di Matteo  Gibellini

19 luglio 2023. Arrivo a Courchevel, nel cuore delle Alpi Francesi, sede della diciassettesima tappa del Tour De France 2023, l’attesa sale per uno dei duelli più attesi, che mancava da tempo. Quello tra il danese Jonas Vingegaard e lo sloveno Tadej Pogačar.

Ma vi scrivo quando la tappa è già conclusa e il destino già scritto. Beffardo. Soprattutto per Pogačar che l’inizio dell’ultima salita l’ha mal digerita e le gambe non hanno retto. Ha perso 5’ e dista 7’35’’ in classifica generale da Vingegaard che consolida il suo primo posto, sempre più vicino al trionfo sugli Champs-Élysées.

La crisi di Pogačar è una di quelle che capitano a tutti. Anche a campioni come lui. Sì, fa male questa debacle. Perché chi ha seguito le tappe dei giorni scorsi ha avuto l’occasione di assistere ad un duello scoppiettante tra due grandi rivali che non si vedeva dai tempi dei duelli tra Anquetil e Poulidor, Merckx e Gimondi, Binda e Girardengo e quello iconico tra Coppi e Bartali.

Rivalità che non si dimenticano e si rispettano perché prevale sempre la sportività. Bella l’immagine di Pogačar che dopo la cronometro di Combloux, il giorno prima del crollo definitivo, si avvicina e si congratula con Vingergaad per la gara perfetta che ha corso, a tempi incredibili. Lo sloveno lì perde già qualcosa di importante. Un presagio di quello che avverrà.

Anche tra ciclisti c’è aria di sfida, invidia, nervosismo, ma il giorno dopo amici come prima con un gesto semplice, ma fortemente simbolico.

TOUR E GIRO

Il rapporto tra Pogačar e Vingergaad richiama quello che c’è tra Tour De France e Giro d’Italia. Due Grandi Giri che si guardano come Clint Eastwood guarda ai suoi avversari nella scena celebre del film “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone. Le due corse più famose al mondo, ma una delle due prevale per prestigio internazionale. Il Tour.

La Grande Boucle ha un enorme giro di denaro, attrae molti più sponsor ed ha un forte effetto mediatico. Fu anche per me, e per una buona fetta di appassionati di ciclismo, la corsa a tappe più noiosa negli anni in cui pesava l’ombra del doping con il dominio quasi tirannico di Lance Armstrong. Tutti sapevano, ma era tutta questione di economia. E in quegli anni ci si risollevava con la Corsa Rosa. Poi, il Tour è tornato a quello di un tempo, tra domini inglesi e sloveni, e non solo. Anche una nota di tricolore tutta italiana sul podio più alto nove anni fa, quella di Vincenzo Nibali, lo “Squalo”.

È sempre stato un confronto a tratti spietato e a tratti fecondo. Grande sforzo da entrambi le corse per regalare spettacolo allo stato puro e per vincere sulla concorrenza. Certo, ci sono differenze che sono significative, ma ogni differenza veste ciascuna corsa di una propria identità, tanto da renderle riconoscibili nel mondo.

Tradizionalmente, il Tour de France è meno difficoltoso in termini tecnici. Le salite francesi sono più lunghe ma con pendenze più morbide rispetto alle salite italiane. Il Giro non dimentichiamo che per sua conformazione ha molta meno pianura. Differenze extra sportive: il Tour ha i girasoli, mentre il Giro ha i tulipani. Due cornici diverse.

E se la Corsa del Belpaese offre più spettacolo dal punto di vista tecnico, il Tour lo sa dare con il suo pubblico e la sua immensa macchina organizzativa, tre volte grande a quella italiana.

Di tappe del Giro ne ho viste tante dal vivo, dai tempi di Savoldelli e Garzelli, mentre del Tour due, una di queste è quella che vi sto raccontando dall’aliporto di Courchevel.

DA COURCHEVEL, IL RACCONTO DELLO SPORT PIÙ POPOLARE E DEMOCRATICO.

È una festa di paese. Lo storico giornalista Gianni Mura diceva che “il Tour è la Francia come la baguette, la voce di Edith Piaf, le Gauloises senza filtro e il pastis”. Ne sono testimone. Una festa popolare in tutti i sensi. Sulla rampa finale dell’aliporto di Courchevel, immersa in una suggestiva arena naturale nel cuore delle Alpi Francesi, si sono assiepati centinaia e migliaia di tifosi, provenienti da ogni parte del mondo. Persino, una signora solitaria direttamente dal Sol Levante con la bandiera nazionale sulle spalle. Molti italiani come me hanno oltrepassato il confine per assistere alla tappa regina che decide tutto. La maggior parte per sostenere l’italiano Giulio Ciccone, miglior scalatore che veste la maglia a pois.

Una festa che corre lungo i 165 km del percorso, tra camper e barbecue improvvisati, partite a carte e un bicchiere di troppo, balli e canti popolari, accompagnati da signori con gli abiti tradizionali che suonano i corni alpini. E poi una carovana chilometrica, fatta di carri che sponsorizzano ogni cosa, dalla marca di detersivo al paté, con tanto di lancio di gadget e signori di una certa età che azzuffano. Giornalisti o fans che accorrono ai pullman delle squadre o per strappare l’ultima battuta per il pezzo da mandare in redazione o per fare una foto con il proprio beniamino.

Ciò che accomuna il Tour al Giro e ad altre corse ciclistiche è la bicicletta. Una nuova forma di democrazia. Perché unisce e mette d’accordo, nonostante tutto. Il Tour, come il Giro, è l’evento quasi più green che ci sia. Si chiudono le strade e tutti in bici o a piedi. Dai più piccoli ai più grandi. Tutti sono sullo stesso piano.

L’unico sport in non si paga il biglietto. È popolare. Tutte le classi sociali affollano le strade per il passaggio della corsa. Chiunque si rispecchia nella fatica di Pogačar e nella carica esplosiva di Vingergaad.

Un atto sociale che è vivo nel Tour, un po’ meno al Giro, sovrastato dalla cultura calcistica, almeno dai tempi di Marco Pantani.

Amore e odio. Tra Pogačar e Vingergaad, tra Tour e Giro. Lo specchio della società con le sue vittorie e le sue crisi che ritrova nella bicicletta il suo lato più umano e democratico.

Se la Corsa Rosa non se la passa bene in questi tempi, ostacolata da capricci di manager e alcuni corridori, lo spirito del ciclismo non mancherà mai. Dal duello alla pacca sulla spalla, dove prevale la sportività che tanto ricorda quel passaggio di borraccia tra Coppi e Bartali.

E mi aspetto di vedere sui Campi Elisi, l’abbraccio tra lo sloveno e il danese, due avversari ma che hanno in comune l’amore per la bicicletta. Come sarà l’abbraccio del Tour al Giro, quando il prossimo anno partirà da Firenze e ripercorrerà le strade in mezzo ai campi di tulipani.