di Sabia Braccia

Più del 50% della popolazione umana vive in agglomerati urbani e la percentuale crescerà ancora nel 2030. La vita in città ha portato alla perdita del contatto con la natura, confinata in aree specifiche, parchi o viali, e trattata senza troppa attenzione, senza piani di lavoro veri e propri e nell’ottica dell’estremo risparmio. Il verde in città però potrebbe insegnare tanto: le piante si adattano continuamente rimodulandosi in base alle condizioni esterne, attirano animali, fanno sviluppare microrganismi e riescono ad abbassare la temperatura, a catturare le polveri sottili e ad assorbire la CO2. Studiare le interazioni fra le piante e il tessuto urbano è perciò fondamentale; a Parma ad occuparsi di questo è l’Orto botanico dell’Università.

Raccontare la vita

Edificato intorno al Seicento al limitare della campagna ma ora situato nel cuore della città, l’Orto botanico di Parma  si occupa di studiare e raccontare la scienza, la natura e le sue fasi, la relazione delle piante con gli altri essi viventi e con la città. Nel punto di raccolta tre cartelli mostrano i tre percorsi tematici possibili: quello storico, quello delle piante medicinali (motivo per il quale l’Orto nacque) e quello del verde urbano, relativo al ruolo delle piante nelle città. I pannelli riportano dati e notizie che si possono approfondire sul sito dedicato tramite i QR code. Esteso per 11.000 mq e ospitante oltre 2000 specie, l’Orto si articola in tre sezioni principali: il giardino all’inglese, il giardino all’italiana e l’arboreto. Il primo ha un impianto “libero”, permette a specie provenienti da ambienti diversi di convivere e crescere insieme, presenta piccoli stagni e un boschetto di bambù. Il giardino all’italiana è caratterizzato invece dall’impianto geometrico e dalle siepi di bosso che però al loro interno presentano oltre alle aiuole di erbetta anche alberi o specie che negli anni ne hanno modificato il “disegno” originario. La zona dell’arboreto è popolata da alberi anche abbastanza vetusti, aiuole di ciclamini e tronchi di alberi abbattuti lasciati lì, in modo da permettere ai microorganismi, agli insetti e ad altri esseri viventi di svilupparsi grazie a loro.

Tronco tagliato ancora molto vitale

 

Sì, perché il messaggio che la gestione dell’Orto vuole lanciare è proprio questo: la natura deve fare il suo corso, l’orto non è un giardino soggetto a determinati canoni estetici ma una fabbrica di biodiversità in cui ogni componente è in qualche modo legata alle altre e non deve soddisfare esigenze umane. Renato Bruni, docente di Biologia vegetale e Botanica farmaceutica dell’Università di Parma, insiste molto su questo punto: l’uomo deve intervenire il meno possibile, in un orto botanico non si ricercano la bellezza, il senso di ordine e la pulizia. Per questo nel giardino all’inglese e nell’arboreto l’erba viene tagliata solo quando le piante che le crescono in mezzo hanno oramai esaurito il loro ciclo vitale e non quando le esigenze estetiche lo richiederebbero; sempre per questo le foglie cadute dagli alberi non vengono rimosse se non nei vialetti di passaggio, in modo da poter continuare a costituire riparo per piccoli organismi o nutrimento per il suolo. È molto importante studiare le interazioni delle varie specie animali e vegetali fra di loro, la “rimodulazione” del comportamento delle piante, tant’è che anche nei casi di invasione di particolari insetti e parassiti si cerca di intervenire per un breve periodo, in maniera localizzata e solo quando ritenuto strettamente necessario.

Un cantiere “aperto”

Con il territorio l’Orto ha un rapporto di scambio continuo. Bruni spiega che vengono organizzati laboratori con le scuole locali e vari incontri che coinvolgono la cittadinanza. Ultimamente queste attività sono sospese per dare all’amministrazione il tempo di intervenire su alcune aree. Le modifiche più interessanti riguardano sicuramente le zone umide e le aiuole fiorite. Purtroppo l’Italia è particolarmente soggetta alla scomparsa delle zone umide per cui l’Orto cerca di agire sulle proprie per preservarne la biodiversità. L’intervento prevede infatti di sostituire gradualmente le piante alloctone che si sono sviluppate all’interno dello stagno nel giardino all’inglese con quelle autoctone in modo da ribilanciare la “popolazione” vegetale, ricreando un ambiente fondamentale ma a rischio. Come spiega il WWF infatti «le zone umide sono tra gli habitat più ricchi di biodiversità. I sistemi idrologici come fiumi e laghi ospitano oltre il 10% di tutti gli animali conosciuti e circa il 50% di tutte le specie di pesci conosciute». La loro conservazione è fondamentale anche per la lotta alla crisi di acqua potabile ma purtroppo «circa 2/3 delle zone umide d’Europa sono scomparse negli ultimi 50 anni» e quelle rimaste sono minacciate dall’inquinamento agricolo e industriale. Ovviamente, spiega Bruni, la sostituzione sarà graduale in modo da studiare la risposta delle piante stesse e anche della popolazione animale che vive in quelle acque. Per quanto riguarda invece la creazione di aiuole fiorite si desidera far convivere, accostandole fra loro, varie specie per far sì che nei vari periodi dell’anno le aiuole si mostrino sempre diverse. Sulle piante da inserire il dottor Nicola Franchini spiega invece che sarà la flora mediterranea ad essere prediletta, più che altro per la sua capacità di vivere alle temperature contemporanee, più alte della norma sia in estate che in inverno. Intervenire il meno possibile significa anche prevedere quali saranno le specie più adatte a sopportare i cambiamenti cui andiamo incontro.

Pensare a lungo termine: l’Orto in città

Il tema dell’influenza reciproca fra Orto e città, anche lui fondamentale per gli anni a venire, viene illustrato dal percorso del verde urbano. Le luci e i rumori di Parma sicuramente infastidiscono le piante, perché come spiegano Bruni e Franchini gli alberi che vivono in contesti urbani hanno una vita più breve di quelli che vivono in campagna a causa dello spazio ridotto, delle temperature più elevate, delle sostanze inquinanti e molto spesso degli errori di manutenzione. Inoltre il poco spazio li porta a svilupparsi in altezza con rami che diventano pericolosi e che hanno bisogno di essere tagliati. Nella maggior parte dei casi, per contenere i costi dalle amministrazioni cittadine viene effettuata una capitozzatura (eliminazione della chioma) che però porta l’albero a sviluppare in seguito un intrico di rametti che non gli permettono comunque di sopravvivere da solo, costringendolo ad una manutenzione ciclica. Anche nell’Orto lo spazio è ormai ridotto a causa delle molte specie che lo abitano, ma questo problema viene affrontato sperimentando soluzioni sostenibili: seppur specialistiche e più costose, queste permettono all’albero di continuare a crescere in autonomia preservando parte della chioma.

Ciclamini nella zona dell’arboreto

Verso il 2030: l’importanza del verde urbano

La presenza dell’Orto in città attira molti insetti ed uccelli, addirittura una specie di formiche di cui in Italia l’unica colonia è a Parma, e aiuta a trattenere il PM10 e il PM2.5 e ad assorbire la CO2. Gli studi effettuati anche su altre città mostrano che le piante non sono risolutive per il problema dell’inquinamento. Certo, la tipologia di pianta, l’estensione della sua chioma e la presenza di microbi del suolo che continuano il lavoro sono fondamentali, ma principalmente bisogna ridurre gli inquinanti cambiando stile di vita. Le piante nel tessuto urbano aiutano anche a contenere grandi quantità d’acqua nel caso di piogge alluvionali, perché le loro radici le trattengono, le foglie la liberano sotto forma di vapore acqueo anche durante un temporale e il fusto ne permette un naturale “incanalamento” verso il suolo. Sicuramente la presenza delle piante può comportare anche degli sconvenienti; attirare insetti sgraditi (zanzare), far sviluppare allergie… Ma per una migliore qualità della vita e per non perdere definitivamente il contatto con la natura risultano fondamentali; per questo devono essere ben inserite nei piani di progettazione cittadina. Come l’Orto insegna infatti, in natura ogni elemento è in strettissima connessione con gli altri: una migliore gestione del verde urbano unita ad altre pratiche potrebbe migliorare le condizioni di vita di chi abiterà in citta, quindi nel 2030, secondo le stime, di circa il 70% dell’umanità.