di Sabia Braccia

Ieri 22 aprile 2023 è stata la Giornata Mondiale della Terra (Earth Day 2023), una ricorrenza che, come racconta l’ISPRA, coinvolge «ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo». Istituito il 22 aprile 1970 dopo una grande protesta che aveva visto circa 20 milioni di americani riunirsi per difendere la Terra dai combustibili fossili, dai rifiuti tossici e dal danno alla biodiversità, oggi l’Earth Day viene spesso accompagnato da riflessioni su cambiamento climatico, disastri ambientali, aumento delle temperature, livello delle varie forme di inquinamento e da proposte per un cambio di passo.

Quest’anno la Giornata della Terra è stata fortunatamente anticipata nel mese di marzo da due eventi dall’importante carica simbolica riguardanti la giustizia climatica. Quest’espressione, sviluppatasi negli anni ’90, pone l’accento sul paradosso per cui coloro che subiscono (o subiranno) maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico sono gli strati di popolazione o i paesi che meno hanno contribuito a causarlo, ossia le nazioni e le fasce sociali più povere o le generazioni future (che dovranno gestire una situazione imprevedibile). Il concetto di giustizia climatica lega la crisi climatica ad una più complessa situazione di disuguaglianze dai risvolti ancora poco indagati. Un primo passo nella strada verso l’impegno in questo senso c’era stato al summit sul clima delle Nazioni Unite del 2009 quando i paesi al alto reddito avevano promesso «di fornire fino a 100 miliardi di dollari all’anno per sostenere le strategie di adattamento e mitigazione nei paesi a basso reddito», partendo dal 2020. In realtà la promessa non è ancora stata mantenuta e ha suscitato indignazione da parte dei paesi più poveri e contese anche alla COP26. Se però la relazione fra cambiamento climatico e diritti umani era già riconosciuta a livello internazionale da molti governi nazionali, dall’ONU e dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) due importanti svolte accadute nello scorso marzo fanno sperare in un accelerazione.

A livello europeo c’è stata la prima audizione pubblica della Corte europea per i diritti dell’uomo (CEDU) relativa ad una questione climatica, quella delle “Anziane per il clima” in Svizzera il 29 marzo; mentre a livello mondiale una risoluzione approvata dall’ONU che «chiede alla Corte internazionale di giustizia (Cig) di emettere un parere consultivo sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico e di proporre conseguenze legali che devono affrontare se non lo fanno». Seppur il parere consultivo non risulti vincolante comunque potrebbe aiutare gli Stati membri delle Nazioni Unite e l’ONU stessa ad intraprendere un’azione climatica più forte secondo il segretario generale dell’ONU António Guterres. Nel caso delle “Anziane per il clima”, l’associazione svizzera “Senior Women for Climate Protection Switzerland” e altri querelanti supportati da Greenpeace Svizzera avevano chiesto alla Corte europea di «obbligare la Svizzera a intervenire a tutela dei loro diritti umani, e di adottare i provvedimenti legislativi e amministrativi necessari per contribuire a scongiurare un aumento della temperatura media globale oltre 1,5°C, applicando obiettivi concreti di riduzione delle emissioni». L’associazione si era rivolta alla CEDU nel 2020 per denunciare le problematiche di salute derivanti dalle ondate di calore causate dal cambiamento climatico. Le associate (oltre 2000) erano ben consapevoli del fatto che non fosse solo la loro salute a risentire dei cambiamenti climatici; ma, come loro stesse dichiarano nella pagina web dedicata, poiché «solo le persone con un interesse degno di protezione possono sporgere denuncia» hanno deciso di unirsi in questa associazione (anche per evitare singole procedure legali). Le donne sanno bene che anche uomini anziani, persone malate e bambini piccoli sono esposti «alle nefaste conseguenze delle ondate di calura e degli altri effetti del cambiamento climatico» ma incentrando «la denuncia sulla comprovata maggiore incidenza della nocività su noi donne in età aumentiamo le possibilità di successo della causa intentata, il che andrà a vantaggio di tutti». La questione, arrivata alla Grande Camera di Strasburgo, è fondamentale: accogliere la richiesta delle “Anziane per il clima” contro l’insufficiente impegno del loro stato nel contrastare il cambiamento climatico sarebbe un vero e proprio precedente nei confronti di tutte le 46 nazioni che fanno parte del Consiglio d’Europa, un precedente in futuro impossibile da sottovalutare.