di Antonella Vaiano

Se ti dicessi che il tuo corpo non metabolizza del tutto i farmaci che assimili, ci crederesti? Ebbene sì, più del 70% dei farmaci che assumiamo non viene completamente metabolizzato dal nostro organismo, e le loro rimanenze finiscono per inquinare anche le acque del pianeta.

L’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri ha infatti condotto numerosi studi relativi alla presenza di residui di farmaci nelle acque dei nostri fiumi. Un inquinamento, questo, di cui sentiamo parlare ancora poco, ma che ha già portato a conseguenze piuttosto gravi.

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Come fanno i farmaci a finire nelle acque?

All’interno del nostro organismo, un farmaco va incontro a quello che scientificamente viene chiamato processo ADME (Assorbimento, Distribuzione, Metabolizzazione ed Eliminazione). Nella fase di assorbimento, il principio attivo entra in circolo, viene distribuito e metabolizzato fino all’espulsione che può avvenire attraverso urina o feci. (Skaggs School of Pharmacy and Pharmaceutical Sciences, University of California San Diego).

Proprio in questa ultima fase, è stato provato che i principi attivi dei farmaci la gran parte delle volte riescono a resistere ai sistemi di trattamento degli impianti di depurazione, finendo così direttamente nelle acque di fiumi e laghi. Gli effetti sulla fauna sono dei più disparati. Ad esempio, come rivela uno studio del 2014 condotto dall’università di New Brunswick, gli estrogeni contenuti nelle pillole anticoncezionali possono influenzare lo sviluppo sessuale di alcune specie ittiche.

Una delle conseguenze più gravi riportate è quella della “femminilizzazione” di pesci maschi che in alcuni casi finiscono per produrre uova, ma anche la sterilità delle rane. Secondo i risultati del Proceedings of the National Academy of Science (Pnas), le sostanze che più spesso vengono trovate nelle acque di tutto il mondo sono: carbamazepina (antiepilettico), la metformina (antidiabetico), ma anche molti antibiotici.

Insomma, a fare i conti con il sempre più diffuso ricorso ai farmaci, anche in situazioni in cui si potrebbero evitare, non è solo il nostro organismo, ma anche l’ambiente.

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Tra il dire e il fare c’è di mezzo… il farmaco

Per dare il nostro contributo potremmo promuovere un uso più responsabile dei farmaci, acquisendo consapevolezza di come questi vengono smaltiti dal nostro corpo, ad esempio assumendo solo i medicinali indispensabili e portando a termine le terapie secondo le indicazioni ricevute. Parlando di smaltimento, è necessario effettuarlo in maniera corretta: non liberandosi di flaconi o blister scaduti e/o inutilizzati nel lavandino di casa oppure nel WC, bensì recandosi negli appositi luoghi di smaltimento: le farmacie.

A livello più ampio, si potrebbe agire sugli impianti di depurazione delle acque reflue per fare in modo che possano avere come target le molecole farmacologiche o i loro metaboliti, che verrebbero così fermati prima di mescolarsi con l’acqua dei fiumi. Maggiore è il consumo dei farmaci, maggiore sarà il livello degli stessi nei corpi idrici. Il vero problema non è solo legato alla tossicità del farmaco ma ad una esposizione cronica, anche a piccole quantità, per periodi prolungati.

Anche dal punto di vista ingegneristico, si potrebbero studiare nuovi modi per produrre sostanze maggiormente biodegradabili, e quindi meno persistenti nell’ambiente. La nascita dei concetti di “green chemistry” e “green pharmacy” si muove già in questa direzione, ed è la prova che una farmaceutica più ecocompatibile è possibile. Le case farmaceutiche stanno cercando di adottare nuove soluzioni, diminuendo le quantità di medicinali in ogni confezione e la concentrazione di principi attivi. In questo modo si riduce il numero di farmaci inutilizzati da smaltire.

I primi studi relativi a questo argomento risalgono addirittura ai primi anni ’90: periodo in cui sono stati pubblicati, tra gli altri, gli articoli scientifici di Christian Daughton, ex-ricercatore presso l’UN Environmental Protection Agency (EPA) oggi in pensione. Dopo trent’anni, finalmente, la consapevolezza al riguardo sembra aumentare in maniera significativa. Non ci resta che aspettare per renderci conto, però, se i progetti proposti siano solamente buoni propositi legati all’ennesima ondata di greenwashing, o se sia in atto un vero e proprio cambiamento.

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