È legittimo disobbedire alle leggi per perseguire la causa per il clima? Come e quanto è lecito protestare per il cambiamento climatico e le questioni a esso relative?

Sono questi i quesiti centrali trattati durante l’incontro Se protesti ti cancello. I limiti e i traguardi della disobbedienza climatica, svoltosi l’8 ottobre durante il Pianeta Terra Festival 2023, a Lucca. L’incontro, moderato da Leonardo Caffo, filosofo, ha visto la partecipazione di Giacomo Moro Mauretto, divulgatore scientifico, e Giorgio de Girolamo, attivista di Fridays For Future (FFF), movimento per la giustizia climatica e ambientale fondato in Svezia nel 2018 da Greta Thunberg.

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Come comunicare la crisi climatica

Il tema iniziale della discussione è stato quello della «complessità» nel comunicare le cause e gli effetti del cambiamento climatico. «Non è semplice capire come e a chi comunicare. In molti Paesi l’opinione pubblica è ancora divisa riguardo ai cambiamenti climatici», spiega Giacomo Moro Mauretto. «Io preferisco parlare a chi già è cosciente dei problemi relativi al cambiamento climatico e ha delle basi, anche minime. Tra queste persone, infatti, ce ne sono molte consapevoli dell’impatto dei cambiamenti climatici, ma che potrebbero non aver compreso alcuni aspetti specifici al riguardo». Moro Mauretto cita, ad esempio, il fatto che spesso vengano citati dati legati unicamente alle emissioni di CO₂. L’anidride carbonica è, però, solo uno dei gas serra climalteranti più impattanti, assieme al metano e al protossido di azoto: questi due elementi, pur avendo una presenza nell’atmosfera molto ridotta rispetto alla CO₂, hanno rispettivamente un impatto climalterante di 25 e 298 volte superiore rispetto all’anidride carbonica. «Conoscere in maniera approfondita i problemi e le loro cause specifiche, senza banalizzazioni, permette anche di delineare strategie e scelte specifiche più efficaci per contrastare questi stessi problemi».

Al tema della comunicazione si lega quello dell’attenzione mediatica. «Da quando le mobilitazioni collettive dei movimenti per il clima si sono radicalizzate, i media hanno smesso di seguirle», spiega de Girolamo. «Finché, ad esempio, Fridays For Future è stato la “voce della scienza”, le nostre mobilitazione sono state molto seguite anche a livello mediatico. Quando abbiamo cominciato a fare picchetti davanti alla sede dell’ENI o ci siamo uniti alle lotte di collettivi di lavoratori, come GKN, il supporto mediatico è completamente caduto». Per l’esponente di FFF, azioni più radicali si sono rese però rese necessarie: «Quella contro i cambiamenti climatici è una lotta a tempo. Le scadenze fissate dagli studi scientifici si avvicinano sempre più: per questo anche azioni di disobbedienza civile si sono rese necessarie».

Una questione di radicalità

La seconda parte dell’incontro ha voluto chiarire la differenza tra gli atti di contestazione e quelli di disobbedienza civile. «Mentre all’interno di una contestazione si obbedisce alla norma», chiarisce de Girolamo, «nella disobbedienza civile la norma non viene rispettata. Ciò viene fatto non perché si voglia sovvertire l’autorità, ma perché si vuole combattere contro un’ingiustizia, e si esige un ordinamento nuovo che cancelli questa stessa ingiustizia». Le azioni di disobbedienza civile, quindi permettono anche di affrontare la problematica generale in aspetti più precisi e concreti.

In particolare, secondo l’attivista, una delle ingiustizie più grandi è legata al fatto che quel cambiamento dell’agenda politica necessario per contrastare l’emergenza climatica non solo non si è ancora verificato, ma i maggiori responsabili della situazione sembrano volersi scrollare le proprie responsabilità di dosso. «L’idea che le grandi aziende, responsabili di enormi quantità di emissioni, cerchino di spostare l’attenzione sull’impronta di carbonio individuale, ridistribuendo sulle singole persone la propria responsabilità, non ha senso», continua de Girolamo. «Le nostre scelte sono comunque indirizzate dal sistema economico in cui viviamo, e spesso comportamenti più “virtuosi” sono sostenibili solamente da una parte della popolazione, quella più ricca o comunque benestante». Una impostazione anticapitalista è dunque considerata essenziale: «Un ecologismo profondo deve mettere in discussione la società, perché un sistema ecologico e uno capitalista non sono in nessun modo integrabili», conclude l’attivista.

Le azioni di disobbedienza non hanno solamente un ruolo di denuncia nei confronti dell’inazione politica verso l’emergenza climatica, ma vogliono anche portare d’impatto l’attenzione su questo tema, oltre che a livello mediatico, ai singoli cittadini e cittadine. Per chiarire questo aspetto, è stato fatto l’esempio delle azioni messe in atto da Ultima Generazione, la campagna di disobbedienza civile per l’ambiente che pratica azioni di protesta radicali, come l’imbrattamenti con vernice lavabile di monumenti e la messa in atto di blocchi stradali. «Discussioni generali sulla questione climatica sono ben accette dall’opinione pubblica, ma questo tipo di discussione non sempre porta risultati concreti ed efficienti. Andando ad affrontare temi concreti, molte persone si sentono invece toccate direttamente e si tirano indietro», spiega Moro Mauretto. «I blocchi stradali portati avanti dagli attivisti climatici assolvono anche questo compito: vogliono smuovere le coscienze delle singole persone e far capire loro che le nostre vite sono molto più influenzate dalle emissioni dei combustibili fossili di quanto realizziamo».

Azioni radicali sono state messe in pratica da molti movimenti sociali del passato: ad esempio, dal movimento per i diritti civili degli afroamericani negli anni ’60 e quello femminista, in particolare dalle suffragette. Il ruolo di queste azioni, all’interno dei movimenti, è stato determinante, e ancora oggi vengono ricordate figure fondamentali di queste lotte. «Penso, ad esempio, ad Angela Davis», dice Leonardo Caffo. «I suoi gesti radicali non avevano forse un impatto immediato, ma oggi se pensiamo alla lotta degli afroamericani contro il razzismo e la repressione, pensiamo subito a lei e ai suoi gesti profondi di rottura e sabotaggio, che ancora oggi hanno un senso».

Gli effetti delle proteste

Le proteste messe in campo dai movimenti per la giustizia climatica hanno già avuto degli effetti a livello europeo, come ad esempio l’approvazione del New Green Deal. Le iniziative messe in campo dai singoli Governi, come evidenziato nel rapporto UNEP [United Nations Environment Programme] del dicembre 2022 The Closing Window,
sono però troppo poco incisive. Non è più il tempo dei piccoli cambiamenti: per contrastare la crisi climatica si rende necessaria una modifica radicale e a livello globale del sistema economico-sociale in cui viviamo.

È una missione complessa, ma ancora possibile.