di Sabia Braccia

Sempre maggiori sono i riferimenti all’introduzione di specchi o polveri nello spazio, allo sbiancamento delle nuvole o all’immissione di zolfo nell’atmosfera per contrastare il riscaldamento globale; sono le soluzioni pensate dalla geoingegneria, grande tabù in grado di dividere opinione pubblica, stati e comunità scientifica. Le sue proposte infatti risultano preoccupanti e spaventose per alcuni ma speranzose e maggiormente indagabili per altri, utilizzabili almeno come misure d’emergenza nell’attesa di diminuire le emissioni.

La geoingegneria è lo studio di soluzioni tecnologiche che su larga scala permettano di contrastare il cambiamento climatico, intervenendo sulle cause o sugli effetti del riscaldamento globale. Le sue branche principali si specializzano nella rimozione della CO2 presente in atmosfera o nella riduzione della radiazione solare incidente, la SRM (Solar Radiation Management o Modification). La geoingegneria solare si occupa quindi di schermare una parte dei raggi solari per evitare che arrivi sul Pianeta oppure, una volta che questi sono arrivati, di rifletterli in gran quantità.

Nello spazio…

Alcuni studi della geoingegneria solare cercano di intervenire direttamente nello spazio, immettendo “schermi” fra Sole e Terra che riducano l’impatto dei raggi. Un primo esempio, di cui si parlava già da qualche anno, è quello degli specchi in orbita mentre più recente è lo studio del MIT (Massachusetts Institute of Technology) sulle bolle spaziali, le space bubbles, presentato nel 2022. Queste bolle sarebbero sottilissimi strati di pellicola riflettente, totalmente reversibili che dovrebbero essere posizionati nel punto di Lagrange fra Terra e Sole in modo da non essere attratti né dall’una né dall’altro e restare lì in equilibrio. Testate in laboratorio, in condizioni che riproducono lo spazio, si mostrano molto efficienti. Questa “barriera di bolle” dovrebbe secondo il MIT riuscire a deviare l’1,8% della radiazione solare prima che arrivi a colpire la Terra, comportando un abbassamento delle temperature sul Pianeta. Il 9 febbraio 2023 invece «Rinnovabili.it» ha reso noto uno studio dell’Università dello Utah secondo cui «il modo più facile ed economico per fermare il riscaldamento globale» sarebbe quello di sparare nello spazio al punto di Lagrange la polvere lunare. Questa soluzione sarebbe più conveniente di tante altre e porterebbe ad uno “schermo solare” con proprietà intrinseche molto funzionali. Inoltre sarebbe più economico e comodo che sparare polvere dalla Terra perché «le simulazioni effettuate dal team hanno testato la dispersione della polvere lunare lungo vari percorsi, fino a identificare delle traiettorie ottimali direte verso L1 [punto di Langrange] che fungessero da efficace scudo solare».

… e sulla Terra

Altre ricerche si concentrano invece sull’atmosfera, cercando di scoprire come i gas o le nuvole che la compongono possono migliorare nel riflettere nello spazio parte della radiazione incidente. La prima intuizione in merito è quella di imitare del tutto la natura; l’eruzione di un vulcano immette nell’atmosfera grandi quantità di diossido di zolfo che a sua volta scherma i raggi portando ad un abbassamento medio delle temperature. È quello che è successo per esempio con l’eruzione del vulcano Pinatubo nel 1991 che ha causato una riduzione della temperatura della superficie terrestre media di circa 0,5°C per un anno. I ricercatori perciò stanno pensando di schermare i raggi solari immettendo grandi quantità di diossido di zolfo nell’atmosfera con jet capaci di salire in alta quota oppure con palloni aerostatici in modo da formare una sorta di strato protettivo. Come dimostra la crisi diplomatica sfiorata fra Stati Uniti e Messico per dei lanci di palloni con zolfo non autorizzati nel 2022 (e che potrebbero forse riprendere) però, uno dei problemi più consistenti di questa ed altre soluzioni di geoingegneria solare sarebbero gli accordi internazionali fra i vari governi. Altra questione sarebbe lo studio accurato delle conseguenze che potrebbero causare queste grandi quantità di zolfo nell’aria a livello ecosistemico e sanitario; inoltre questa soluzione sarebbe risolutiva solo con un’immissione costante e ripetuta al termine della quale si tornerebbe velocemente ad una temperatura ancora più alta di quella di partenza. Altra idea è quella di sbiancare le nuvole marine, per renderle maggiormente riflettenti, grazie all’utilizzo di cristalli di sale marino o altre sostanze.

In generale quella della modifica dell’albedo, cioè della capacità di una superficie di riflettere la radiazione solare, è la strada più indagata. Da sempre, sono soprattutto le calotte polari con tutta la loro superficie bianca a svolgere questo ruolo; la neve riflette molta parte della radiazione solare che la colpisce. Ma in questo circolo vizioso che abbiamo messo in moto lo scioglimento dei ghiacci ha ovviamente comportato una riduzione dell’albedo per cui gli esperti cercano di capire come sviluppare nuove superfici riflettenti. Oltre allo sbiancamento delle nuvole si parlerebbe di utilizzare materiali più chiari per la costruzione di tetti, edifici, strade, e non solo. Le previsioni più “alteranti” parlano addirittura di selezionare delle colture che presentino fogliame più chiaro, intervenendo ancora di più sulla natura.

Siano le soluzioni proposte relative allo spazio o alla Terra le geoingegneria, soprattutto quella solare, è considerata un grande tabù per chi si occupa di riscaldamento globale e cambiamento climatico. Il solo nominarla spesso divide opinione pubblica, governi e comunità scientifica soprattutto perché secondo alcuni potrebbe essere percepita come soluzione alternativa al contenimento delle emissioni di CO2 che porterebbe ad abbandonare gli sforzi in questo senso. Il rischio ambientale delle grandi concentrazioni di anidride carbonica poi potrebbe combinarsi al rischio dovuto all’impiego di queste soluzioni, ad una loro interruzione improvvisa, ad un errore umano di valutazione o ad un malfunzionamento. Altri attaccano la geoingegneria per il suo proporre di risolvere errori causati dalla tecnologia con altra tecnologia, dalla foggia “fantascientifica” e ancora più spaventosa. Inoltre il suo impiego potrebbe aumentare le disuguaglianze che la crisi climatica ha già implementato, disuguaglianze sociali, economiche, geopolitiche. Il fatto che da anni le ricerche in questo senso vadano avanti e siano sempre più incoraggiate però non può non farci riflettere su quanto poco si stia facendo per contrastare il cambiamento climatico con i metodi tradizionali, se si ha così tanto bisogno di indagare soluzioni ambiziose, eccentriche e molto alternative come quelle proposte.