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La siccità. Intervista a Guido Conti

La siccità. Intervista a Guido Conti

di Sabia Braccia

Da poco pubblicato da Bompiani l’ultimo libro di Guido Conti, un romanzo di formazione intitolato La siccità, che racconta stranezze e problemi relativi all’estate di cinque anni fa, quando animali e uomini dell’Oltrepò Pavese hanno dovuto riadattarsi e, in qualche caso, scontrarsi per affrontare la mancanza di acqua. Abbiamo intervistato lo scrittore al termine della presentazione del libro a Parma, la sua città d’origine.

Come sempre nella prosa di Conti acqua, territorio e rapporto uomo-natura sono preponderanti. L’acqua è declinata in varie forme: canali, torrenti, il Grande Fiume, ma anche non- acqua, siccità; mentre il territorio in questione è quello sviluppatosi intorno al reticolo idrico del Po e dei suoi affluenti, nello specifico del romanzo il paese di Montù Beccaria. Qui vive Andrea, adolescente che deve decidere cosa fare non solo in estate ma proprio nella vita in generale, figlio di agricoltori che a fatica riescono a tirare avanti a causa di una natura resa sempre più ostile dalle alte temperature, una natura povera di acqua che spinge gli animali a comportarsi in modo talmente inconsueto che per il padre e lo zio di Andrea l’unica soluzione sembra il bracconaggio. E così portano con loro il ragazzo e Andrea crescendo sviluppa una sorta di rapporto sacrale con la natura ma ne sperimenta anche le difficoltà di convivenza e i cambiamenti, con le conseguenti cattive risposte umane che ne derivano.

Guido Conti, La siccità, copertina del libro

Centrali quindi le conseguenze della crisi eco-climatica sulla natura e su tutte le sue componenti, messe insieme partendo da fatti realmente accaduti, perché come Conti ribadisce più volte, «non invento niente io, invento pochissimo». Quindi si parla di tassi che per trovare frescura scavano sotto le mura del cimitero allibendo tutti perché «quando si disturbano i morti ne soffre tutto il paese», di cinghiali che si cibano di uva matura distruggendo il raccolto o che vengono ritrovati senza vita negli uliveti a causa della mancanza di acqua, di volpi che si avvicinano alle case per mangiare dalle ciotole degli animali domestici. Nella scrittura Guido Conti afferma di essersi inspirato a Conrad a cui piace mettere l’uomo nella condizione di «confrontarsi con l’estremo», come estreme sono state la siccità e le sue conseguenze nell’Oltrepò Pavese.

Le suggestioni del fiume

Prima di tutto abbiamo chiesto a Guido Conti del suo rapporto con il fiume, grande protagonista di molte delle sue opere. «In realtà io sono stato prima di tutto scrittore di torrente, solo dopo sono arrivato al fiume». I suoi maestri gli hanno infatti sempre consigliato di partire dal suo territorio, vedere cosa avevano scritto coloro che vivevano la sua stessa realtà per riconoscere la sua voce. Inoltre «la natura poi la senti» quando la vivi, la riconosci e infatti il lavoro giovanile e stagionale in campagna lungo le golene della Parma gli ha permesso di osservare il comportamento di piante e animali, oggi molto diverso a causa dell’aumento delle temperature; ha ricordato le tante rondini che negli anni Ottanta volavano dietro le motofalciatrici, gli insetti numerosissimi oggi debellati dai pesticidi, i fossi sempre puliti per evitare disastri e le lanche del fiume libere di “assorbire” l’acqua in eccesso… L’immaginario collettivo di questi luoghi è fortemente influenzato dalla presenza del Po e dei suoi affluenti, è un immaginario ricco di miti, misteri, tradizioni che nel caso di Conti finiscono per confluire nei suoi romanzi e racconti.

L’uomo e la natura: casa accogliente o teatro di lotte?

Siamo poi passati ad una riflessione sul futuro; nei suoi romanzi di formazione i protagonisti da adolescenti sviluppano quello che lui stesso ha definito un «rapporto sacrale» con la natura, sano e salvifico, insieme ad un legame profondo con il proprio territorio e i suoi misteri, mentre crescendo ne percepiscono anche gli aspetti negativi, le contraddizioni e le brutture. In risposta alla nostra domanda sull’evoluzione del rapporto uomo-natura a fronte della crisi climatica ha espresso la sua preoccupazione sul fatto che molto probabilmente aumenterà il sentire negativo, l’immagine distruttiva della natura, perché piante, animali, corsi d’acqua reagiranno in modi sempre più imprevisti ed imprevedibili. È vero, come ricorda nel suo romanzo Quando il cielo era il mare e le nuvole balene che i cambiamenti climatici hanno sempre caratterizzato il globo, ma non alla velocità attuale e non aizzati da qualcosa di esterno come l’attività umana. Se un recupero del legame con il territorio è possibile per Conti può venire dai tanti giovani che stanno provando a recuperare le aziende agricole di famiglia, magari abbandonate da genitori e nonni perché sconfitte da agricoltura e allevamento intensivi, cambiamento climatico e trasformazioni ecologiche. Quei giovani sono una speranza, il libro La siccità è immaginato proprio come «libro sociale che parla di problematiche sociali» e che di questi giovani racconta le aspettative.

La forza e il compito della letteratura

Ce n’è anche un’altra di speranza, ed è tutta affidata alla letteratura. Anzi, più che speranza per lo scrittore è una certezza. La letteratura riesce ancora a veicolare certi messaggi, a sollevare certe questioni con una forza non indifferente, probabilmente arrivando meglio di altri mezzi o di «tanti imbrattamenti»; un libro come questo i disagi veri – e accaduti – del cambiamento li racconta condensandoli in poche pagine e mostrandoli con gli occhi di chi ha radici profonde nella sua terra ma capisce che qualcosa si sta rompendo. I suoi libri non sono seriali, né eccessivamente prolissi; al contrario affidano tanto al non detto, al taciuto. C’è, come gli abbiamo fatto notare, una curiosa alternanza di distruzione-ricostruzione in tante ambientazioni dei suoi romanzi cronologicamente situati tra il Fascismo e l’immediato Dopoguerra che probabilmente è legata in qualche modo al presente. È lo stessa alternanza che porta i parrocchetti a sostituire le rondini, le nutrie ad espandersi sempre più, i tassi a scavare nei cimiteri. È il riadattarsi continuo di un ambiente che si formula e riformula sulle nuove istanze – naturali e antropiche – che lo governano.

Durante la presentazione del libro dal pubblico è stato chiesto perché avesse deciso di diventare scrittore suscitando risposte non precise che comprendevano «vocazione, destino e volontà» ma anche «lettura, studio, lavoro». Ed è proprio questo che emerge dalla nostra intervista; la fede nella letteratura, l’amore e la profonda conoscenza per i miti, le microstorie, le tradizioni, la Storia e le fascinazioni legate al Grande fiume Po e raccontate nell’omonima opera del 2012 (frutto di anni di ricerche) o nei racconti de Il coccodrillo sull’altare, la vocazione per la lettura, i continui riferimenti ai maestri del passato e uno sguardo attento, acuto e foriero di idee, precise proposte per il futuro.

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