di Sabia Braccia

Carte ed imballaggi, padelle antiaderenti, tessuti idrorepellenti e detergenti per la casa: sono tutti accomunati dagli PFAS, sostanze poli- e per-fluoralchiliche “permanenti”, estremamente resistenti e in grado di essere trasportate da aria e acqua fino a contaminare suolo, falde, prodotti agricoli, bestiame e organismi degli esseri umani. Prodotti dall’industria fin dagli anni ’60 perché duttili e funzionali, vengono indagati oggi soprattutto per il loro impatto sull’ambiente e sulla salute umana alla ricerca di soluzioni alternative meno nocive e analisi chiare sulle zone inquinate.

PFAS: composizione e utilizzi

Secondo lo studio del Laboratorio di Chimica e Tossicologia dell’Ambiente del Mario Negri (Istituto di ricerche farmacologiche) promosso dal Ministero dell’Ambiente, gli PFAS sono una famiglia di composti organici di sintesi costituiti da una catena alchilica idrofobica di varia lunghezza (in genere da 4 a 16 unità di carbonio) alla cui estremità si trova un gruppo funzionale polare. La catena carboniosa può essere totalmente o parzialmente fluorurata. La presenza di legami carbonio-fluoro rende gli PFAS idrorepellenti, stabili a livello termico e tensioattivi; perfetti quindi da usare in vari ambiti: dall’aeronautica all’elettronica, dall’abbigliamento agli imballaggi, dai detergenti  alle schiume antincendio. Lo studio in questione, condotto nel 2019, aveva lo scopo di individuare potenziali sostituti degli PFAS meno inquinanti e nocivi per l’ambiente e la salute umana. Sì perché, come illustrato da AquaeSalute, queste sostanze altamente nocive si diffondono attraverso le falde acquifere “avvelenate” dagli scarichi industriali oppure vengono rilasciate in aria e si depositano sul suolo penetrando nel terreno e raggiungendo le falde; da lì poi contaminano pozzi, acqua potabile delle case, prodotti agricoli e bestiame. In Italia la gravità della questione è emersa con uno studio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e del CNR (Consilio Nazionale delle Ricerche), condotto nel marzo del 2013 nel bacino del Po e dei principali fiumi italiani. Il risultato fu la scoperta dell’elevata concentrazione di queste sostanze nelle acque superficiali e sotterranee, in particolare in Veneto fra le province di Vicenza, Padova e Verona. Studi e rilevazioni successive hanno interessato anche Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana.

I rischi per la salute umana

A livello sanitario gli PFAS sono definite “sostanze permanenti” perché estremamente persistenti nel nostro organismo. L’EEA, Agenzia europea dell’ambiente, spiega che essi «possono avere effetti negativi sulla salute come danni al fegato, malattie alla tiroide, obesità, problemi di fertilità e cancro». Ancora oggi la questione viene approfondita da vari studi raccontati da Assidai. Si parte dallo studio condotto nel 2016 dal Ministero della Salute il quale suggeriva varie associazioni interpretate però con cautela, a causa di alcune incoerenze e della presenza di fattori confondenti (come gli stili di vita della popolazione esaminata). Assidai espone poi un’analisi svolta due anni fa dell’Università di Padova sull’impatto degli PFAS sulla fertilità di ventenni nati e residenti nelle zone esposte; il numero dei loro spermatozoi risulta significativamente alterato così come la loro mortalità. Una ricerca sugli spermatozoi degli 800 figli di donne danesi esposte a PFAS durante la gravidanza inoltre confermerebbe gli studi dell’ateneo padovano, dimostrando una relazione lineare.

Il caso Miteni in Veneto

Come avevamo riportato nel 2018, in Veneto il presidente della Regione Zaia aveva richiesto di diramare lo stato di emergenza per fronteggiare il problema. Le analisi del sangue sui dipendenti della fabbrica chimica Miteni di Trissino, fonte di contaminazione per l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, presentavano concentrazioni elevatissime. Ma non solo i dipendenti erano a rischio; la fabbrica aveva contaminato la zona per cui tutta la popolazione residente era interessata. Proprio il 1 marzo 2023 Greenpeace ha denunciato che ancora oggi, a 10 anni dalla scoperta dell’inquinamento, nella «zona rossa» veneta decine di famiglie residenti non hanno accesso all’acqua pulita dell’acquedotto, il sito della Miteni non è stato bonificato né sono stati chiariti i livelli di contaminazioni nei prodotti agricoli e nel bestiame.

Il ciclo degli PFAS

Preoccupanti gli studi sull’impatto a livello sanitario ma ancor più preoccupanti le cifre: decine di migliaia di cittadini interessati soltanto in Italia, pericolo in tutta Europa. È per questo che Danimarca, Germania, Norvegia, Paesi Bassi e Svezia hanno proposto all’Unione Europea di vietare gli PFAS a partire dal 2026 costringendo le aziende a trovare dei sostituti. Qualcuno potrebbe asserire che alcuni materiali alternativi non sono ancora pronti all’uso ma in realtà sono in via di sviluppo e la proposta presenta tutte le proroghe e le specifiche del caso. Agire il prima possibile per limitarne l’utilizzo è il primo passo; capire come stimare l’entità della contaminazione, proseguire gli studi sanitari e indagare le modalità di bonifica il resto del cammino.