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Junk: cosa si nasconde dentro i nostri armadi?

Junk: cosa si nasconde dentro i nostri armadi?

di Agense Foresto

Negli ultimi anni, la moda sostenibile è diventata un tema centrale nella discussione globale, spingendo alla creazione di documentari illuminanti come “Intrecci etici” e “The true cost” per promuovere un approccio più sostenibile alla moda.

In questo articolo, parliamo di uno dei più recenti documentari sul tema: “Junk: armadi pieni”. Coprodotta da Will Media e Sky Italia nel 2023, la docuserie indaga in vari luoghi del pianeta, su tutta una serie di problemi legati all’industria della produzione dei vestiti, problemi di cui ognuno di noi è responsabile, problemi che non vediamo, ma che si celano dietro ogni indumento che indossiamo.

In ogni episodio Matteo Ward, co-fondatore di WRÅD e di Fashion Revolution Italy, ci racconta l’impatto negativo del fast fashion attraverso storie di lavoratori sfruttati, povertà e inquinamento ambientale. Paesi e temi diversi, ma legati dallo stesso filo conduttore e la voglia di “generare consapevolezza” e “restituire a tutti la certezza che il cambiamento è ancora possibile e tutti abbiamo un ruolo da giocarci”.

Junk

“Junk”: il giro del mondo in 6 puntate per sensibilizzarci sui disastri del Fast Fashion

La prima tappa è il Deserto dell’Atacama, in Cile, dove si trova una delle più grandi discariche di vestiti del mondo, montagne di indumenti provenienti soprattutto dai mercati occidentali. Il Cile infatti non vieta ancora l’importazione di indumenti di seconda mano e resi.

In base alle condizioni di ogni singolo capo, le soluzioni che si presentano sono: la rivendita in mercati locali a prezzi miseri o l’abbandono nel deserto. Si stima infatti che circa il 40% dei capi che arrivano in questa zona del Cile siano già inutilizzabili, non potendo che diventare rifiuti. Nel deserto, inoltre, il rischio che prendano a fuoco è molto alto.

Nel caso di combustione, questi capi rilasciano fumi tossici, essendo realizzati con materiali non biodegradabili ad alto contenuto di prodotti chimici, che non fanno che peggiorare le condizioni di vita della popolazione cilena. Impensabili i costi di smaltimento di questi rifiuti, che piuttosto vengono ricoperti con la sabbia del deserto stesso, quasi a voler nascondere un problema concreto. Nonostante il disastro ambientale, la popolazione locale vede in questo circolo un’opportunità per contrastare la propria condizione di estrema povertà.

Coloro che in questo paese si impegnano per trovare delle soluzioni in merito, come Fashion Revolution Chile ed Ecocitex, incolpano la disinformazione dei consumatori su ciò che sta dietro ogni singolo capo e le aziende che guardano al profitto a discapito delle popolazioni locali e dell’ambiente.

 

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La seconda puntata ci guida alla scoperta del Ghana, uno dei più grandi importatori al mondo di vestiti di seconda mano. Ogni settimana ad Accra arrivano 15 milioni di “vestiti dell’uomo bianco morto”, appellativo che le popolazioni locali utilizzano per indicare i capi usati provenienti dal nord del mondo, poi rivenduti nel mercato di Kantamanto.

Anche qui è la povertà estrema che porta le popolazioni a sminuire il problema ambientale e ad accettare condizioni di lavoro disumane. Come in una grande fabbrica a cielo aperto, i ghanesi svolgono varie mansioni legate alle partite di capi usati: rammendare, stirare o, semplicemente, trasportare balle di vestiti avvolti nel cellophane. Quest’ultimo è un compito fatto svolgere soprattutto alle donne.

Sono presenti organizzazioni che cercano di emarginare i disastri della sovrapproduzione di vestiti, come The Or Foundation. Ma nonostante Katamanto riesca a riciclare ogni mese 25 milioni di vestiti, la mole di quelli che continua ad arrivare è impossibile da gestire. Non rimane che riversali nelle discariche. In questo ambiente pascola il bestiame e crescono i bambini, sognando che il mondo al di fuori sia un posto più accogliente.

Nel 2018 diversi Paesi africani hanno provato a fermare le importazioni di vestiti di seconda mano, ma in risposta sono stati ricattati dagli Stati Uniti. Un gioco di potere e di sopraffazione del più debole. Quello che non può essere fatto negli Stati più ricchi, perché considerato eticamente scorretto o vietato, viene spostato nei Paesi dove la popolazione che muore di fame è disposta a svolgere qualsiasi mansione, sotto qualsiasi condizione e dove l’attenzione mediatica non arriva. O non vuole arrivare.

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Dall’Africa all’Asia

La terza puntata si apre con il disastro che nel 2013 portò alla morte di 1138 lavoratrici, schiacciate sotto le macerie di una fabbrica tessile del Bangladesh, collassata per la mancata manutenzione. Questo Paese è il secondo produttore di vestiti al mondo, dopo la Cina. Questo titolo non è però origine di vanto, perché conquistato grazie a condizioni di lavoro pessime, stipendi infimi e ricatti ai lavoratori.

L’industria tessile a Dhaka si serve di più di 4 milioni di persone, soprattutto donne emigrate dalle zone rurali in cittò in cerca di fortuna. E quello che è fortuna per loro, non è altro che sfruttamento ai nostri occhi. L’unico traguardo raggiungo in dieci anni dal crollo del Rana Plaza, è stata la creazione di ambienti di lavoro più sicuri dal punto di vista architettonico. Ma le condizioni di lavoro in Bangladesh rimangono comunque tra le 10 peggiori al mondo. Lo stipendio si basa su obiettivi da raggiungere quotidianamente, spesso folli. Nelle concerie si lavora senza protezione, continuamente esposti a sostanze tossiche che finiscono inevitabilmente anche nell’ambiente circostante.

Sebbene le fabbriche dispongano di filtri per trattare l’acqua inquinata prima del suo rilascio nell’ambiente, non li utilizzano. Questo perché i brand, che hanno sede produttiva qui, non pagano abbastanza da poter garantire questo processo. Anche qui, il problema risulta quindi essere a monte.

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Il percorso continua nel quarto episodio per scoprire come nasce il rayon, la prima fibra artificiale della storia. Ed è nell’Italia degli anni ‘20, che la “seta artificiale” inizia ad essere prodotta, con l’illusione che possa liberare il Paese dalle importazioni di materie prime come il cotone.

Illusione appunto, perché ci si rende conto di quanto la produzione di questa fibra possa compromettere la salute degli operai. È così che in Italia l’ultima fabbrica venne chiusa nel 2007. Ma il problema, invece di scomparire, si è solamente spostato in Asia.

Arriviamo così in Indonesia, dove si continuano a sacrificare ettari di foresta pluviale, per la creazione di fabbriche di viscosa e monocolture intensive di eucalipto. Questo porta anche gli animali a trovarsi in una condizione di rifugiati ambientali. L’unica linea di resistenza a questo abuso è rappresentata dalle comunità indigene e organizzazioni come la KSPPM, il cui operato però non è sufficiente a fare fronte al disastro ambientale che si sta perpetrando.

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Il penultimo episodio racconta l’India. “Dai campi di cotone fino alle tintorie e agli impianti di riciclo […] anche dietro il capo di abbigliamento più comune del nostro guardaroba si nasconde una verità complessa e insostenibile per ambiente e persone, definita dall’avidità di un sistema che esige da una pianta performance innaturali”.

Per soddisfare la sempre più alta richiesta di cotone, ai contadini dell’India non resta che intensificare le colture e utilizzare pesticidi di infima qualità, che concorrono alla morte delle piante stesse e al peggioramento delle condizioni di salute degli agricoltori.

Per questo l’imposizione dal 2002 del bt cotton, seme modificato che, a differenza di quello tradizionale non più presente sul mercato indiano, non può essere riutilizzato per ulteriori cicli. Ciò costringe i contadini a comprare a ogni raccolto semi nuovi, con conseguenti maggiori spese e maggiori debiti con i fornitori. Debiti difficili da estinguere e che tendono, piuttosto, ad accumularsi.

Anche in India il concetto di riciclaggio si allontana molto da quello che nel mondo occidentale crediamo una pratica degna di vanto. Infatti le tonnellate di vestiti che arrivano a Panipat, la “capitale del riciclo insostenibile dei rifiuti tessili”, vengono ridotte in piccole strisce, intrise in vasche di ammoniaca non filtrate, per sbiancarle e ricavarne del cotone nuovo.

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Nel profondo Veneto

Nell’ultima puntata arriviamo in Veneto, dove dagli anni ‘70 a oggi ha fatto base un grande produttore di PFAS. “Idrorepellente” è un aggettivo che contraddistingue giacche, rossetti e padelle. Ma in pochi sanno che dietro questo “miracolo della tecnica”, si cela un lato assai cupo. Gli scarti di produzione di questa sostanza, infatti, dopo decenni di produzione si è scoperto aver avvelenato la seconda falda acquifera più grande d’Europa e le centinaia di migliaia di persone che ne consumavano l’acqua.

Questo perché si tratta di sostanze estremamente resistenti alla degradazione. Anche i tempi del loro smaltimento nel sangue sono estremamente lunghi, rendendoli anche trasmissibili al feto. La situazione drammatica, in un contesto in cui è praticamente impossibile non essere esposti ai PFAS, ha portato alla creazione di Mamme No PFAS, un movimento di testa in questa lotta.

Spiragli di luce nelle realtà di tutto il mondo sembrano quindi esserci. Ma finché il movimento di rinascita non parte dalla radice, dalla consapevolezza di ciascuno di noi e dai Governi, nulla potrà mai cambiare, portando anzi a conseguenze sempre più drammatiche per l’uomo, così come per l’ambiente.

Mentre da un lato la moda sostenibile continua a guadagnare terreno, guardare documentari come “Junk” suscita ancora tanta rabbia. Questo sentimento può essere però incanalato in un’attitudine positiva, che ispiri cambiamenti nei consumatori e nelle aziende, incoraggiandoli a adottare pratiche responsabili. Questo genere di informazione svolge un ruolo cruciale nel plasmare un futuro più consapevole e rispettoso dell’ambiente nell’industria della moda.

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