di Sabia Braccia

Molto clamore ha suscitato il lancio dei satelliti Starlink di nuova generazione, gli Starlink V2 Mini, il 27 febbraio 2023, da parte del produttore spaziale SpaceX di proprietà di Elon Musk. Starlink è una costellazione di micro-satelliti che staziona in bassa orbita, intorno ai 550 km, e che serve a permettere una copertura internet globale (banda ultralarga) per raggiungere anche i luoghi più remoti del Pianeta. Un articolo su IlSoftware.it spiega che le prestazioni attese da Starlink sono molto più alte rispetto alla classica connettività satellitare perché mentre questi satelliti lavorano a 550 km dalla superficie terrestre, quelli geostazionari sono più lontani (36.000 km). Proprio il fatto di essere nell’orbita terrestre bassa però, permette a ciascun satellite di coprire un’area contenuta per cui è necessario disporre di una vera e propria costellazione di circa 12.000 satelliti che coprano tutta la superficie e comunichino usando un fascio laser. Quelli di nuova generazione lanciati il 27 febbraio presentano caratteristiche che dovrebbero offrire una «larghezza di banda 3-4 volte superiore» alla generazione precedente, secondo la società produttrice, e anticipare i più grandi Starlink V2 che andranno in orbita più avanti. Nei mesi precedenti si è sentito parlare di Starlink anche a proposito delle rivolte in Iran o del conflitto in Ucraina, dato che la società di Musk ha fornito per entrambi una copertura internet altrimenti bloccata. Con l’Ucraina però ultimamente ci sono stati dei dissapori, che hanno portato a limitazioni dell’uso della connessione perché, secondo SpaceX, l’Ucraina avrebbe utilizzato Starlink come un’arma, per scopi offensivi (indirizzare proiettili a lungo raggio, sganciare bombe), mentre il contratto iniziale non prevedeva usi di questo genere ma umanitari.

Inquinamento luminoso

SpaceX e i satelliti Starlink sono stati “attaccati” anche da un altro fronte; il fatto che ci sia bisogno di così tante unità di satelliti per fornire una connessione veloce e ottimale comporta due problemi aventi la stessa matrice: il primo riguarda l’inquinamento luminoso che i satelliti creano nel cielo notturno, il secondo l’ingente accumulo di materiale in orbita che sta incrementando l’inquinamento spaziale. Come riportato da «Rinnovabili.it» il 21 marzo, decine di astronomi hanno denunciato l’impatto delle mega-costellazioni di satelliti perché questi ultimi, insieme ad altri oggetti spaziali, vengono illuminati direttamente dal Sole e diventano visibili nelle immagini ottiche o a infrarosso, compromettendo i dati scientifici. Ovviamente, il problema dell’inquinamento luminoso non riguarda soltanto gli oggetti spaziali o la costellazione Starlink, ma anche l’illuminazione artificiale terrestre. Nel 2016 è stato pubblicato Il nuovo atlante mondiale della luminosità del cielo notturno di Fabio Falchi sulla rivista «Science», esito di una ricerca che aveva coinvolto fisici, astronomi e cittadini volontari per studiare il fenomeno di brillanza del cielo notturno. La situazione era molto preoccupante perché la Via Lattea risultava già allora non visibile a circa un terzo dell’umanità con l’Italia che, rispetto ai Paesi del G20, si classificava come la nazione più inquinata, insieme alla Corea del Sud, in tutto il suo territorio, ma in particolar modo nella Val Padana. Molti studi sono stati realizzati negli ultimi anni per monitorare gli effetti dell’inquinamento luminoso. Fra i risultati sono state rilevate alterazioni di alcuni cicli biologici di flora e fauna, come l’alterazione dei processi di fotosintesi ma anche del comportamento di determinati animali come i cacciatori notturni –  e non solo. Per gli uomini l’anomala luminosità notturna comporta soprattutto l’alterazione del ritmo circadiano fondamentale per l’organismo con conseguente anomalia nella produzione di melatonina.

Inquinamento spaziale

Preoccupante anche la questione relativa all’inquinamento spaziale; la grandissima quantità di satelliti, altro materiale e minuscoli detriti nello spazio (pezzi di rottami, ecc) rischia di rendere l’orbita geostazionaria inutilizzabile e pericolosa. Un appello degli scienziati pubblicato su «Science» il 10 marzo 2023, annuncia che secondo le stime i 9.000 satelliti attualmente in orbita potrebbero arrivare a 60.000 entro il 2030, senza contare i minuscoli detriti che negli anni si sono formati. L’auspicio degli scienziati è che si riesca a raggiungere un accordo internazionale per regolare l’immissione di oggetti in orbita, così come è stato raggiunto poco tempo fa l’Accordo internazionale sull’alto mare, che però ha avuto un negoziato lunghissimo. Con stime tali per il 2030 bisogna fare in fretta, pur restando consapevoli delle numerose funzioni svolte dai satelliti (osservazione dello spazio quindi di Sole, Luna, stelle e pianeti, osservazione della Terra e dei cambiamenti che la interessano, previsioni meteorologiche, implementazione delle comunicazioni sulla Terra, ecc). A tal proposito, alla fine del 2022 sono stati firmati i primi contratti di Iride, uno dei più importanti progetti spaziali europei per l’osservazione della Terra, che vedrà l’Italia protagonista per monitorare, fra le altre cose, incendi e dissesto idrogeologico.

Il problema di queste due forme di inquinamento è proprio la mancanza di cooperazione internazionale e di una normativa chiara che stabilisca limiti d’azione e parametri di controllo per una situazione che probabilmente non è ancora arrivata al suo massimo punto d’espressione e della quale potremmo perdere facilmente il controllo.