di Marco Russo

Il ponte sullo stretto di Messina esiste, ma non è come lo immaginiamo. È un ponte subacqueo costituito da oltre un milione di rifiuti per ogni chilometro quadrato. Una tale quantità di plastica, reti da pesca, metallo e vetro, tale da renderlo il fondale marino più inquinato al mondo: lo afferma uno studio del 2018, portato avanti dall’Università di Barcellona.

La leggenda narra che lo stretto di Messina sia invaso da due mostri marini: Scilla e Cariddi. A loro si affianca adesso un terzo mostro, più reale: l’inquinamento. Se in superfice il panorama paesaggistico meraviglia ancora turisti e residenti, ciò che le tonnellate di acqua nascondono spaventa esperti e ambientalisti.

I rifiuti sottomarini, secondo lo studio dell’università catalana, sarebbero in costante aumento, formando vere e proprie discariche sotterranee. Nei prossimi trent’anni si potrebbe addirittura superare tre miliardi di tonnellate di spazzatura sui fondali. Per oltre il 60% sono rifiuti composti da plastica, ma ad essi si aggiungono quelli in metallo, vetro, ceramica e carta. Si tratta, per lo più, di materiali caratterizzati da un lento processo di biodegradazione: in alcuni casi si possono superare anche i cento anni. La ricerca si è avvalsa di un ROV, un piccolo robot fornito di telecamere capace di perlustrare i fondali marini per controllarne le condizioni.

Per quanto riguarda lo stretto di Messina, sono stati esaminati circa sette chilometri. I ricercatori si sono trovati davanti a rifiuti di ogni genere, da giocattoli per bambini a lavatrici, alcuni addirittura a 500 metri di profondità. Il rischio è che, oltre alla lenta biodegradazione, ci sia una diffusione massiccia di microplastiche, la cui grande dannosità è stata evidenziata da numerosi studi recenti. Queste possono essere ingerite dalla fauna marina e, di conseguenza, arrivare anche nei nostri piatti. Si stima che solo di microplastiche un essere umano ingerisca o respiri il corrispettivo di circa tre tappi di bottiglia a settimana.

L’Università di Messina ha, tuttavia, chiesto cautela sull’utilizzo strumentale di questa ricerca. La professoressa Nancy Spanò, delegata dell’Università per le iniziative scientifiche a tutela dell’ambiente e del patrimonio marino, pur ammettendo la presenza di numerosi rifiuti marini ha affermato che “lo stretto è molto più della pattumiera come viene frettolosamente descritta”. L’Università ha poi sottolineato come “la ricerca dell’Università di Barcellona si sia concentrata solo su 7 Km, mentre l’UniMe vanta ricerche continue su circa 70 Km”.

Gli studiosi da anni si interrogano su quali azioni intraprendere per affrontare il problema dei rifiuti marini. La prima soluzione è la riduzione e il corretto smaltimento dei rifiuti stessi: oltre ad uno smaltimento corretto. Ed è in tale ottica che molte aziende e governi spingono da anni verso la riduzione di plastica, specie quella monouso, e tramite una campagna di sensibilizzazione sul corretto smaltimento dei rifiuti, promuovendone il riciclo.

A forme di prevenzioni si accostano anche strumenti innovativi per tentare di ridurre già da ora la quantità di rifiuti marini. È il caso dei nuovi robot capaci di pulire i fondali marini, testati proprio in queste settimane. SeaClear sta utilizzando le nuove macchine nel porto di Amburgo per raccogliere la spazzatura marittima.

Non è la prima volta in cui si assiste a casi in cui i fondali marini vengono utilizzati come discariche per i rifiuti. Progetti come quello di SeaClear sono tanto ambiziosi quanto importanti per invertire una tendenza ormai affermata a livello globale: ciò che la bellezza della natura offre, i danni dell’uomo rischiano di cancellare.