di Matteo Gibellini

 

Le Mamme di Castenedolo, un’associazione di sette donne bresciane che si sono ritrovate per lottare contro l’imperversare del degrado ambientale nel territorio bresciano, si raccontano nel cortometraggio Mamme Volanti dei registi Giulio Tonincelli e Paolo Fossati, presentato in anteprima quest’inverno all’Auditorium di Santa Giulia a Brescia in collaborazione con Filmfestival del Garda, Sezione Garda Ciak e al Sole Luna Doc Fest di Palermo.  

Le Mamme di Castenedolo sono un esempio straordinario di cittadinanza attiva: un gruppo di mamme costrette a scendere in piazza per salvaguardare l’ambiente e la salute dei propri figli per dare a loro una prospettiva futura diversa del mondo. I 14 minuti di pellicola raccontano il loro coraggio.

Associazione Mamme Volanti all’anteprima del corto – tutte le foto presenti nell’articolo sono di Matteo Gibellini.

Le Mamme Volanti

Rosa, Monica, Simona, Simona, Mara, Sandra e Raffaella si sono guadagnate l’appellativo di Mamme Volanti per aver esplorato il territorio dall’alto, a bordo di un piper, per insegnare a cambiare il punto di vista nel modo di considerare territorio e ambiente. Hanno girato video e fotografato un paesaggio martoriato.  

Ciò che ha spinto le Mamme è il fatto che nel territorio bresciano molti bimbi, anche i figli di alcune di loro, si stanno ammalando, proprio come avviene nella terra dei fuochi campana, e sono convinte che l’aumento dell’incidenza di una serie di malattie dipenda dalla devastazione del territorio dal punto di vista ambientale. 

“Abbiamo messo in particolare evidenza – spiegano le Mamme Volanti – il tracciato della BreBeMi, la cava Castella che rischia di essere trasformata in discarica, con l’acqua di falda che affiora, l’inceneritore, la vicina centrale a carbone e i tanti siti di estrazione della ghiaia privi di controllo in cui si possono facilmente occultare scorie e rifiuti pericolosi”.  

L’idea del cortometraggio parte dal regista Giulio Tonincelli. Sempre attento alle tematiche ambientali, dopo aver frequentato un corso di giornalismo ambientale a Roma ed essersi imbattuto nelle inchieste realizzate da Amalia De Simone (giornalista e videoreporter del Corriere della Sera, collabora con RAI e Reuters) e Nello Trocchia (giornalista e scrittore, collabora con il Fatto Quotidiano, Espresso e La7) che portarono Brescia, la sua città natale, come uno degli esempi peggiori tra i numerosi disastri ambientali disseminati in tutto il Paese, il regista ha maturato l’idea di un lavoro sul suo territorio. 

Al suo fianco Paolo Fossati, docente di Etica della Comunicazione all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia e collaboratore del Giornale di Brescia. Tra settembre 2018 e febbraio 2019 i registi hanno organizzato una serie di incontri di approfondimento e hanno svolto ricerche e studi attraverso numerosi confronti che hanno costituito un ricco bagaglio di informazioni utili alla realizzazione del documentario.  

I registi Giulio Tonincelli (a sinistra) e Paolo Fossati (a destra).

“L’impulso iniziale che muove i nostri intenti scaturisce dal problema delle malattie legate al degrado ambientale. Ci siamo focalizzati su Brescia, una delle province più ricche e benestanti del paese, ma anche uno dei siti industriali più inquinati d’Europa”, hanno dichiarato i registi.

I dati del bresciano

Una terra dimenticata sotto quel profilo, perché prevale il profitto. E quel parallelismo con la Terra dei Fuochi rappresenta un dato concreto, addirittura sbilanciato verso il territorio lombardo se confrontiamo le due realtà. Si calcola, infatti, un volume complessivo di rifiuti di circa 10 milioni di tonnellate nel territorio campano, mentre nelle discariche bresciane si arriva attorno ai 90 milioni di tonnellate 

Brescia è notoriamente il capolinea dei rifiuti nazionali; nel territorio è infatti presente il termovalorizzatore più grande d’Europa, che brucia 730 mila tonnellate di rifiuti all’anno. Più della metà sono importati dal resto d’Italia. L’intento dietro alla costruzione dell’inceneritore era quello di rendere strutturale ed efficiente un progetto di economia circolare, ma considerando i dati poco confortanti legati all’inquinamento ambientale nel bresciano, sorgono enormi dubbi sull’impatto dell’inceneritore sul territorio. 

I problemi di contaminazione dell’area urbana e provinciale sono tanti, a partire da quella da PCB (policlorobifenili) causata dalla Caffaro, l’industria elettrochimica, sorta in un quartiere residenziale di Brescia agli inizi del secolo scorso, a pochi passi dal centro storico. Liquidata nel 2009, i terreni circostanti sono stati solo parzialmente bonificati. I residenti convivono per decenni con una situazione insostenibile, considerando che “l’attività della Caffaro ha inquinato i campi fino ad una profondità di oltre quaranta metri”, come riporta l’ArpaLe sostanze inquinanti hanno raggiunto le risorse idriche sotterranee. Si parla di inquinamento dell’acqua dei fiumi: il Mella soffre per l’inquinamento chimico, il Chiese per quello biologico dei liquami.  

Nel 2018, Brescia è stata dichiarata da Legambiente come la città più inquinata d’Italia, nel 2022 come quarta in Lombardia. La metafora dei bresciani che hanno “l’industria nel sangue” per la loro operosità, assume adesso un’accezione negativa: nel corpo dei bresciani si rilevano tracce dell’inquinamento industriale. La correlazione con l’insorgenza delle malattie è difficile da dimostrare. Sicuramente, l’inquinamento ambientale gioca un ruolo significativo per i tumori come linfomi non-Hodgkin, melanomi e tumori al seno.  

L’area Brescia – Caffaro è uno dei 46 siti maggiormente esposti alle fonti inquinanti in Italia, preso come oggetto di studi per capire come ridurre l’impatto sulla popolazione. Sono siti di interesse per le bonifiche e per questo motivo riconosciuti dal governo come siti di emergenza ambientale (da Brescia a Taranto, dal petrolchimico di Gela alle aree portuali di Livorno,). 

Una delle numerose cave presenti nel bresciano, tra Rezzato e Castenedolo – tratto dal corto Mamme Volanti.

Secondo l’ultimo rapporto Sentieri tra il 2013 e il 2017 si è stimato un rischio di mortalità maggiore del 2%, pari circa a 1668 decessi l’anno. Un dato costante, passando dal 2,7% nel 2006-2013 (Quinto Rapporto SENTIERI) al 2,6% nel periodo più recente (2013-2017).  

Nel territorio bresciano si osservano eccessi nei tumori del 20/25% in più rispetto alla media nazionale, come per esempio in quelli epatici, laringei, renali e tiroidei. È la ragione per cui questa terra viene soprannominata la “Nuova Terra dei fuochi”, anche se in realtà la situazione è peggiore rispetto alla più celebre cugina campana. Nonostante gli sforzi e i richiami di numerosi comitati nati per contrastare l’inquinamento ambientale, la provincia bresciana ha quasi mille impianti di trattamento e smaltimento rifiuti, centinaia di cave, molte discariche, oltre ad una bonifica ancora da completare e attesa da vent’anni.   

Questi dati aiutano a spiegare la sala piena per assistere al corto dedicato alle Mamme Volanti. Cittadini e associazioni bresciane si sono riuniti come se volessero trovare consolazione in questa condivisione pubblica del dolore, empatizzando con le Mamme. Perché tra di loro c’è chi ha perso un papà o una mamma prematuramente o chi ha vissuto la sofferenza del proprio figlio che combatte contro un brutto male.  

La protesta continua

A questo appuntamento non sono solamente sgorgate lacrime, ma hanno trovato spazio anche sorrisi di resilienza che trovano la propria piena realizzazione nell’attivismo, una forma più che nobile per far sì che qualcosa nella politica si muova per invertire la rotta.  

“Eppure il vento soffia ancora” canterebbe Pierangelo Bertoli, perché quel vento è la resistenza di quelle sette mamme che conducono la loro battaglia che diventa quella di tutti. Basti pensare alla manifestazione del 10 aprile 2016, organizzata da diversi comitati ambientalisti che hanno contribuito a creare il tavolo Basta Veleni: un corteo pacifico di 3 Km, costituito da 12mila persone.  

Le forme di attivismo portate avanti da quelle mamme continuano a dare forza alle proteste di un’intera comunità: una comunità che chiede che la salute pubblica venga tutelata e che venga sviluppato un diverso rapporto tra uomo e natura. Una lotta combattuta soprattutto per i proprio figli e per le future generazioni.