d’aria molto calda (3B Meteo). Non tanto i picchi di temperatura, quanto la durata temporale di questa situazione (il caldo davvero eccessivo combinato con  la siccità che ha caratterizzato soprattutto il Nord della Penisola), aveva iniziato a preoccupare gli agricoltori. Sicuramente infatti l’agricoltura è stato uno dei settori a soffrire di più nel 2022 e le sue previsioni per l’anno corrente continuano a non essere incoraggianti. Non solo, molte specie viventi, piante e animali, si stanno comportando in modo anomalo, “disorientate” dallo strano caldo dei mesi passati.

L’allarme di Coldiretti e il rischio per gli ecosistemi

In effetti proprio nel gennaio 2023 Coldiretti lancia un allarme: in Toscana un’imprenditrice aretina mostra la fioritura della sua mimosa tramite un video social. Uno spettacolo, peccato che quella fioritura fosse anticipata di circa tre mesi. Mentre anche altre piante, come peschi e susini, davano primi segnali di risveglio, Coldiretti registrava un’altra criticità: il risveglio delle api e la loro prematura uscita dall’alveare. A destare preoccupazione era la «possibilità che nelle prossime settimane le repentine ondate di gelo notturno» avrebbero bruciato «fiori e gemme di piante e alberi, con pesanti effetti sui prossimi raccolti». Stesso problema per le api: il freddo eccessivo rischia di decimarle.

Altro rischio è quello della modifica stessa degli ecosistemi; la questione della “primavera anticipata” ha infatti interessato un team di ricerca dell’Università di Cambridge che ha analizzato documenti risalenti addirittura al XVIII secolo per ricostruire il periodo di fioritura di centinaia di piante. Lo studio, raccontato da Andrea Indiano su «Lifegate» analizza alberi, arbusti, erbe aromatiche e la loro fioritura negli archi temporali 1753-1986 e 1987-2019. Fioritura avvenuta addirittura un mese prima nel Regno Unito nel periodo più recente. Come gli scienziati coinvolti ricordano però ogni ecosistema è formato da parti diverse sincronizzate fra loro; la fioritura anticipata di determinate piante potrebbe portare alcune specie animali (e non solo) a non riuscire ad adattarsi alla nuova situazione e soffrire fino al collasso.

Troppi nati e poche risorse: il letargo ritardato

Ma non solo le piante soffrono i cambiamenti climatici;  vari studi raccontati da «Kodàmi» mostrano infatti come sia i mammiferi ibernanti che altre famiglie animali soffrano le loro conseguenze. Il clima è sempre più caldo e secco: il fatto che sia caldo porta gli animali ad andare in letargo più tardi e a sfruttare i vantaggi riproduttivi della “bella stagione” più a lungo, ma il fatto che sia secco fa sì che manchino risorse alimentari per tutti i nuovi nati perché gli ecosistemi non riescono a produrle. Troppi nati per poche risorse: questo dimostrano gli studi americani sulle marmotte dal ventre giallo o quelli francesi sulle marmotte delle Alpi.

Il problema è abbastanza allarmante. Diego Parini su «Lifegate» spiega che per un animale andare in letargo significa predisporsi all’utilizzo minimo di energie vitali per superare condizioni ambientali troppo avverse: può accadere d’inverno con l’Ibernazione ma anche d’estate con l’estivazione. Prima del letargo l’animale deve procacciarsi grandi scorte di cibo per immagazzinare grassi per il periodo di quiete; se le risorse scarseggiano, diminuiscono le probabilità di sopravvivenza. Allo stesso tempo poi nel caso di temperature troppo alte nei periodi invernali, gli animali disorientati tornano attivi prima del previsto. Il nutrimento di cui necessitano però non si è ancora del tutto sviluppato e la situazione meteorologica risulta troppo instabile. Ovviamente le criticità dovute ai cambiamenti climatici non colgono tutte le specie allo stesso modo e, anche all’interno di una stessa specie i vari soggetti possono rispondere in modi diversi. Alcune famiglie riescono ad adeguarsi molto bene, sopravvivendo e “spopolando” a scapito di quelle maggiormente sensibili.

Cosa succederà dopo le gelate notturne?

Insomma tanti gli studi, preoccupanti i risultati, chiari gli allarmi (non ultimo quello toscano della Coldiretti): il problema della modifica di ecosistemi e biodiversità è concreto.  Per quanto riguarda la preoccupazione di un rovesciamento termico e meteorologico poi ci siamo dentro. Il calo di temperature c’è stato, da fine gennaio l’Italia è stata attraversata – e lo è tuttora – da correnti artiche che hanno portato freddo e nevicate anche a bassa quota. Le gelate notturne non sono mancate e le preoccupazioni delle associazioni si sono avverate. Il freddo è arrivato, attendiamo i dati mentre speriamo che le sue conseguenze su biodiversità e agricoltura non si presentino all’appuntamento.