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Scritture d’Acqua: spunti su giornalismo, greenwashing e COP28

Scritture d’Acqua: spunti su giornalismo, greenwashing e COP28

di Sabia Braccia

Come ogni anno Parma rinnova l’appuntamento con Scritture d’Acqua, ex premio internazionale arrivato oggi alla sua XXVIII edizione con contest e mini conferenze su letteratura, arte, scienza e tecnologia dedicate quest’anno al tema dell’acqua nella quotidianità. Nella giornata del 14 dicembre, una delle conferenze ha fatto il punto sul giornalismo ambientale italiano riflettendo anche sulla COP28 e sul grande problema del greenwashing (indagato soprattutto a livello informativo). Il webinar ha avuto come ospiti proprio due giornalisti: Daniela Passeri, che in passato scriveva per «l’Extraterrestre», l’inserto ambientale de «il manifesto,» e che oggi scrive per «Elle» e Alessandro Coltré che scrive per «Economiacircolare.com, è attivista e collabora con l’associazione A Sud e con il CDCA, il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali.

Clima e ambiente sui giornali italiani

Partendo da una riflessione iniziale sul giornalismo italiano, sul fatto che ormai «i quotidiani oggi vendono 1 milione e mezzo di copie al giorno», come ha precisato Passeri, ci si è domandati quindi «gli altri 45 milioni italiani, esclusi i bambini, cosa leggano». Cercando di collocare poi il giornalismo ambientale rispetto a tutto il panorama informativo italiano e cercando di capire se oggi che è uscito dagli inserti si possa considerare ancora come qualcosa di settoriale, si è affrontato il tema della disinformazione – legata anche alla COP28 e al documento prodotto da Climate Action Against Disinformation – e della formazione continua necessaria per evitare, secondo Passeri, «grossolani errori, ingenuità o addirittura il rischio di farsi manipolare da chi difende particolari interessi». «C’è – per Alessandro Coltré – una domanda di informazione ambientale e probabilmente trova risposta sui social media» o in altri luoghi ma poi «il giornalismo non è solo storytelling, è capacità di indagare, di mettere in luce le parti che restano al buio». Si è parlato poi della COP24 molto legata a Greta Thunberg e del suo contributo nell’attenzione al discorso climatico  ma anche di ciò di cui non si parla, delle tematiche che il mainstream e i giornali generalisti non mettono in luce e che vengono per questo approfondite dai giornali dedicati, i giornali di “settore”, come «Economiacircolare.com».

Modalità e risultati della COP28

Partendo poi dal dati raccolti dall’Osservatorio di Pavia e Greenpeace si è parlato del rapporto fra news eco-climatiche e responsabilità, spesso ancora troppo taciute o poco approfondite, «probabilmente anche a causa del conflitto di interessi fra l’editore e il responsabile di questi problemi» (Passeri); responsabilità che sembrano essere state al centro della COP28 secondo i più entusiasti del risultato di queste giornate di lavoro. Se il problema sta nella «disconnessione fra le cause e le soluzioni», il giornalismo ambientale deve proprio iniziare a parlare di soluzioni, della modifica delle nostre abitudini. Coltré ha parlato degli incontri promossi a Roma per commentare con i movimenti la COP28, della posizione dei Doctors For Future, professionisti e professioniste della sanità, del lessico della COP e della contrapposizione fra “phase out” e “transition away”, della linea che è passata, della posizione del nucleare e dei sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), del fatto che non si siano obblighi vincolanti nell’Accordo quadro sui cambiamenti climatici, della mancanza di una governance globale.

Gli altri spazi della comunicazione ambientale

Successivamente è stata proposta una riflessione sui linguaggi possibili per fare informazione su clima e ambiente; c’è infatti tutto un filone della psicologia cognitiva che sottolinea come spesso i messaggi più semplici e immediati colpiscano maggiormente e arrivino prima a “toccare” le coscienze molto più dei discorsi troppo tecnici o troppo complessi, quindi si è parlato dei vari canali attraverso i quali fare comunicazione ambientale. Uno di questi, per esempio, è un settimane come «Elle» che dà spazio a questi temi magari con il formato che i suoi lettori si aspettano, con una particolare cura delle immagini, con attenzione alle storie personali e con l’intento di aiutare le persone a ritrovare l’empatia con il mondo naturale. Coltré ha poi analizzato il rapporto con l’attivismo, con un cento tipo di attivismo soprattutto locale il cui bacino può essere allargato dalla territorializzazione della crisi climatica. Sia lui che Passeri hanno poi menzionato un problema dell’attuale giornalismo ambientale: il clima da qualche anno a questa parte ha catturato la scarsa attenzione della stampa anche se del clima si dovrebbero raccontare le connessioni con altri ambiti o si dovrebbe parlare di tante criticità ambientali, come la perdita di biodiversità che ci ha visto superare un altro confine planetario.

Considerazioni conclusive: una strada tutta da scoprire

Alla fine del webinar si è parlato nuovamente dei conflitti d’interesse e delle contraddizioni fra editori e finanziatori, del potere dei collettivi di freelance e delle nuove esperienze giornalistiche nel combattere dall’interno questo fenomeno. Per ultimo con Passeri sono state affrontate le questioni del “chi paga la transizione” e del “come deve avvenire questa transizione”, così centrale anche a fronte della COP28. Alla fine Daniela Passeri chiude con un moto di speranza: «ci sono praterie infinite» per il giornalismo ambientale italiano perché ogni tema della nostra vita ha a che fare con l’ambiente. Buone speranze per le giovani leve quindi… c’è tanto da fare, ci sono ancora «molte cose da raccontare».

Guarda qui il webinar integrale

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