Immagini, numeri, raffronti  e confronti. Alluvionali naturalmente. Un dato o tema – come s’usa dire oggi- che però si è imposto è stato “la pioggia di sei mesi concentrata in pochi giorni”. Un diluvio, insomma, dalle dimensioni straordinarie e vaghe nello stesso tempo. Che ben più efficacemente dei 200 o 700 millimetri di acqua piovana, riferiti a ore o giorni, può essere sintetizzato in due cifre. Secondo stime di tecnici dell’Autorità di Bacino del fiume Po, l’uragano ha scaricato sulla Romagna circa 100 milioni di metri cubi d’acqua, tre volte tanto la quantità d’acqua che contiene la diga di Ridracoli. Giusto per segnalare la protagonista numero uno delle fake che hanno girato e girano in rete e sui social, secondo le quali sarebbe stata l’acqua rilasciata dal grande invaso la principale causa dell’alluvione.

Rilevare l’eccezionalità dell’evento meterologico non può, né vuole essere il modo per scaricare “sulla natura cattiva”  le pesanti responsabilità politiche e amministrative, a ogni livello; e nemmeno per assolvere consorzi, imprese e privati cittadini che hanno sfidato per convenienza, miope interesse o colpevole noncuranza la forza distruttiva della natura. Ribadire che ci siamo trovati di fronte a un evento mai visto – del quale, appunto, non c’è memoria: “fuori scala”, come ricorda l’attivista Linda Maggiori – sta a significare che si deve finalmente riconoscere che si tratta degli effetti del climate change. Il cui carattere inedito è l’estrema velocità con la quale si manifestano gli effetti di fatti naturali, che in altri tempi avevano andamenti molto più lenti dunque meno rovinosi quando eccedevano la normalità.

Per cortesia – invitano alcuni- non facciamo confronti con l’alluvione del Polesine del 1951, per dire che certe cose sono sempre avvenute. Né facciamo confusione, perché le due cose non si tengono, fra questa inondazione della Romagna e il crollo della diga del Vajont. Cambiamo terminologia, invocano altri: chiamiamoli uragani. Ma soprattutto smettiamola di dire che è colpa dell’ambientalismo estremo o anche dei fossi e degli alvei che non vengono mantenuti puliti. Per la semplice ragione che non una delle proposte dei “verdi radicali” credo sia mai stata accolta negli ultimi vent’anni. Mentre invece l’infrastrutturazione del territorio  e la cementificazione delle zone urbane negli ultimi decenni non ha conosciuto  rallentamenti e soste. Certo la mancanza di cura ordinaria del territorio è un problema reale. Ma ben più della scarsa manutenzione  di rive, fossi, boschi ha pesato e pesa la pervicacia con la quale non si vuole cambiare il modello di sviluppo, Continuando con l’agricoltura intensiva e l’agribusiness e lasciando campo e mani libere  al partito del cemento,

Ma non meno rovinose sono le ricette univoche (anche espresse da ambientalisti), che non considerano le  profonde differenze che segnano i diversi territori.

Ad esempio il fatto come hanno detto i sindaci di Ravenna e Cesena nell’ultima puntata di Piazza Pulita che nel cesenate sono state le frane appenniniche  e non l’acqua a devastare strade, abitazioni e agricoltura e che nel ravennate, trattandosi di territorio paludoso e di corsi d’acqua pensili, non serve più natura ma più opere di bonifica e di regimazione dei corsi d’acqua. In Romagna infatti sono state le campagne e non le città a essere devastate

Dovremmo peraltro ricordarci sempre che siamo un paese fragile. In molte zone e parti addirittura ad alto rischio idrogeologico e sismico. Il non esperto è colpito infatti dalla disinvoltura – chiamiamola così – con la quale si sorvola sul fatto che la Romagna e una buona parte dell’Emila nella carta geologica dell’Ispra ha il colore blu , che è quello che definisce la massima pericolosità, e che Ravenna – la più colpita dall’uragano-  nel 2021 è stata la seconda città italiana dietro Roma e davanti a Vicenza per consumo di suolo. E qui forse l’esempio massimo che fotografa la “follia cementificatrice” lo offre Faenza, dove in una delle zone alluvionate, la Ghilana, a poche centinaia di metri dal fiume, al posto di un orto  dovrebbero essere costruite una dozzina di villette con relativi parcheggi. Dopo il doppio disastro di maggio, il progetto sarà confermato?

 

 

 

 

 

Insomma, l’evidenza scientifica del riscaldamento climatico è acquisita ed è ritenuta molto attendibile la previsione dell’organizzazione mondiale della meteorologia secondo cui un  anno da qui al 2028 sarà toccato da un fenomeno mai accaduto prima, ovvero l’innalzamento della temperatura media di 1.5 GC. Cosa questa che annuncia disastri epocali e globali. E che chiede a tutti, politici e amministratori in primo luogo e a seguire giornali e giornalisti, di essere seri. Di stare alla larga dalla propaganda, dalle ricette facili, dagli escamotage verbali e dalle vere e proprie stupidaggini. Consapevoli, se davvero vogliono fare l’interesse pubblico, che l’industria del fossile non si fa accantonare e dismettere senza combattere furiosamente la guerra della “transizione energetica”, potendo disporre di un volume di fuoco economico potentissimo. In grado di “comprare” chiunque.

In tale contesto fanno  impressione molto negativa i toni liquidatori e grotteschi con i quali si esprime Libero, quotidiano leader nel minimizzare o addirittura irriidere il climate change, o gli inviti rivolti ai giovani ribelli ambientali ad andare a spalare il fango anziché imbrattare opere d’arte o edifici pubblici, per i quali si sono distinti il direttore del Tg La7 Enrico Mentana e il presidente del Senato Ignazio La Russa. Nel caso di Mentana l’esortazione ha lasciato esterrefatti, considerato il suo abituale equilibrio; in quello di La Russa, ha trovato conferma l’incapacità di esprimersi nel tono istituzionale che la carica imporrebbe.

Ciò detto risultano però alla lunga controproducenti, come stiamo vedendo, anche i toni apocalittici e millenaristici di un ambientalismo che da un ventennio annuncia disastri irreparabili e l’imminente fine del mondo. Perché a forza di gridare attenti al lupo e il lupo non viene, gli allarmi anziché le giuste tensioni e consapevolezze generano assuefazione e noia. Un po’ come il meteo che da un po’ d’anni ha esagerato nell’annunciare stati d’allerta e ora si trova spesso sotto accusa per non essere tempestivo nell’allertare le popolazioni.

Ma voglio concludere con tre ordini di questioni che attengono le retoriche dell’aiuto, ovvero l’uso incontrollato di immagini e pratiche di “buon cuore” legate alla volontarietà dei soccorsi. In primo luogo l’abuso, ai limiti (oltrepassati) della sostenibilità, della narrazione e delle immagini relative agli “angeli del fango”. In Tv e sui social ( forse più Linkedin di Facebook) l’eroismo degli spalatori ha imperversato. E mi viene il sospetto che per molti commentatori da social gli elogi per gli angeli del fango siano stati e siano il modo per commuoversi e partecipare illusoriamente alla tragedia dei romagnoli. Della serie molta resa con poca spesa.

Il secondo fastidio mi viene dagli inviti che piovono da ogni parte a sostenere le popolazioni andando in vacanza estiva in Romagna. Della serie tutti al Lido di Spina, Cervia & Riviera romagnola guidati dalla ministra del turismo Santanchè. Anche perché, in realtà, il grande rischio è che possa piovere un gran numero di disdette.

ll terzo fastidio scaturisce da una raccolta fondi promossa in modo generalizzato e incontrollato. Con uno slancio di raccogliere denaro per le popolazioni colpite che forse è sincero, ma che sconta la difficoltà di fare poi i conti per bene sulla destinazione e l’efficacia nell’impiego di quei soldi. Personalmente credo che si debba tornare a pochi soggetti (pubblici) autorizzati a lanciare e gestire operazioni di raccolta fondi. Anche perché pensando male si fa peccato, ma difficilmente si sbaglia.