di Simona Puleo

Le energie rinnovabili sono sempre più cruciali per ridurre le emissioni di gas serra e combattere i cambiamenti climatici, migliorando al contempo la qualità dell’aria. Sono sostenibili e non si esauriscono, garantendo una soluzione energetica a lungo termine.

Tra di queste l’energia idroelettrica si caratterizza per lo sfruttamento del flusso dell’acqua, come fiumi o dighe, per generare elettricità attraverso turbine. È una delle forme di energia rinnovabile più mature e diffuse, con un basso impatto ambientale e capacità di fornire energia costante. L’idroelettrico è diffuso in tutta Italia con ben 4.783 centrali sparse in tutto il territorio secondo i dati di Terna aggiornati al 31 dicembre 2022.

Eppure, la maggior parte di esse si trovano nelle regioni settentrionali a ridosso delle Alpi. Secondo quanto riportato da Enel Green Power, esse generano il 39% della produzione nazionale da rinnovabili. In più, nel 2021, hanno prodotto oltre 45 terawattora e il numero di impianti aumenta ogni anno. https://www.wateronline.info/2023/11/05/le-energie-rinnovabili-convengono-uno-sguardo-ai-numeri/

L’idroelettrico vanta una storia lunga più di cent’anni nel nostro Paese. La prima centrale è stata inaugurata a Paderno d’Adda, in Lombardia nel 1989. Invece è del 1982 la centrale di Entracque, in Piemonte, la più grande costruita in Italia, produttrice di ben 430 GWh di energia negli ultimi tre anni.

Questo impianto, come la maggior parte degli altri sparsi nel territorio, è gestito da Enel, altri gestori sono invece Edison, A2A, Hera e Iren. Secondo le rilevazioni del Gestore dei servizi energetici (GSE) tra il 2020 e il 2021 il numero di impianti è incrementato del 3,2 %, mentre la potenza è cresciuta di 66,4 MW. Nel 2009 vi erano “appena” 2.249 centrali, da allora c’è stato un sostanziale incremento che ha avuto come anni cruciali il 2010 (+480 impianti), il 2016 (+270) e il 2017 (+348).

I numeri sembrano suggerire una situazione rosea per quanto riguarda gli sviluppi dell’idroelettrico nel nostro Paese. Eppure, all’incremento del numero d’impianti non corrisponde un incremento nella potenza generata dato che le nuove centrali hanno dimensioni più ridotte. La taglia media complessiva a livello nazionale è scesa da 8,4 megawatt per impianto di inizio secolo fino a poco meno della metà, 4,1 MW nel 2021 come riporta sempre Enel Power Green.

A questo va ad aggiungersi un altro elemento determinante: oltre il 70% degli impianti idroelettrici in Italia ha più di 40 anni. Secondo i dati contenuti in una scheda informativa pubblicata nel 2023 dal Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici (Dit) dell’Inail, in Italia si contano più di 500 grandi dighe con sbarramenti alti più di 15 metri e/o con un invaso di oltre 1 milione di metri cubi.

Il nostro Paese, purtroppo, non è estraneo ad eventi di portata catastrofici legati a sbarramenti o ad incidenti negli impianti. Pensiamo al terribile disastro del Vajont del 1963 https://www.wateronline.info/2024/05/29/salta-i-toc-e-la-diga-del-vajont-venne-giu/  o alla recentissima esplosione verificatasi nella centrale idroelettrica di Suviana https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/suviana-cause-incidente-pfsusx42 .  Motivo per cui, come si legge nel documento, è necessario che queste strutture “siano dotate di sistemi di sicurezza in grado di intervenire in caso di avaria ed evitando che fenomeni naturali o piccoli guasti possano provocare danni ai lavoratori o all’ambiente circostante”.

È interessante attenzionare anche allo studio condotto da The European House – Ambrosetti con A2A secondo il quale al settore idrico e idroelettrico italiano servirebbero investimenti da 48 miliardi di euro in dieci anni. Così si potrebbero ripotenziare le centrali già esistenti, costruire nuovi impianti di piccola taglia e realizzazione nuovi bacini e pompaggi per l’accumulo energetico.

Secondo Enel Green Power, questo repowering garantirebbe un guadagno di 5,8 gigawatt di potenza e 4,4 terawattora di energia annua, con un risparmio di oltre 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica e la creazione di duemila posti di lavoro per l’esecuzione delle operazioni.

Una prospettiva tanto allettante quanto, ahimè, al momento temiamo troppo lontana.