di Giammarco Isoldi

L’Italia è il primo Paese europeo per consumo di acqua in bottiglie di plastica e il secondo nel mondo dopo il Messico. Un paradosso, se si pensa che l’Italia è prima in un’altra classifica: quella dell’acqua di rubinetto più pulita d’Europa,  secondo il report 2023 dello Studio Ambrosetti.

Nonostante l’indubbia qualità della nostra rete idrica il settore dell’acqua in bottiglia non conosce crisi. Nel 2022 gli italiani hanno consumato 14,9 miliardi di litri, corrispondenti a 233 litri pro capite, quasi tre volte la media europea di 87 litri. Il giro d’affari, che vede coinvolti più di 260 marchi, è in costante ascesa: 2,5 miliardi nel 2022 con un incremento del 16,7% rispetto all’anno precedente.

bottiglie di plastica

Il riciclo delle bottiglie di plastica

I dati sulle bottiglie di plastica prodotte sono difficilmente ricavabili. Il primo motivo risiede nell’abbondanza dei formati disponibili sugli scaffali dei supermercati: 250 cl, 500 cl, 750 cl, 1 l e così via. Il secondo motivo che rende difficile ricavare dei dati attendibili lo si ritrova nel fatto che nessuna azienda ha interesse nel divulgare  quei numeri che sicuramente testimoniano un uso eccessivo del materiale che è stato messo alla gogna dalla diffusa sensibilità e attenzione verso l’ambiente.

Facilmente ritracciabili sono, invece, i proclami sulle etichette dei vari marchi, sempre a sfondo “green”, a proposito dell’impegno profuso nel riciclo e nel riutilizzo del materiale. Oggi circa il 70% delle bottiglie è prodotto in PET (polietilene tereftalato), un materiale riciclabile al 100% fino a 25 volte. Il problema, stando al rapporto di Greenpace, è che meno del 40% delle bottiglie viene riciclato correttamente e solo il 5% viene riutilizzato per creare altre bottiglie.

Visti i numeri impressionati di utilizzo solo in Italia, è facile immaginare l’impatto devastante che la plastica dispersa ha sull’ambiente. Il PET non è un materiale del tutto innocuo anche per gli esseri umani. Recenti studi pubblicati sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) dimostrano come in un litro di acqua in bottiglia siano presenti oltre 240 mila frammenti di micro e nanoplastiche, tra le quali il più presente è proprio il PET.

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Le vecchie abitudini: il vuoto a rendere

Alla luce degli acclarati danni all’ambiente causati dalle bottiglie di plastica e delle possibili conseguenze sulla salute dei consumatori, gran parte della soluzione al problema passa delle scelte consapevoli di quest’ultimi e da efficaci scelte politiche che incentivino metodi alternativi di consumo. Sensibilizzare l’opinione pubblica a proposito del tema è fondamentale, ma ancora più efficace sembra essere l’assegnazione di un costo alle libere scelte dei cittadini.

La Germania, ad esempio, ha rispolverato il vecchio metodo del “vuoto a rendere” che tanto aveva funzionato in Italia prima dell’arrivo della plastica. Con l’acquisto di una bottiglia contenente qualsiasi liquido, oltre al prezzo del prodotto in sé viene applicato un sovrapprezzo, che varia dagli 8 ai 25 centesimi, corrispondente al deposito cauzionale, o in tedesco pfand. La cauzione potrà essere recuperata conferendo le bottiglie nelle apposite stazioni, ormai diffuse in ogni angolo delle città tedesche. Quella  che potrebbe essere percepita come un’insopportabile costrizione imposta dall’alto ha in realtà ricevuto un’ottima accoglienza da parte dei cittadini ed il riciclo delle bottiglie PET è arrivato fino al 97%.

La risposta alla domanda sul perché gli italiani siano così affezionati alle bottiglie di plastica potrebbe risiedere nella mancanza di valide alternative, che vadano oltre il semplice utilizzo delle borracce (specie se riempite con acqua proveniente dalle bottiglie), e nella mancanza di un reale incentivo ad assumere abitudini più rispettose dell’ambiente e della propria salute.

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